I libri di NRW: Pensare altrimenti

Il long read di questa settimana è tratto da "Pensare altrimenti. Antropologia in 10 parole" di Marco Aime. Una ricerca di differenze da valorizzare, anche contro i luoghi comuni che fanno a fette l’agire sociale.

Da scienza che studia i comportamenti umani nei loro multiformi aspetti sociali, l’antropologia è diventata una way of life per capire come gira il mondo. Marco Aime, docente di Antropologia Culturale a Genova, in questo suo ultimo libro Pensare altrimenti pubblicato da Add Editore, ci accompagna per mano tra le dieci parole che permeano il nostro vivere quotidiano. La sua è una ricerca di differenze da valorizzare, anche contro i luoghi comuni che fanno a fette l’agire sociale. Convivere, comunicare crescere, essere (umani), nutrirsi, diventano le parole con cui confrontarsi. Ad ogni parola è accompagnata una rigorosa spiegazione dei riferimenti culturali di scuola o tra i più innovativi. In un mondo in cui tutto tende ad essere appiattito e dove le differenze sono terreno di scontro per assicurarsi la supremazia, il lavoro quasi militante di Marco Aime si muove nella direzione opposta. Per accogliere le differenze come ricchezza collettiva e non più (mai più) come strumento per costruire barriere e divisioni. Fabio Poletti

Marco Aime
Pensare altrimenti
Antropologia in 10 parole
2020 Add Editore
pagine 128 euro 14 ebook euro 7,99

Per gentile concessione dell’autore Marco Aime e di Add Editore pubblichiamo un estratto del libro Pensare altrimenti.

“Sangue del mio sangue”, “questo ce l’ho nel sangue”, quante volte abbiamo sentito espressioni in cui il sangue diventa metafora di legami particolari e forti tra persone che pensano di condividerlo? Anche se in modo diverso, attribuiamo a questo fluido vitale un potere che va ben al di là della sua funzione specifica di apportare ossigeno e sostanze nutritive ai tessuti del nostro organismo. Pensiamo che il sangue sia capace di determinare certi aspetti del nostro carattere, del nostro comportamento, ci fa sentire più vicini a certe persone che ad altre, anche se con i consanguinei non necessariamente intratteniamo rapporti così stretti. Da Romolo e Remo a Liam e Noel Gallagher, gli esempi di rivalità e odio tra gente dello “stesso sangue” non si contano. In molti casi il sangue diventa la forma primaria di identità: pensiamo a come ci si possa identificare in una stirpe (declinata in varie forme come “casata”, “clan”, “lignaggio”) con un sentimento in cui la biologia si intreccia con elementi culturali come la storia o l’appartenenza. La forza della metafora è tale da avere spesso determinato leggi: possiamo citare la Limpieza de sangre, la purezza di sangue, l’istituzione del XVI secolo per cui si veniva considerati spagnoli solo se si aveva un certo numero di antenati spagnoli, oppure la regola giuridica statunitense dello One drop rule, per cui una sola goccia di sangue “nero” bastava per essere considerati afroamericani, fino ad arrivare alle tristemente note leggi razziali emanate in vari Paesi.
L’attenzione degli antropologi per le strutture di parentela è dovuta al fatto che non esiste società che non abbia regolamentato i rapporti tra genitori e figli, tra partner sessuali, tra consanguinei e tra i consanguinei dei due partner. E l’inventario etnografico ci mostra come i modi per farlo siano assai diversi. La natura fornisce agli esseri umani, come a tutti gli animali, i mezzi per la riproduzione, ma non le regole per metterla in atto, né tantomeno per gestirne le conseguenze. Per questo il modo in cui si organizzano le relazioni parentali di una società diventa una chiave di lettura fondamentale che rende possibile una comparazione su larga scala. Come afferma Clifford Geertz: «I problemi, essendo esistenziali, sono universali, le loro soluzioni, essendo umane, sono diverse».
Che la costruzione della parentela sia un dato culturale viene confermato anche dalla possibilità di manipolarla e di correggere situazioni che sfuggono alla norma. Il caso delle adozioni è di fatto una “invenzione” di parentela, in cui si attribuiscono paternità e maternità a genitori non biologici. L’antropologo britannico Edmund Leach, nel suo studio del sistema di caste nello Sri Lanka, riporta come, nonostante il divieto di matrimoni intercastali, famiglie di casta alta economicamente decadute facessero sposare le figlie con ragazzi di casta bassa, ma abbienti. In questo modo la famiglia acquisiva nuovo respiro economico e il ragazzo veniva ammesso, artificiosamente, a una casta superiore.

© 2020 add editore, Torino