Elena Nemilova: «L’integrazione parte dagli stranieri non solo dall’accoglienza»

Perché limitarci a parlare di accoglienza? La psicologa russa insegna ai suoi pazienti a salvarsi da soli e ad aprirsi all’inclusione culturale.

Elena Nemilova è originaria di San Pietroburgo, ma da ormai sedici anni vive in Italia. In Russia si è laureata in Ingegneria, una facoltà che non le piaceva ma che la famiglia le ha imposto. Oggi è una psicologa e aiuta le donne e i giovani con background migratorio che vivono il dramma dell’esclusione sociale e sentono le loro origini straniere come uno stigma. Un percorso difficile, quello di Nemilova, il cui inizio spesso si intreccia a quello dei suoi pazienti. Poi, però, lei è riuscita a diventare un modello di integrazione riuscita. Oltre a lavorare privatamente, supportando minori stranieri con difficoltà di apprendimento ed inserimento scolastico, Nemilova collabora anche con l’associazione Vitaru, da anni impegnata nel sostegno alle donne russofone in Italia, a cui fornisce consulenza professionale pro bono. La sua esperienza è di lucido riscatto e racconta un aspetto diverso dell’immigrazione, mettendo in luce non solo le mancanze di chi ospita ma anche i limiti che si pone inconsciamente chi arriva.

Quanto è importante per i suoi pazienti stranieri avere un modello di successo a cui ispirarsi?

«Molte volte è quello che fa la differenza, vedere che io stessa ho iniziato in condizioni simili alle loro e non vale solo per le donne. Omar, un mio paziente di 15 anni libanese, viveva la scuola con un’enorme ansia da comunicazione. Non parlava bene l’italiano e si era costruito una trincea di isolamento. Quando gli ho fatto notare che anche io faccio errori in italiano, ma che ho imparato a considerarla una mia caratteristica e non una mancanza, per lui stato un enorme scatto in avanti».

In cosa si discosta la sua storia personale dalla loro?

«Molte donne russofone hanno una struttura familiare in mente che le porta ad attendere un uomo che si occupi di loro, il salvatore. Molte replicano questa dinamica anche una volta arrivate in Italia, pensano di non farcela da sole e finiscono in un incubo di solitudine e dipendenza dal marito. Ma anche io ho sposato un uomo italiano, da cui dipendevo economicamente».

Katia è una mia paziente ucraina, vittima di violenza economica dal marito. Lui si rifiutava di farle fare il ricongiungimento familiare con la figlia rimasta in Russia e, davanti alle proteste di Katia, ha smesso di dare soldi sia a lei che alla figlia, di fatto chiudendola in casa

Ma è solo una questione di soldi?

«Non esclusivamente. Donne sole a cui i mariti, a volte violenti, impediscono di creare una rete di affetti nuovi o che spesso si relegano loro stesse nel ruolo di madri e mogli, devono scontrarsi con la barriera linguistica e burocratica che ti mette davanti l’Italia. La mia paziente, Katia, non aveva chiara la sua posizione legale in Italia, non sapeva di poter richiedere la cittadinanza e fare lei stessa il ricongiungimento con la figlia».

Anche l’Italia ha un gap comunicativo…

«Colpevolizzare la società del Paese ospitante, quando il problema lo hanno dentro, è un tratto abbastanza tipico dei miei pazienti. Spesso gli stranieri fanno l’errore di non aprirsi alla società italiana, che io invece reputo molto accogliente e variopinta. Dal punto di vista burocratico è però fallimentare, districarsi tra le procedure amministrative è difficile anche per chi parla italiano. Le strutture sul territorio ci sono ma sono poco pubblicizzate, gli stranieri non sanno di poter chiedere aiuto e a chi rivolgersi».

E come vivono i suoi pazienti l’inserimento nel mondo del lavoro?

«In Italia è difficile trovare lavoro, se sei donna o giovane lo è ancora di più e se non sei italiano a volte è impossibile. Spesso i diplomi presi in altri Paesi non vengono riconosciuti in Italia e gli stranieri, soprattutto le donne, rinunciano a lavorare. Molte volte l’origine della loro insoddisfazione nasce dal non potersi realizzare lavorativamente».

Valya, una mia paziente russa in Italia da 19 anni, riconduceva la sua depressione alla sua vita in Italia, al marito assente per lavoro, ai figli grandi ormai indipendenti. Voleva tornare in Russia ma con la terapia ha capito che quello che le mancava era insegnare danza. Ha dovuto prendere un nuovo diploma per farlo ma ora è tornata a seguire la sua passione

Come vede il futuro per le nuove generazioni di origine straniera?

«Sembrerò ottimista ma con il dolore che ho dovuto superare per arrivare fin qui mi permetto di esserlo. Chi ospita deve saper orientare, semplificare le procedure, insegnare l’italiano. Il vero aiuto, però, arriva da noi stessi e finché lo cercheremo all’esterno saremo sempre succubi di qualcun altro, incapaci a realizzarci».

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