Due estranei. Il loop temporale del corto antirazzista di Netflix per ricordare George Floyd

Premiato agli Oscar 2021, Due estranei è un omaggio alle vittime della violenza razzista da parte della polizia, una visione da non perdere a un anno dalla morte di George Floyd.

DiElisa Mariani

Mag 25, 2021

Dite i loro nomi. C’era chi, Eric Reason, stava parcheggiando la propria auto. Chi, Rayshard Brooks, stava dormendoci dentro. Elijah McClain stava tornando a casa e a piedi e c’era anche chi, Breonna Taylor, era nella sua camera da letto quando è stata uccisa con otto colpi di pistola da un agente della polizia di Louisville.

Erano i loro nomi quelli cuciti nella fodera della giacca dello smoking D&G che il regista di Two Distant Strangers Travon Free indossava quando lo scorso 25 aprile, insieme al coregista Martin Desmond Roe, è salito sul palco degli Oscar per ritirare la statuetta per il miglior cortometraggio. Prima di ringraziare il produttore Netflix e chicchessia, Free ha ricordato che quel giorno, così come il giorno successivo, la polizia avrebbe ucciso tre persone, e che quelle persone sarebbero state più che altro nere.

James Baldwin una volta ha detto che la cosa più spregevole in una persona è il fatto di essere indifferente al dolore degli altri. Quindi io vi chiedo solo di non essere indifferenti. Non siate indifferenti al nostro dolore

Two Distant Strangers

Carter (Joey Badass) è un graphic designer che la sera prima ha dormito con Perri (Zaria Simone), un’affascinante sconosciuta. Potrebbe fermarsi per il brunch ma decide di tornare a casa dal suo amato cane Jeter. Esce dal portone, fa per accendersi una sigaretta rollata a mano ma per sbaglio urta un ragazzo sporcandogli la camicia e ne nasce un breve diverbio. Interviene un poliziotto e Carter muore soffocato, come George Floyd. Nella scena successiva Carter si sveglia trafelato dall’incubo nel letto della ragazza con cui si è addormentato la sera prima e questa volta, quando esce dal portone di Perri, fa bene attenzione a non urtare il ragazzo con il caffè in mano, ma Merk (Andrew Howard), lo stesso poliziotto bianco, lo sbatte contro un muro e lo uccide perché vuole spiegazioni sulla sigaretta. O sui soldi che ha nello zaino. O per uno qualsiasi dei pretesti che Merk usa per fermare Carter.

Per tutta la durata del corto non sembrano esserci sliding doors, un modo in cui Carter possa evitare di incontrare il poliziotto bianco razzista Merk e la morte. Non dipende dal caso, né dal quartiere, né dal suo atteggiamento, né dalle sue azioni, né dalle sue parole

Proverà a decostruire il suo e anche il comportamento di Merk – sorprendendolo per avere salva la vita – e farà anche l’estremo tentativo di fidarsi del poliziotto bianco che lo ha già ucciso altre 99 volte, ma per quanto Carter tenti di instaurare un dialogo, l’incomunicabilità tra i due rimarrà assoluta. Una incomunicabilità che il titolo originale del film sottolinea con l’aggettivo Distant: Carter e Merk non sono solo estranei, sono anche lontani l’uno dal modo di pensare dell’altro, incastrati in un loop temporale in cui uno viene ucciso e l’altro uccide, in una specie di ripetizione all’infinito degli episodi di violenza sistemica. E ancora una volta Carter si sveglierà scorato nel letto di Perri.

Eppure non per questo Carter rinuncerà a provarci, a cercare di rimanere vivo mentre sta compiendo un’azione qualsiasi, quale è tornare a casa dal proprio cane. Ma avrebbe potuto essere quella di rientrare a casa dopo una cena, come stava facendo Philando Castile quando nel luglio 2016 è stato colpito a bruciapelo da un poliziotto. O uscire per fare la spesa, come George Floyd il 25 maggio 2020.

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