Fatma, la serie Netflix che riscatta le donne nella Turchia di Erdogan

Su Netflix a partire dal 27 aprile, la serie tv Fatma è denuncia e riscatto, in un Paese dove le donne sono sempre oppresse.

DiMarco Lussemburgo

Mag 18, 2021

Dimenticate Uma Thurman in Kill Bill di Quentin Tarantino. La nuova icona di un femminismo forte e vendicativo si chiama Fatma, ed è la protagonista della omonima serie tv che Netflix ha coraggiosamente prodotto nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Sei episodi di nemmeno cinquanta minuti l’uno dove l’attrice Burgu Biricik, scarpe sfondate, impermeabile sformato, un foulard che sembra un velo, altro che la tutina gialla assai aderente di Beatrix Kiddo, dice basta ai soprusi e reagisce in ogni modo. Vittima di abusi da bambina di un vicino e per questo ripudiata dalla famiglia, abbandonata dal marito che la lascia sola con un figlio autistico, ignorata dalla sorella, vessata da ogni uomo che incontra sulla sua strada, Fatma Yilmez diventa una macchina da guerra e uccide, in ogni modo, continuamente, senza mai fermarsi.

Non è una serial killer, nessun compiacimento da assassino che gode ad uccidere, lei è solo una collaboratrice domestica arrivata da un villaggio rurale che suo malgrado si ribella alla condizione sociale che le viene imposta

Una storia di ribellione e riscatto

Una storia originale in cui l’autore e regista Özgur Önurme, alla sua vera opera prima dopo alcuni documentari e cortometraggi, infonde la forza che non ti aspetti da una donna della Turchia moderna, un Paese oscurantista come pochi, dove la condizione della donna è tenuta ai margini. Giudicata e criticata da tutti, anche dalla sorella che ha venduto anima e corpo per affrancarsi a un destino inaccettabile di paria nella scala sociale del Paese, Fatma forse non prende appieno coscienza della sua condizione. La sua è una reazione soprattutto d’istinto, dove il bene e il male non sono concetti da elaborare, ma tensioni che vive sulla sua pelle ogni giorno. Certo i soldi sono un problema. Il fratello non ne vuol sapere di questa donna che non ha saputo opporsi alla violenza da bambina e non si è uccisa per lavare l’onta come tutti si aspettavano. La vicina di casa la tratta come un soprammobile da spostare a piacimento piuttosto che come una locataria in perenne ritardo con l’affitto. Per non parlare del capo al lavoro e di quel miscuglio di uomini che la attorniano, alcuni con brame sessuali altri con il più naturale disprezzo.

Donne dimenticate dalla Turchia di Erdogan

Lei sta zitta e poi esplode. Nessun compiacimento. Semmai dolore, troppo dolore. Ed è questo che fa di lei una vera eroina, doppiamente eroina in un Paese dove le donne che hanno manifestato in piazza l’8 marzo sono finite in carcere e dove il 20 marzo, con un gesto unilaterale, Erdogan ha emanato un decreto che scioglie gli obblighi della Turchia ai sensi del Trattato del Consiglio d’Europa, beffardamente chiamato Convenzione di Istanbul, che regola le linee guida sociali e legali per combattere la violenza contro le donne. Un trattato firmato da 45 Paesi Ue a cui la Turchia si sottrae sostenendo che il sistema giudiziario di Istanbul offre adeguata tutela alle donne.
Un’affermazione smentita dai fatti più che dalle supposizioni. Nel 2020 secondo i dati raccolti da We Will Stop Feminicide in Turchia sono stati commessi 300 femminicidi, 171 omicidi di donne sono sospetti mentre ogni giorno 115 donne rischiano di fare la stessa fine. Secondo l’Oms il 40% delle donne turche subiscono ogni tipo di violenza domestica, contro il 25% delle donne europee. Matrimoni combinati e delitti d’onore sono il pane quotidiano.

Anche se la discriminazione di genere è proibita dalla Costituzione del 1982, il tasso di occupazione femminile nel 2019 era del 37,5%, mentre secondo il Global Gender Gap Index la Turchia sprofonda ai livelli bassi della classifica mondiale, ponendola al 120 esimo posto su 144 Paesi. Ancora più impressionante il tasso di alfabetizzazione che vede in Turchia il 6,5% delle donne che non sanno né leggere né scrivere.

Donne relegate nei villaggi rurali, sepolte in case dove producono e allevano figli quadi sempre da sole, alla mercé di mariti padroni e di famiglie che le vessano. Villaggi da dove arriva Fatma con il suo foulard e l’animo delicato, che finalmente un giorno si imbatte in una pistola e decide di aprire il fuoco

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