Cronistoria di Cronistoria di un pensiero infame di Edoardo Albinati

Uscito il 13 settembre, Cronistoria di un pensiero infame è il pamphlet con cui l'autore della Scuola cattolica ha fatto i conti con la sua parte più oscura e si è dato una risposta politica.

Edoardo Albinati è un uomo coraggioso. Certo è pure uno scrittore importante, nel 2016 ha vinto il premio Strega con La scuola cattolica pubblicato da Rizzoli. È anche un uomo impegnato, da tanti anni insegna ai detenuti nel carcere di Rebibbia. Ma negli ultimi mesi di lui si è parlato soprattutto per un episodio che lo stesso scrittore definisce indifendibile. A metà giugno, mentre il ministro Matteo Salvini mostrava i muscoli negando l’approdo alla motonave Aquarius carica di migranti, Edoardo Albinati durante la presentazione di un suo libro che trattava proprio di migranti – Otto giorni in Niger, scritto per Baldini+Castoldi con la scrittrice e sua compagna Francesca d’Aloja – si lasciò andare ad una di quelle considerazioni che non si dovrebbero mai fare: «Sapete, sono arrivato a desiderare che morisse qualcuno su quella nave. Ho desiderato che morisse un bambino sull’Aquarius».

Parole di cui nella stessa presentazione ha subito aggiunto di «aver provato vergogna» per averlo pensato, ma non per averlo detto. A distanza di un paio di mesi, dopo essere stato attaccato da sinistra e pure da destra, Edoardo Albinati ha sentito il bisogno di scrivere un libro per spiegare il motivo di quelle sue dichiarazioni. Si chiama Cronistoria di un pensiero infame, è uscito in questi giorni da Baldini+Castoldi. Ed è il secondo atto di coraggio dell’uomo Edoardo Albinati. Una spiegazione si badi bene, non una giustificazione perché su questo già nelle prime pagine lo scrittore è lapidario: «Non voglio difendermi. Non sono difendibile. Quello che ho pensato è indifendibile. Augurarsi la morte di un altro essere, per di più innocente, è una posizione indifendibile. Sempre e comunque».

Aver detto a voce alta quello che a sinistra non pochi avevano pensato, magari senza il coraggio di ammetterlo, figuriamoci pubblicamente, era stato un atto di coraggio. Tornare sull’argomento senza lasciare che l’episodio finisse nell’oblio, cosa facile di questi tempi in cui la memoria è assai labile, è stato un secondo atto di coraggio. Già con radici.online, iniziando la serie di intervista con gli scrittori sul tema delle migrazioni, del multiculturalismo e dei nuovi italiani, Edoardo Albinati non si era sottratto alla inevitabile domanda: «Dopo quel pensiero mi sono immediatamente vergognato, e non solo perché era ignobile, ma anche e soprattutto perché sarebbe stato del tutto inefficace (link) Infatti, a questi qui, della sofferenza e della morte dei bambini immigrati non importa un fico secco: tant’è che quando ne affoga uno, scrivono “buon appetito ai pesci” o “vaffanculo, era meglio che te ne restavi a casa”. Ora credo che uno scrittore debba scavare nello sporco, digging in the dirt (come diceva una vecchia canzone di Peter Gabriel), e rivelare cosa ci sia sotto, lo sporco degli altri ma prima di tutto il proprio, il proprio rancore, la propria parte oscura, il proprio demone, ecco, sì, anche la verità più scomoda e indicibile deve essere conosciuta, deve venire a galla costi quello che costi. In me è venuta fuori con quel pensiero infame, che però rivendico come esemplare, perché spiega bene a che punto di non ritorno siamo arrivati».

Nel suo pamphlet il ministro dell’Interno è diventato ministro di Polizia. Edoardo Albinati alla fine lo addita anche della colpa di aver generato questi tempi cupi, in cui capita per reazione di confessare pensieri che dovrebbero essere inconfessabili: «La Realpolitik brutalmente applicata dal ministro di Polizia aveva generato un pensiero altrettanto brutale, il mio, con l’intenzione di raddrizzare di colpo la bilancia». Edoardo Albinati sa di non essere stato solo. Mentre sui giornali e sui social veniva coperto di insulti, il pensiero infame usciva allo scoperto visto che «parecchie persone mi hanno confessato essere stato il loro, anche se si son guardati dal dirlo…». Condividere più o meno occultamente un pensiero infame non provoca sollievi. Che all’origine di tutto ci siano altri pensieri infami secondo Edoardo Albinati può solo spiegare il tutto: «Gli ostaggi del governo italiano erano più di seicento, tenuti a mollo mentre il ministro di Polizia giocava il suo poker con un occhio ai sondaggi elettorali. Alzava la posta per guadagnare consenso. I naufraghi usati come fiches».

Detto tutto questo, davvero Edoardo Albinati si sarebbe augurato la morte di un bambino, di un altro Alyan con la maglietta rossa e le braghette blu spiaggiato sulla costa turca? Nella sua Cronistoria di un pensiero infame arriva la risposta: «In definitiva, no. Era un pensiero di quelli che la gente sforna a getto continuo, forma e subito scarta, forma per poi distruggere, un “immaginiamo che”, “poniamo che”, un ragionare tra sé. La differenza sta nel dirlo pubblicamente. Ho trovato comunque giusto, in quel momento, nel pieno dell’emergenza, esprimerlo a voce alta, o forse era ingiusto, forse era sbagliato, e però esemplare, significativo, andava detto, non mi pento affatto di averlo detto, costi quel che costi. Serve a indicare il punto a cui si arriva, senza ipocrisia, la bassezza di cui si è capaci. Di cui sono capace. Il cinismo non sarà mica un’esclusiva del ministro di Polizia!». C’è da discuterne. La discussione è aperta. Il tanto peggio tanto meglio non è cosa di questi tempi. È un pensiero che aleggia molto e oggi continua ad aleggiare sempre di più. Se essere cinici può avere un suo valore, per Edoardo Albinati non vanno comunque dimenticate le differenze: «D’accordo, il mio cinismo può essere ripugnante quanto si vuole ma è impotente, il cinismo di un ministro o di un governo è invece fattivo, produce conseguenze, produce vita e morte, benessere e malessere, produce giustizia e ingiustizia».

 

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