Geda: l’Europa non sa rendere indolore l’ingresso dei migranti

Nei suoi libri Fabio Geda ha raccontato l'immigrazione e a Radici spiega che la vera urgenza che non è più raccontare, ma ascoltare. E diffondere. Far sì che quelle storie non arrivino sempre alle stesse persone che già le conoscono. Evitare di fare la predica ai convertiti.

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

Fabio Geda è nato a Torino, dove vive. Si è occupato per anni di disagio minorile. Ha pubblicato diversi romanzi e reportage narrativi, tra cui: Nel mare ci sono i coccodrilli, Se la vita che salvi è la tua, Itadakimasu, Anime scalze e la saga Berlin, scritta insieme a Marco Magnone. È tradotto in più di trenta Paesi.

Nel nostro Paese, si parla soprattutto di sbarchi. In Italia, però, ci sono un milione e trecentomila nuovi italiani. Circa duecentomila, solo l’anno scorso. Non li vediamo o è più comodo non vederli?

A dire il vero a me sembra che li vediamo persino troppo. Gli ultimi rilevamenti (fonte Eurostat e Eurobarometro) danno l’immigrazione reale in Italia attorno all’8% e quella percepita attorno al 17%. Il discorso pubblico affronta la migrazione in modo ossessivo e induce la sensazione di essere invasi. Chi se ne avvantaggia sono i partiti sovranisti e xenofobi. Se poi con nuovi italiani intendi le secondo generazioni, quei bambini cui neghiamo una cittadinanza fino alla maggiore età, cui abbiamo negato lo ius soli calmierato, allora lì si apre un altro problema.

Emergenza, ormai non si fa che discutere di emergenza, secondo lei, i migranti sono davvero un problema? Sono tutte vittime?

Nessun gruppo sociale è tutto qualcosa. Gli italiani non sono tutti brava gente, ma neppure il contrario. Gli americani non vanno tutti in giro con una pistola in tasca, ma qualcuno sì. I flussi migratori sono un problema? Anzitutto lo sono per i migranti: se la migrazione è forzata e avviene attraverso rotte lungo cui soffri la fame e la sete, vieni picchiato e stuprato, allora è evidente che è un problema. Per noi europei, invece, il problema nasce dalla mancata coesione dell’Europa che non è grado di stringersi attorno a un progetto che renda l’ingresso dei migranti indolore così come potrebbe essere.

In una società dove tutto è stereotipato, i lavori svolti dagli extracomunitari e dai cittadini di origine straniera, sono quelli che gli italiani non vogliono fare, ma è appunto uno stereotipo. Ma molti nuovi italiani sono sempre più impegnati come imprenditori, chirurghi, ricercatori, sono invisibili?

È ciò che dicevo prima: il discorso pubblico preferisce mettere in evidenza i problemi.

Secondo l’ONU da qui al 2050 7 milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione” e chi crede che si debba fare i conti con un processo inevitabile: male che possano stare qui, sarà sicuramente meglio della guerra e della fame da cui scappano. Come si risponde al sentimento di paura di chi parla di “invasione”?

Si dovrebbe rispondere con politiche assennate che dimostrino che l’Europa è in grado di gestire e assorbire i flussi migratori. Senza questa competenza politica di chi governa non è affatto strano che i sentimenti più diffusi siano paura e fiducia. Il problema è lì: nella rappresentanza politica.

L’accoglienza sempre, come dicono il Papa e la Chiesa, è praticabile?

Dovrebbe esserlo.

Dire “anche l’Europa deve occuparsene” è davvero diventato di destra?

No. È giusto. L’Europa dovrebbe occuparsene. L’Europa siamo noi.

Il suo romanzo Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini e Castoldi, 2010) racconta la storia vera di Enaiatollah Akbari. Molti minori sono arrivati da soli in Italia, poco si sa delle loro storie. Come possiamo farle conoscere?

Come ho fatto io. Raccontandole. Ma non è questo il problema, ora. Ogni anno escono decine di libri che raccontano storie di migranti. Ci sono film. Ci sono documentari. Non è più raccontare, la vera urgenza, ma ascoltare. E diffondere. Far sì che quelle storie non arrivino sempre alle stesse persone che già le conoscono. Evitare di fare la predica ai convertiti. Raggiungere chi non sa perché non è abituato a informarsi o non sa come e dove informarsi; o chi per imbarazzo e per mancanza di strumenti culturali pensa di non essere in grado di capire e di sapere.

L’immagine del piccolo Alan/Alyan annegato su una spiaggia ha fatto il giro del mondo. I media se ne sono impadroniti. È una immagine che fa riflettere o anch’essa è diventata parte dello spettacolo?

Il problema è che quella immagine non ha creato cambiamento. Prima ci siamo indignati e poi abbiamo discusso più sull’opportunità o no di pubblicarla che su cosa fare per evitare che i corpi di altri Alan venissero ritrovati sulle spiagge d’Europa. Abbiamo trasformato un problema umano a cui dare risposte politiche in un problema di etica della comunicazione. Usiamo tattiche raffinatissime per non soffrire e per non farci carico delle responsabilità.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

La nostra società ama le persone di successo.

Michela Murgia sostiene che «Sono i politici a essere assenti, non gli scrittori» e cita il suo nome insieme a quelli di Hamid Ziarati, Anilda Ibrahimi, Igiaba Scego, Lello Gurrado, Alessandro Leogrande, Antonio Manzini, Giuseppe Catozzella. Perché gli intellettuali non riescono ad essere ascoltati, non solo dai politici ma anche dal resto della società?

Stiamo parlando dell’Italia, giusto? L’Italia dove il 60% della popolazione non legge neppure un libro all’anno, manco un gialletto d’estate sotto l’ombrellone. L’Italia dove tutti sono allenatori di calcio e ricercatori medici e dove Facebook è la principale fonte d’informazione. L’Italia il cui Dna è stato modificato dallo spregio per la complessità operato dalle televisioni berlusconiane a partire dagli anni Ottanta. Gli intellettuali non sono ascoltati perché la loro voce arriva a una percentuale irrisoria di persone, e per di più in un Paese in cui la figura dell’intellettuale è stata messa all’indice per dare spazio allo spontaneismo dell’uomo della strada, che lui sì che conosce la verità.

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