La Francia premia i medici stranieri per il Covid. E l’Italia? Se ne frega

In Francia una fast-track permetterà ai lavoratori stranieri più esposti al Covid di ottenere velocemente la cittadinanza. Il Governo italiano, ancora una volta, resta a guardare.

Quest’anno i re Magi non porteranno oro, incenso e mirra. Al termine di un 2020 catastrofico, i doni arriveranno in camion refrigerati, sotto forma di vaccini per il Covid-19. Ma, mentre l’attenzione pubblica guarda alla tanto attesa svolta alla pandemia globale, c’è chi non dimentica coloro che nei mesi scorsi si sono sacrificati più di tutti, permettendo alla collettività di tirare avanti nonostante le restrizioni e i lockdown.

Alla vigilia di Natale, la Francia ha deciso di premiare quei lavoratori stranieri in attesa di cittadinanza che, nel corso della pandemia, sono rimasti in prima linea, esposti più di tutti al contagio, spesso senza le dovute tutele. Al culmine di una misura già annunciata a settembre, il Governo francese ha ideato una fast-track, una corsia veloce che consentirà a oltre 700 lavoratori stranieri residenti in Francia di accelerare il processo di naturalizzazione e ricevere nel breve termine la cittadinanza, una procedura che altrimenti può durare molti anni. Marlène Schiappa, ministra delegata alla Cittadinanza, ha dichiarato:

Professionisti sanitari, governanti, assistenza all’infanzia, cassieri… Hanno dimostrato il loro attaccamento alla nazione, ora spetta alla Repubblica fare un passo verso di loro

Un gesto che sembrerebbe scontato, quello di riconoscere gli sforzi di chi si è sacrificato per il proprio Paese adottivo e per i propri concittadini pur avendo radici lontane. Eppure a oggi rimane un caso isolato, un modello virtuoso che il resto del mondo, Italia inclusa, fatica a emulare.

Le reazioni in Italia

In seguito al passo in avanti della Francia, Foad Aodi, presidente dell’Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia) e dell’Umem (Unione medica euromediterranea), ha lanciato un appello direttamente al capo di Stato Sergio Mattarella. Intervistato dall’Huffington Post, Aodi si rivolge a Mattarella «affinché in Italia non ci siano più medici di serie A e di serie B solo per una questione di cittadinanza». La speranza è che il nostro Paese si decida a seguire l’esempio della Francia, e riconosca il diritto a sentirsi pienamente italiani a quei 22.000 medici e 38.000 infermieri stranieri (secondo i dati dell’Amsi) che, pur avendo la stessa preparazione accademica, pur pagando le tasse nel nostro Paese da molti anni, rimangono invisibili al sistema sanitario nazionale e si vedono negato l’accesso al settore pubblico.

Qualche segnale già era arrivato negli ultimi mesi con il decreto Cura Italia, che permette l’accesso alle strutture pubbliche pur non avendo la cittadinanza, ma solo per la durata della pandemia. Ma se si riconosce il valore di questi professionisti con background migratorio, perché limitarci a un contratto determinato, perché usarli quando più siamo in difficoltà e poi dimenticarci, nuovamente, di loro?

Non solo medici e infermieri

Stavolta, non fermiamoci agli operatori sanitari, parliamo anche di quelle categorie che rimangono emarginate ma che sono state fondamentali nei tempi più bui della pandemia. Nel comunicato stampa di Marlène Schiappa risuona l’intento di premiare tutti i lavoratori per l’evidente contributo alla collettività. E allora perché non toccare anche lo scomodissimo argomento dei rider? Per quanto possa dar fastidio a molti, sono loro che hanno consentito a molte attività di ristorazione di mettere in piedi un sistema di delivery efficace e puntuale. Secondo le stime dell’agenzia AGI, due rider su tre sono di origine straniera, il 40% provenienti dal continente africano e il 15% asiatici.

Lavorano anche 50 ore a settimana, con o senza Covid, e vengono pagati circa 3 euro a consegna, senza tutele contrattuali né mediche

Eppure molte serrande a oggi sarebbero chiuse se non fosse stato per quell’esercito di lavoratori in bicicletta che non si è mai fermato, neanche quando l’Italia appariva vuota e immobile.

Siamo al termine di un anno che verrà ricordato come l’anno della pandemia, dei divieti, del dolore. È però anche l’anno in cui abbiamo abbracciato senza diffidenza l’aiuto dello “straniero”, l’anno in cui l’arrivo di medici di tutte le nazionalità ha tamponato l’emorragia della nostra struttura sanitaria. È, con una buona dose di ottimismo, l’anno in cui abbiamo aperto gli occhi sul ruolo fondamentale che i lavoratori stranieri ricoprono nella nostra quotidianità. Adesso però c’è bisogno di misure concrete, di risposte anche da chi ha in mano le redini del nostro Paese.

Foto Unsplash/Anna Shvets

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