Il Festival Giornalisti del Mediterraneo è cominciato nel segno della complessità (e di molti interrogativi)

Basta con la rappresentazione mediatica e politica che riduce la realtà a una serie di slogan. Il Festival Giornalisti del Mediterraneo, di cui NRW è media partner si apre con un dibattito (serio) sugli scenari geopolitici.

DiCristina Giudici

Set 2, 2020

Bisognava venire ad Otranto, al Festival Giornalisti del Mediterraneo, per prendersi una tregua dal ritmo sincopato dell’allarmismo mediatico. Ieri sera, quando è cominciato il primo dibattito in programma dedicato gli scenari geopolitici nel Mediterraneo, sembrava di essere su Marte. Niente bollettini sui contagi Covid che ha rischiato di far saltare la dodicesima edizione del Festival e manco l’ombra di uno slogan o una polemica sui migranti. Ohibò. Nel borgo storico, a Largo Porta Alfonsina, l’ex ambasciatore in Iraq Marco Carnelos ha parlato del Mediterraneo «tornato ad essere cruciale dopo secoli di marginalizzazione. Basti pensare alla scoperta di giacimenti, gas e petrolio, di fronte alle coste siriane, libanesi ed egiziane e alla necessità di convogliare queste risorse verso chi le richiede, come l’Europa. Un tratto di mare conteso da zone economiche esclusive che si sovrappongono, confliggono e impediscono la creazione di un gasdotto», ha detto durante la sua analisi dedicata al Mediterraneo 2020.

Protagonista del dibattito è stato l’ammiraglio della Marina militare, Fabio Agostini, che conduce la missione europea Unavform-Med IRINI, nata per sorvegliare e contrastare il traffico di armi destinato alla Libia. Fra i compiti secondari di Irini c’è anche quello della formazione della guardia costiera libica, “quella ufficiale”, ci ha spiegato l’ammiraglio per farci capire che non si tratta delle pattuglie navali in mano alle milizie. «Monitoriamo il traffico per mandare dei report alle Nazioni Unite e non rappresentiamo un pull factor per le migrazioni», ha precisato l’ammiraglio per chiarire le regole di ingaggio della missione europea guidata dall’Italia che coordina mille uomini. Una missione che ha anche il polso delle rotte dei migranti e che attraverso il suo osservatorio privilegiato ha registrato un rilevante aumento delle partenze dalla Libia.

La Libia? Persa. Almeno la Libia come l’abbiamo conosciuta noi, ha aggiunto Carnelos che ha parlato anche dell’influenza turca nel conflitto libico in cui il Governo Conte sta cercando di ritrovare un varco per l’Italia attraverso la missione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Un’ influenza, quella turca in Tripolitania, superiore a quella che avremmo mai potuto immaginare

L’inviato speciale e volto storico del Tg1, Paolo Di Giannantonio, ha osservato: «Dopo l’offensiva del generale Khalifa Haftar per cercare di conquistare Tripoli, il presidente Fayez al-Sarraj ha chiesto aiuto all’Italia, ma noi non gli abbiamo risposto. E quindi sono arrivati i turchi, mentre i russi hanno fatto un passo indietro». Severo e sintetico il giudizio sulla missione del ministro degli Esteri da parte di Marco Carnelos, incalzato da NRW che ha inaugurato il Festival moderando il primo dibattito dedicato al Mediterraneo in fiamme: «Prove di esistenza in vita», ironizza l’ex ambasciatore in Iraq ed ex inviato speciale per la Siria e il processo di pace israeliano-palestinese.

La nave arrivata settimana scorsa con oltre trecentocinquanta migranti a bordo è un segnale da parte dei turchi in Libia che ora hanno disposizione un altro fronte per brandire la minaccia della bomba umanitaria?

Con questo interrogativo si è concluso il dibattito di un Festival appena cominciato all’insegna della complessità per dare forza alla realtà nella sfida alla rappresentazione mediatica e politica spesso o quasi sempre manipolata dall’allarme contingente.

Foto: Leonardo Negro

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