Barba: «Le leggi contro la tratta sono le stesse dalla schiavitù in America»

La presidente dell’Associazione Ebano di Milano racconta tutti i limiti della legislazione italiana contro la prostituzione. Eppure, spiega, basterebbe poco per risolvere il problema alla radice.

DiMichela Fantozzi

Gen 5, 2022
tratta

«La situazione per le vittime di tratta è tragica. Per finanziare il mio progetto, ho dovuto usare il mio stipendio. In questo momento in carico a Ebano ci sono 19 persone tra donne e bambini che, se fosse stato per lo Stato, avrebbero vissuto sotto a un ponte». Michelangela Barba, educatrice, è la presidente dell’Associazione Ebano di Milano, che supporta donne ex prostitute nel percorso di uscita dalla strada.  L’associazione inizialmente faceva parte della piattaforma antitratta ma, sostiene Barba, i grossi limiti d’aiuto alle vittime di prostituzione che questo sistema impone hanno incentivato Ebano a inventare un servizio di assistenza unico e indipendente.

Perché avete scelto di lasciare l’antitratta?

«Perché in Italia c’è un divario forte tra la tutela legale per le donne riconosciute come vittime di tratta rispetto a tutte le altre. Se sei riconosciuta come vittima di tratta, i tuoi carnefici avranno delle condanne molto più severe e sarà previsto per te anche un diritto al risarcimento oltre che un percorso di aiuto sociale. Mentre se sei considerata prostituta volontaria, allora hai diritto solo a test gratuiti per malattie sessualmente trasmissibili».

E come fa la legge a identificare le prostitute volontarie?

«La legge non identifica le prostitute volontarie, ma la riduzione in schiavitù. Quindi una donna deve dimostrare che il trafficante le abbia tolto la possibilità di circolare liberamente, di utilizzare un telefono, i documenti, le chiavi di casa. Se lo dimostra, allora le viene concesso un aiuto. Per le donne nigeriane è più facile essere riconosciute come vittime di tratta, mentre le donne romene no, dato che essendo cittadine comunitarie hanno libertà di soggiorno».

Quali altri criteri deve soddisfare una sopravvissuta alla tratta per essere riconosciuta come tale?

«Deve rientrare nei casi definiti dagli articoli 600 e successivi del Codice penale: il primo è relativo alla riduzione schiavitù. Se la vittima non può dimostrarlo, non c’è nessun reato. A meno ché non riesca a dimostrare che il trafficante ne abbia favorito la prostituzione o che abbia gestito i suoi soldi. In quel caso risponde di un reato, l’art 3 della legge Merlin».

Cioè?

«La legge Merlin, che  punisce lo sfruttamento della prostituzione, si configura come reato contro la morale. Se il trafficante ha usato violenza ma non ne ha limitati gli spostamenti allora rientra nello sfruttamento aggravato della prostituzione. Ciò significa che il reato sfugge a una prescrizione più ampia, la vittima non ha il patrocinio gratuito senza limiti di reddito o con Isee; non ha il 4 bis, cioè i limiti di accesso ai benefici per i colpevoli di questo reato; non prevede per lo sfruttatore straniero la limitazione dell’asilo politico, e così via. Se vuoi avere una tutela maggiore devi rientrare nella riduzione in schiavitù, ma se avevi le chiavi di casa allora puoi dire addio alle tutele dell’art 600».

Perché il Codice penale non lo prevede?

«Perché per queste norme il legislatore ha solo riformulato delle leggi che preesistevano nel codice Rocco riferite alla tratta degli schiavi dall’Africa all’America».

Ci sta dicendo che le leggi che usiamo contro la tratta risalgono a due secoli fa?

«Sì, quelle leggi sono state pensate per il commercio di schiavi dell’800. Sono state riprese da lì, e diciamo che fino all’inizio degli anni duemila tutto sommato ci stava, perché i primi metodi di sfruttamento della prostituzione erano metodi molto violenti, quelli che abbiamo letto nei giornali, come il famoso caso di Adelina, rapita in Albania e costretta con stupri e botte alla strada. Il problema è che non si è mai preso atto di come le tecniche dei trafficati siano cambiate. Perché da quando la Romania è entrata nell’Unione Europea e la libera circolazione è diventata più facile, quella più utilizzata è la tecnica del lover boy».

Di cosa si tratta?

«Una tecnica psicologica che io chiamo il delitto perfetto, perché non ci sono conseguenze per chi la adopera. Consiste per il trafficante di individuare una ragazza minorenne piuttosto fragile, preferibilmente orfana, fingersi innamorato di lei, creare un legame, portarla in un paese straniero e costringerla prima con un ricatto emotivo e poi anche con la forza fisica alla prostituzione».

E in questo caso, non sono previste pene?

«Puoi fare al massimo 10 mesi di carcere, pena che è possibile scontare ai domiciliari. Il fenomeno della tratta è in espansione anche a danni delle donne italiane perché gli uomini italiani hanno iniziato a sfruttare le scappatoie della legge. Hanno scoperto che oltre a spacciare droga c’è un altro modo per guadagnare tanto, subito e senza rischi».

E a livello europeo, non si è fatto nulla?

«Una raccomandazione europea del 2016 chiedeva agli Stati membri di adeguarsi alla questione del lover boy. Dal punto di vista probatorio è estremamente difficile capire come procedere per qualificare a livello giuridico una vittima di lover boy e la giurisprudenza, ahimè, ancora non è arrivata. Proprio per questo come associazione Ebano ci occupiamo di queste vittime non riconosciute e siamo molto favorevoli all’approvazione nel nostro paese del modello nordico o abolizionista».

Modello nordico che prevede la multa o l’arresto del cliente.

«Non solo. Quello che più di tutto ci interessa è l’aiuto alla fuoriuscita per tutte le donne dalla prostituzione senza discernere su come ci siano arrivate, perché è sacrosanto e perché risolve il problema alla radice. Quindi le donne non dovranno più dimostrare di aver subito violenza o sfruttamento (un po’ come avveniva alle donne che denunciavano uno stupro) per ricevere aiuto. Solo per il fatto di essere in questa situazione hanno diritto a uscirne, punto».

Un po’ come avviene nei Serd, il Servizio territoriale per le dipendenze.

«Esatto. Perché nessuno chiede a un tossico che vuole disintossicarsi dettagli su come ha iniziato la sua dipendenza, nessuno gli chiede di passare un test di idoneità per accedere al servizio di aiuto. L’aiuto è automatico. Noi chiediamo semplicemente che sia applicato lo stesso meccanismo alle donne ex prostitute senza applicare una serie di distinguo che non fanno altro che affossare le vittime».

Per la vostra associazione è stato facile ricevere fondi o ascolto dalle istituzioni pubbliche?

«No, affatto. Per anni io sono andata avanti e indietro con le amministrazioni pubbliche, cercando di trovare qualcuno con cui dialogare, raccontare la questione del lover boy perché non la sapeva nessuno. A un certo punto, insieme a una volontaria di Ebano, l’avvocata penalista Rita Riccardelli, abbiamo fatto una memoria sulla questione della disapplicazione della legge Merlin e l’abbiamo portata alla sede italiana del Parlamento europeo. Dopo quattro mesi, siamo state contattate dal Senato della Repubblica e io sono andata a parlare in varie commissioni come membro tecnico».

In Senato, quali decisioni sono state prese?

«Abbiamo partecipato a una commissione voluta dalla senatrice Maiorino all’indomani della sentenza della Corte costituzionale che ha confermato la costituzionalità della Legge Merlin. Questa commissione ha votato e approvato una relazione conclusiva in favore del modello nordico e citava per la prima volta la tecnica del lover boy. E questo risultato è stato possibile grazie a ogni singolo pezzettino apportato da più realtà: in commissione ci siamo andati noi, c’è andata Resistenza Femminista, c’è andata Adelina e abbiamo portato a casa il risultato. Abbiamo lasciato delle tracce nelle carte delle Stato».

 

Foto: Flickr

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