Il medico che sfida i pregiudizi a colpi di battute

Davanti a pregiudizi e stereotipi ha imparato a rispondere con ironia, costringendo gli interlocutori a ripensare ai propri comportamenti. E una volta arrivato a Lampedusa, Andi Nganso ha scoperto la sua vera vocazione: la medicina di emergenza.

Per questa pausa estiva, abbiamo selezionato le storie più belle dall’archivio di NuoveRadici, che ripubblicheremo nelle prossime settimane. La storia di Andi Nganso è stata pubblicata nell’ottobre 2018.

Andi Nganso ha trentun anni, è un medico nato in Camerun e, a chi gli chiede di dove sei, risponde di Varese o di Sesto San Giovanni, dove ha vissuto e studiato. E se qualcuno gli dice come parla bene l’italiano, lui risponde «Anche lei». Andi Nganso è fatto così: agli stereotipi e ai pregiudizi risponde con ironia. Ribaltando la visione dell’interlocutore. Lavora in un team internazionale di medici in un centro di accoglienza e per alcuni periodi nell’ambulatorio di Lampedusa. Una sua paziente gli ha fatto quello che lui oggi considera un dono: si è rifiutata di farsi visitare da lui perché nero. Il post in cui ha scritto l’episodio e battuta finale «non ti fai toccare da un medico negro? Ti ringrazio, ho 15 minuti per bere un caffè» è diventato virale e lui da allora gira per le scuole per spiegare ai bambini il valore della diversità.

Ultimogenito, ribelle per necessità, perché farsi spazio tra sei fratelli è un esercizio lungo e difficile in tutti i Paesi del mondo. Attento alle vicende politiche sia del Paese dove vive, l’Italia, sia del Camerun dove è nato e dove un giorno, forse, deciderà di tornare. Un Paese dilaniato dal contrasto tra le province anglofone ed il governo centrale francofono. Durante il nostro incontro sperava ancora che, nonostante i brogli elettorali, venisse riconosciuta la vittoria di Kamto, outsider che alle recenti elezioni aveva sconfitto Biya, al potere da trentasei anni. Purtroppo, così non è stato. Forse deciderà di tornare, perché lui non appartiene mai a un luogo ma alla comunità che lo abita. Se avesse ascoltato i suoi fratelli, oggi sarebbe un berlinese. Ma è un italiano di Sesto San Giovanni, dove abita, o di Varese, dove ha frequentato l’università e si è laureato in Medicina.

Andi Nganso ha trentun anni, è un uomo colto, possiede un grande senso dell’ironia e riesce a raccontarsi con leggerezza. È cresciuto in una famiglia unita, in cui ogni suo componente ha a cuore il destino degli altri: ai suoi fratelli più grandi che gli hanno suggerito di raggiungerli in Germania per diventare economista, lui però ha detto «No, grazie». E al loro ragionamento «La Germania è un Paese ricco, tu sei il nostro investimento, nella nostra famiglia tutti siamo un investimento perché la famiglia deve poter contare su ognuno di noi», lui ha risposto ancora una volta «No, grazie». E ha chiarito: «Non mi considero un investimento, ma una persona indipendente, perciò vado a studiare in Italia, a Parma, preferirei Medicina, è il mio sogno sin da piccolo, ma farò Economia per avere il tempo di mantenermi agli studi con lavoretti». E poi invece è andata così: Andi vede che Jerry, il suo compagno di stanza, frequenta la facoltà di Medicina e riesce a mantenersi, e decide di inseguire il suo sogno. Si iscrive all’Università dell’Insubria a Varese, perde la borsa di studio che aveva a Economia, inizia a studiare e lavorare. «Ogni mio esame è collegato ad un luogo di lavoro», racconta. «Anatomia è il lavoro in pizzeria, fisiopatologia e biochimica è il lavoro da McDonald’s». La famiglia nella vita di Andi è centrale, ma la sua scelta di abbandonare il comodo ruolo di figlio e fratello protetto, gli fa conoscere la sofferenza di vivere tra le ostilità e senza alcuna rete di sostegno familiare che poi però trova, grazie al suo carattere aperto e alla sua curiosità, nella casa di Lucia e Saverio. Sono i genitori di Laura, sua compagna di Erasmus a Friburgo, la loro casa è diventato il nido dove si rifugia, dove vive il rito delle grandi feste, dove diventa il quarto figlio, «Quando vengono in Italia i miei genitori Emmanuel e Claudine, a trovarmi, c’è l’incontro tra le due famiglie e mi piace molto».

Dopo la laurea, Andi pensa di specializzarsi in Pediatria, ha un feeling profondo con i bambini, infatti, appena può, va nelle scuole e un giorno a Foligno suo padre Emmanuel, che è un insegnante, gli fa i complimenti: «Il suo sguardo, pieno di orgoglio, mi ha reso felice», ci ha detto. Arriva poi la possibilità di andare a Lampedusa e, in quel momento, tutto cambia: «Lì ho scoperto la mia vera vocazione, la medicina di emergenza. Quando fai cose impensabili con mezzi insufficienti, sai che stai facendo qualcosa di veramente utile. L’adrenalina va a mille, la stanchezza non si sente, il lavoro diventa quasi una droga». Si vede che Lampedusa ha cambiato qualcosa in lui, quando ne parla non è più Andi dalle mille attività, dai giochi con i vari nipoti, gli incontri nelle scuole, ma è un dottore, con tutta la competenza e l’autorevolezza che un medico ha e deve avere. Le fatiche che affronta nel centro di accoglienza della Croce Rossa di Lampedusa sono in verità energia che raccoglie per continuare a fare il suo lavoro e a coltivare la speranza. Gli chiediamo cosa prova a raccogliere quei corpi martoriati, così simili a lui, cosa gli riporta lo specchio di quegli occhi. «Una volta, mi è capitato di visitare un camerunese, veniva dalla mia città, aveva fatto i miei stessi studi superiori, ma nella sua vita qualcosa si era rotto e lo aveva costretto ad affrontare il mare. Vorrei che si sapesse che, per un africano, affrontare il mare è innaturale, ne abbiamo paura, quando arriviamo a decidere di salire su un barcone, la motivazione è solamente una: la disperazione». Andi Nganso ci mostra la foto di un bimbo bellissimo, è il figlio di una donna della Costa d’Avorio, di una vedova che è fuggita dal suo Paese con la figlia e il suo viaggio è durato qualche anno, prima di raggiungere la Libia. Quando arrivano a Lampedusa con lei c’è anche un bimbo che ha solo dieci giorni ed è nudo, la figlia di dieci anni è completamente bagnata, lei è stremata, ma mostra una grande dignità: «Dopo averli soccorsi, le infermiere cercano di dare il bambino in braccio alla madre, ma lei lo allontana, non lo vuole. Finalmente capiamo quel gesto, lui è il frutto di uno stupro. Madre e figlia, sono state violentate nel periodo in cui sono state in Libia. Con pazienza e dolcezza da parte di tutti, riusciamo a farle prendere il bambino. Adesso vive in Francia, la sento regolarmente e seguo la crescita dei suoi figli. Ciò che porterò sempre con me è il sorriso di quel bambino, la dolcezza della figlia maggiore e una sorta di compostezza nella sofferenza di quella madre. C’era in lei una solidità morale e spirituale che l’ha aiutata, non credo a superare, ma a rendere tanto orrore un punto da cui ripartire».

Per chi arriva sulle nostre coste, la presenza di un medico africano è molto importante perché oltre ad avere un riferimento immediato a cui rivolgersi, è un segno di speranza, davanti a sé. Soprattutto per i più giovani, vedere un medico africano rappresenta uno stimolo in più a cercare e trovare una strada, a non accontentarsi. Andi ci spiega: «Un medico nella nostra cultura è molto importante, per cui quando vedono il medico nero si illuminano, perché è la dimostrazione che anche qui puoi essere importante. Questo dimostra che bisogna investire sui ragazzi che arrivano e dare loro dei modelli. L’assenza di modelli positivi da una narrazione può essere devastante. Bisogna coltivare il sogno. Negli incontri che ho con i bambini nelle scuole italiane, ho notato che i bambini non sognano: desiderano alcune cose, ma non sognano. Se non li aiutiamo a sognare, mettiamo a rischio il loro futuro». Essere medico del centro di accoglienza di Lampedusa significa curare anche chi arriva dalla prima visita nella sede dell’ASL dell’isola, non sempre però c’è sintonia e una certa approssimazione può portare una persona paziente e solare come Andi a perdere le staffe: «Una sera, sono arrivati una nonna con il nipote, avevano febbre alta tutti e due: la nonna 40 e il nipote 41. Guardo le cartelle cliniche e il quadro descritto era non veritiero, praticamente la febbre non c’era e non vi era scritto nient’altro. Ero furioso».

Andi Nganso non fa solo il medico, porta avanti un progetto per spiegare ai più giovani come affrontare i pregiudizi e combattere il razzismo. «Per troppo tempo, siamo stati vittime di una narrazione violenta ed erronea di quello che siamo e dei cambiamenti epocali del mondo. Con pacifismo, coraggio, determinazione e una giusta dose d’ironia, dobbiamo alzare la testa. Negli ultimi anni la narrazione ha spostato l’attenzione e ha focalizzato le criticità e non le opportunità del multiculturalismo». Così, in un post di della sua pagina Facebook, Andi annuncia la terza edizione del Festival Goes DiverCity.

Gli abbiamo chiesto di dirci quali solo gli stereotipi, le domande che più trova insopportabili, le sue risposte sono cariche di ironia e simpatia. Guardateli e scoprirete che anche i capelli sono un argomento molto delicato.

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