Capodanno cinese. Con l’anno della Tigre, si torna a festeggiare dopo il Covid

Il Capodanno cinese del 2022 nasce con la speranza di mettere fine alle discriminazioni innescate dal Covid, ci spiega il consigliere comunale Marco Wong.

Coraggio, passione, sicurezza in sé stessi sono le caratteristiche della Tigre d’Acqua. Oggi per i cinesi comincia il nuovo anno che sembra (finalmente) iniziare sotto buoni auspici. Il Capodanno cinese, che coincide con la Festa di Primavera e coinvolge i 300 mila cinesi che vivono nel nostro Paese, è molto più di una festa turistica o di una semplice ricorrenza bene augurante come siamo abituati in Occidente. Spiega Marco Wong, consigliere comunale a Prato del Pd, uno dei primi cinesi ad essere eletto in un’ istituzione italiana: «Gli anni di pandemia sono stati molto pesanti, per due anni non abbiamo potuto festeggiare il nostro Capodanno. Per questo motivo oggi la ricorrenza è ancora più sentita. Anche se in Italia, soprattutto a Milano, prima della pandemia le celebrazioni  si concludevano con la parata del Dragone, cosa che non avviene né in Cina né negli altri Paesi asiatici, per i cinesi di tutto il mondo non è un evento turistico».

Il Capodanno è identitario, una tradizione che ricorda le radici

Si calcola che nella sola Cina il business legato al Capodanno l’anno scorso, per due settimane di festeggiamenti, sia valso 120 miliardi di euro. Un terzo di quanto veniva movimentato prima della pandemia. Quest’anno si spera meglio, e nell’ingranaggio sono finiti pure i grandi brand della moda italiana, assai ambita dai ricchi cinesi, con collezioni dedicate. Ricchi e poveri, non potranno comunque fare a meno dei buonissimi jiaozi, i ravioli ripieni, e dallo scambiarsi le honghao, le buste rosse con piccole o grandi somme da regalare per propiziare buoni auspici.

Il Capodanno cinese i cui festeggiamenti durano ufficialmente due settimane sono anche l’occasione per una delle più grandi migrazioni di massa sulla Terra

Potendo, ogni cinese fa ritorno in patria per incontrare i parenti. E non meno importante, pulire bene le case. Anche questo considerato un gesto di grande augurio. Non a caso in Cina nei giorni immediatamente precedenti al Capodanno, si registra una notevole impennata nell’acquisto degli aspirapolvere e degli altri elettrodomestici che solitamente si adoperano per le pulizie di casa.

Con l’Anno della Tigre, finiranno le discriminazioni contro le comunità cinesi?

Questo anno della Tigre d’Acqua che inizia oggi, si spera, potrebbe anche essere l’occasione per fare pulizia di quegli atteggiamenti sconsiderati e discriminatori, al limite del razzismo, che hanno colpito le comunità cinesi in tutto il mondo, ritenute “colpevoli” di aver diffuso il Covid-19, solo per avere in tasca il passaporto della Repubblica Popolare Cinese o, ancora peggio, origini familiari. Una cosa che Marco Wong, bolognese e cinese, imprenditore e ingegnere, amministratore pubblico per passione e convinzione, spera sia decisamente finita: «A febbraio 2020, quando ancora si sapeva poco della pandemia, la Cina è stata fortemente identificata con il Covid».

Per fortuna non era un atteggiamento diffuso, ma si sa che in questi casi basta una persona sola per ingenerare discriminazione. Questa corrispondenza col tempo è venuta a scemare. E oggi, dopo la decisa reazione della Cina nel combattere il virus, le mascherine e gli aiuti sanitari fatti arrivare in Occidente, l’immagine dei cinesi nel mondo è decisamente migliorata

Sono passati quasi 120 anni dalla prima migrazione di massa dalla Cina verso l’Italia, attratta dall’Expo di Milano del 1906. Esponenti della comunità fanno parte delle istituzioni, a Prato esiste Radio Italia Cina, nostro media partner, ma c’è ancora una strada molto lunga da fare, come ricorda Marco Wong: «I modelli di inclusione sociale degli stranieri di molti Paesi europei da noi non esistono. In Italia c’è un non metodo. La situazione è anarchica. A destra si guarda ai processi migratori come una cosa da evitare. A sinistra c’è molta retorica buonista. Il dibattito alla fine è fagocitato dalle notizie degli sbarchi che sono oramai un fenomeno marginale. Si fa sempre molta confusione: un conto è l’accoglienza, un’altra cosa è l’integrazione».

L’identità non è esclusione

Così come, ed è giusto ricordarlo oggi che iniziano i festeggiamenti del Capodanno cinese, identità e radici non sono così semplici da definire. E non è certo un passaporto a fare la differenza, come ci ricorda ancora Marco Wong, consigliere comunale a Prato: «Mia moglie è cinese. Un figlio è nato a Roma, l’altro a Pechino. In casa mia moglie parla cinese, io italiano».

La questione delle radici è una cosa che mi ha assillato tanto. Anche perché dovevo sottostare alle solite domande: “Se scoppia la guerra tra l’Italia e la Cina con chi stai?”, oppure “Per chi tifi quando c’è la partita Italia-Cina?”

«Il tema viene posto male. Una identità non esclude l’altra. Sono un ingegnere e questa è una cosa che ha formato la mia identità. Poi ho l’identità del motociclista perché mi piace andare in moto e ho anche il giubbotto di pelle. Si parla sempre di identità come esclusione. Invece come esseri umani siamo poliedrici»

Foto/Flickr: Choo Yut Shing