La rotta balcanica dimenticata dopo l’assedio mediatico. Appunti di Silvia Maraone

Sulla rotta balcanica è calato di nuovo il sipario. Il racconto e l'analisi di Silvia Maraone, coordinatrice del progetto umanitario di Ipsia-Acli in Bosnia.

DiCristina Giudici

Apr 9, 2021

Il giornalismo mainstream segue sempre la corrente forse perché a risalire (la corrente) si rischia di fare la fine dei salmoni. A febbraio, -davanti alle immagini drammatiche dei profughi nel campo di Lipa immersi nella neve o accampati in edifici abbandonati in attesa di riprovare a superare il confine quasi invalicabile della Croazia-, lo avevamo messo in conto. Sapevamo che l’assedio mediatico su quanto accadeva (e continua ad accadere) nel cantone bosniaco di Una-Sana, ultima tappa della rotta balcanica che porta a Trieste, sarebbe durato poco. E infatti, ora che i riflettori si sono spenti, abbiamo deciso di pubblicare le riflessioni di Silvia Maraone, coordinatrice del progetto umanitario di Ipsia-Acli in Bosnia, a Bihac. Stamane ci ha scritto: «La neve oggi si è sciolta di nuovo, qui è calato un silenzio terribile». Silvia Maraone, esperta di Balcani e migrazioni nella regione, coordina i progetti a tutela dei rifugiati e richiedenti asilo lungo la rotta balcanica in Bosnia Erzegovina e Serbia, sul suo blog si definisce con ironia

innamorata dei Balcani dal 1991, quando per la prima volta finì senza saperlo a fare kajak nell’Isonzo dalla parte slovena e si ubriacò di Pelinkovac. Da allora, non esiste strada che non sia stata battuta

La rotta balcanica

Per settimane lei, che a Bihac ci vive da anni, è diventata una sorta di Virgilio per forestieri, europarlamentari, reporter, aspiranti volontari e curiosi che arrivavano nel cantone bosniaco di Una-Sana per vedere con i loro occhi i migranti intrappolati fra due confini, lungo la rotta balcanica. In attesa di superare l’ultima tappa del game, così si chiama la sfida estenuante per superare il confine croato e raggiungere il cuore dell’Europa che continua a delegare alla polizia croata il compito di respingere i migranti ai confini orientali. «Per capire la gestione fallimentare della migrazione in Bosnia Herzegovina bisogna tenere a mente che questo è un Paese che va a rotoli. Diviso in tre parti e in dieci cantoni, ognuno è libero di decidere un po’ quello che vuole» ci ha raccontato via Skype in una lunga conversazione che si potrà ascoltare nel prossimo episodio del nostro podacst prodotto da storielibere.fm :«Qui è tutto un susseguirsi costante di politici che non fanno mai la differenza e per vedere una legge o una riforma approvata ci vogliono dieci anni. C’è una lentezza del sistema, una corruzione generalizzata del Paese per cui la scelta dell’UE di dare la gestione dell’immigrazione all’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nasce dall’intenzione di non dare soldi agli enti pubblici perché tutti quelli dati alla Bosnia Herzegovina in questi 25 anni dopo la fine della guerra sono spariti. E la cosa triste è che il popolo bosniaco si fa mangiare in testa. C’è una forte frustrazione, i giovani non vedono un futuro, lasciano il Paese e se ne vanno a lavorare in Germania e in Austria. Sulla carta sono tre milioni e mezzo e invece manca all’appello un milione e mezzo di persone che vivono all’estero. I bosniaci sono i primi a emigrare ma non vogliono i migranti. Si sono creati una retorica e un odio contro i migranti». La rete internazionale di RiVolti ai Balcani ha fatto un lavoro certosino per documentare le violenze della polizia croata su tutto il percorso di una rotta chiusa ufficialmente nel 2016 e su cui sono transitate 70mila persone dal 2018, ci sono state visite di europarlamentari e appelli alla Commissione europea, poi è calato il sipario.

Il limbo dei migranti

Si è parlato tanto della catastrofe umanitaria del campo di Lipa distrutto da un incendio il 23 dicembre scorso, fino a quel momento unico riparo per un migliaio di persone respinte dalla Croazia, dalla Slovenia e dall’Italia nel corso degli ultimi mesi. E di quello nuovo allestito con le tende dell’esercito bosniaco, precario, sovraffollato, senza acqua, dove si diffonde la scabbia. Si parla meno di quello che succede intorno alla rotta balcanica, nei negozi dove i migranti non li fanno entrare e di alcune zone della Bosnia dove non possono neanche pregare nelle moschee. Si parla tanto delle condizioni disumane in cui vivono quelli che sono usciti dal campo per ritentare la sorte, forse duemila, forse di più, nessuno sa quanti siano quelli accampati nei boschi dove tanti single man preferiscono stare sul confine per «andare al game», ripete Silvia Maraone come se fosse un luogo fisico e non la metafora del gioco brutale a cui i migranti arrivati in marcia dall’Afghanistan, Pakistan, Iran vengono sottoposti più e più volte. Si parla meno di cosa succede a quelli che al game hanno ormai rinunciato. Come ci ha spiegato Silvia Maraone che sul suo blog Nella terra dei Cevapi ha raccontato la lunga storia di un minorenne afghano che da un anno gira a vuoto intorno ai confini: «Chi vive nei campi perde il senso del tempo, i campi sono un limbo, i giorni sono tutti uguali, non ci sono attività o scuole, le persone non sanno se sono lì da un giorno, un mese un anno e perdono la voglia di andare al game. Mentre a quelli che vivono nei boschi, in una condizione fisica di disagio, viene lo stimolo, non possono più stare così e allora dicono io vado, vado, vado».

Ci sono famiglie in giro da due-tre anni, transitate da Turchia, Grecia e Serbia, non sanno più neanche perché sono partite, dove stanno andando. Hanno amici o parenti che sono arrivati in Francia, Germania, Italia, non hanno ancora documenti e l’asilo gli è stato negato, gli passa la voglia o hanno paura di provare il game se hanno subito o visto violenze, ci mettono un po’ a ritrovare il coraggio, soprattutto se sono meno giovani

E i corridoi umanitari?

Da dicembre 2019 a ottobre 2020 il Danish refugee council ha registrato 21.422 pushback, ovvero respingimenti violenti e torture avvenuti lungo la rotta balcanica. Mentre noi eravamo di nuovo chiusi nelle nostre case, concentrati sull’isolamento e il distanziamento sociale, intenti a guardare il tempo che passava da una finestra, nel gennaio 2021 i volontari del Border Violence Monitoring Network hanno raccolto le testimonianze di 4.340 persone respinte da ufficiali della polizia croata, anche con l’uso delle armi. Ora in Bosnia ci sono circa ottomila migranti nei campi sovraffollati e nessuno sa quanti siano fuori, in attesa di riprovare a superare il confine croato, forse duemila, forse di più. Nel momento di maggiore attenzione, nel febbraio scorso, attivisti e organizzazioni umanitarie hanno chiesto corridoi umanitari per evacuare le persone intrappolate ai confini fra la Bosnia e la Croazia. Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare o in questo caso fiumi, boschi, valichi e crepacci che nascondo le persone scomparse di cui è impossibile fare una stima. E sulla proposta di creare corridoi umanitari lungo la rotta balcanica, Silvia Maraone osserva con pragmatismo: «Il problema va risolto alla radice e non salvando qualcuno. Mi sembra davvero la lotteria dell’orrore, non mi viene in mente un altro termine. L’unico criterio applicabile potrebbe essere quello dell’evacuazione dei malati che qui non hanno alcuna possibilità di essere curati».

C’è un ragazzo del Marocco che si era attaccato a un camion che ha fatto un incidente in Slovenia e si è ritrovato a Sarajevo senza una gamba, amputata. Un altro ragazzo che è rimasto ustionato durante un incendio. Un signore anche lui vittima del game, caduto in un crepaccio in Croazia e abbandonato sul ciglio della strada in Bosnia, che non cammina più. Una donna con un bambino con lesioni neurospinali e cerebrali. Questa gente andrebbe portata via di corsa

«Se il corridoio umanitario viene fatto indiscriminatamente per portare via un po’ di migranti allora perché i 100mila fermi in Grecia non avrebbero diritto a passare i confini? O vogliamo che oltre al game di chi va a piedi ci sia anche quello dell’evacuazione? C’è troppa pancia che impatta sull’opinione pubblica e sui media ma è tempo di ragionare». E magari di tenere i riflettori rivolti verso i confini orientali anche quando la neve inizia a sciogliersi e le photo opportunity appaiono meno cruente.

ps. Se volete aiutare Silvia Maraone a portare avanti il suo progetto umanitario che cerca di rendere più umana l’accoglienza dei migranti che arrivano in Bosnia dopo anni di marce o respinti più volte con violenza dai poliziotti croati, potete leggere i dettagli del progetto e fare una donazione. 

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