AnthroDay 2022: l’antropologia umanitaria di Medici Senza Frontiere

MSF associa cure a ricerca antropologica nelle sue missioni. All’AntroDay, Pierluigi Taffon e Vanda Elisa Gatti parleranno dell’antropologia nella politica sanitaria.

Prima associazione medico-umanitaria al mondo, Medici senza frontiere dal 1971 è in prima linea nelle più drammatiche crisi umanitarie. Pandemie, Ebola, guerre, catastrofi naturali, emergenze endemiche. Ma anche assistenza ai migranti, intervenendo nel Mediterraneo e nei punti nevralgici delle rotte migratorie. E quando a inizio del 2020 anche il primo mondo è stato investito dal Covid, MSF non ha esitato a scendere in campo, mettendo a disposizione della comunità conoscenze acquisite nel corso di decenni di lavoro sanitario in contesti tra i più critici al mondo. Un’associazione che fa dell’indipendenza, della neutralità e dell’imparzialità i principi cardine della sua mission, resa possibile dal supporto finanziario di donazioni ricevute solo da privati per portare cure mediche gratuite lì dove ce n’è più bisogno.

Una scelta, quella di non allinearsi dalla parte di chi le crisi umanitarie le genera o nel miglior caso le supporta, che ha portato Medici senza frontiere a restituire i fondi europei percepiti. Era il 2016 e l’Unione Europea firmava gli accordi con la Turchia per la gestione dei migranti. Una linea di azione che lo scorso novembre ha portato Medici Senza Frontiere a rinunciare anche alla proposta del Movimento 5 Stelle, che li aveva scelti come destinatari dei 4 milioni ricavati dalle restituzioni dei portavoce

Medici senza frontiere  ha compreso che la medicina da sola non basta, e di essersi fatta portabandiera di un approccio olistico, anche con l’apporto fondamentale di antropologi per la riuscita delle missioni. Non solo medici, quindi, ma anche professionisti per non dimenticare che dietro al paziente si cela sempre la complessità dell’essere umano. NRW ha intervistato Pierluigi Taffon, antropologo e coordinatore di progetto per MSF e Vanda Elisa Gatti, coordinatrice dei volontari MSF a Milano che oggi interverranno al dibattito “Mai da soli. Almeno in due” all’interno dell’ AnthroDay, il festival dell’ antropologia organizzato dall’università Bicocca.

Medici Senza Frontiere e l’antropologia sanitaria

Pierluigi Taffon, un dottorato in Antropologia e una laurea in Sociologia, lavora per MSF da sei anni, e ha coordinato progetti in Africa e Medio Oriente, dove ha anche condotto ricerche antropologiche e programmi di educazione alla salute. «La mia preparazione di antropologo mi ha consentito di osservare e analizzare le realtà sociale e culturale in cui MSF si trova a operare, per poi definire attività e, in particolare, messaggi di promozione della salute comprensibili dalle comunità a cui ci rivolgiamo», spiega Taffon. Non si può infatti dimenticare che dietro al lavoro di medici e sanitari si cela una criticità umanitaria, e Medici senza frontiere fa molto affidamento su figure non sanitarie in grado di leggere la rete sociale in cui i pazienti vivono.

Pierluigi Taffon

«I tecnici spesso parlano una lingua incomprensibile a tutti, figuriamoci se rivolta agli abitanti di un villaggio rurale in Congo. Proprio in Congo sono stato inviato per fare un assessment del contesto in cui si doveva avviare un progetto di prevenzione alla malaria, che stentava a partire. Mi sono accorto che lo staff locale usava il termine francese corrispondente, paludisme, mentre la comunità locale utilizzava il termine “malaria”. Questo è un esempio banale che però già dimostra una distanza linguistica, anche tra soggetti portatori di una stessa cultura».

Il lavoro di antropologo si profila come conoscitore e scopritore dei ponti che facilitano la mediazione tra staff medico e popolazione fatta dagli health promoters

Una mediazione necessaria per curare tutti

Se Medici Senza Frontiere vuole restare distante dagli intrecci politici che sono causa ed effetto delle malattie che va a curare, deve però intervenire in società complesse, in cui politica, economia e tradizione si accavallano. Diventa importante inserirsi per salvaguardare le vite umane, ma al tempo stesso non stravolgere la realtà in cui interviene. Anche quando la medicina occidentale subentra a quella tradizionale: «Si crede, sbagliando, che popolazioni abituate ad utilizzare la medicina tradizionale siano diffidenti verso la medicina occidentale, invece è vista come complementare. In Cambogia per esempio molti preferiscono rivolgersi al curatore piuttosto che al medico perché il curatore accetterà di essere pagato in base alle possibilità del paziente, e solo dopo che il malato sarà di nuovo in condizioni di lavorare e di conseguenza guadagnare.

In una struttura sanitaria, in qualsiasi Paese, il malato e la sua famiglia dovranno pagare prima ancora di sapere che la terapia abbia funzionato e senza la certezza della guarigione

Una questione dunque di economia sanitaria che stride con le economie locali. Ma anche di accessibilità delle cure mediche che spesso può essere confusa con rifiuto e diffidenza, a meno che non ci sia chi, come Pierluigi Taffon, conduce analisi politiche, sociologiche e culturali della comunità locale. «È difficile che un progetto riesca se la popolazione locale non lo comprende. E lo stesso staff medico a volte non ha i mezzi per comprendere il come e il perché le comunità non partecipano. È fondamentale studiare la struttura sociale e capire chi sono gli interlocutori giusti con cui dialogare. A volte il capo villaggio, i saggi, il curatore. A volte le donne, caregiver primarie, ma ignorate, come ho scoperto in Congo».

Vanda Elisa Gatti

Antropologia sanitaria nelle carceri italiane

Se si pensa che MSF sia attivo solo nei Paesi in via di sviluppo si sbaglia. Ricordiamo ancora gli “angeli bianchi” che in piena pandemia hanno fornito il loro supporto in tutta Italia. «Negli anni abbiamo acquisito competenze logistiche nella gestione delle pandemie che si sono rivelate fondamentali anche in Italia», racconta Vanda Elisa Gatti. E, di nuovo, MSF è sceso in campo per coordinare le misure sanitarie nei posti a maggiore rischio di diventare dei cluster, le Rsa e le carceri.

Dopo l’insurrezione nel carcere di San Vittore a Milano, partita dai detenuti come denuncia di condizioni sanitarie precarie, noi ci siamo proposti per intervenire. D’accordo con le istituzioni siamo entrati a San Vittore, ma anche nell’ospedale di Lodi e in altre strutture in Liguria e Piemonte. Davamo supporto logistico, ridisegnavamo l’architettura degli spazi in modo da limitare i contatti tra detenuti ma anche per tutelare gli agenti di polizia penitenziaria, sanificavamo e distribuivamo dispositivi sanitari, ricorda Gatti.

Oltre al lavoro medico non poteva, anche in questo caso, mancare l’aspetto umano e antropologico, in un contesto in cui esistono barriere di ogni tipo, fisiche e linguistiche. Spiega Vanda Elisa Gatti: «Il carcere è il mondo in un microspazio, ed è fondamentale riuscire a mediare tra le tante particelle che lo compongono. I detenuti avevano reagito con rabbia, ma avevano paura. Ci chiedevano cosa stava succedendo fuori, erano preoccupati per i familiari che non potevano più incontrare. Li abbiamo ascoltati, e si sono creati legami di fiducia reciproca».

I più giovani ci accompagnavano durante la distribuzione delle mascherine nel raggio di appartenenza , guidandoci e assicurandosi che fossimo anche noi tutelati. È stato un lavoro umano enorme, ma quel che ne è nato è stata un’esperienza di supporto reciproco ed enorme solidarietà. Una di quelle cose che MSF custodisce e riporta nel mondo

Il progetto di MSF nelle carceri lombarde

Medici senza frontiere è in prima linea, ma i governi?

Medici senza Frontiere ha dunque sviluppato un modello di approccio umano alla gestione di crisi sanitarie, ha capito che non esiste cura che prescinda dalla sfera quotidiana dell’uomo. Viene da chiedersi perché governi e partiti preferiscano elogiare a gran voce, perfino devolvere fondi propri a MSF, ma continuano a finanziare e causare le più drammatiche emergenze umanitarie.

Chiediamo a Vanda Elisa Gatti, che durante la pandemia  ha operato a Milano, una delle città più colpite, quale sia il rapporto con le istituzioni: «Nel momento emergenziale c’è stata piena collaborazione, siamo entrati subito in quei posti a rischio focolaio che le istituzioni non sapevano gestire. Il nostro unico fine è salvaguardare vite umane, del resto. Ma rimaniamo spesso fortemente critici nei confronti di decisioni internazionali che sembrano remare nella direzione opposta». Si riferisce agli accordi con la Turchia?

Non solo. Qui in Italia abbiamo dato un contributo nella  gestione delle misure sanitarie prevenzione nella fase acuta della pandemia, che è tutt’oggi priorità del Paese, ma nei centri di detenzione libici il Covid non è mai stato un vero problema. Noi lì ci siamo, ma per curare e sostenere le vittime di torture atroci

Proprio sulla questione libica MSF ha nei giorni scorsi rivolto un appello al neo rieletto Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo di cancellare gli accordi Italia-Libia del 2017. È forse arrivato il momento per sperimentare anche un modello di antropologia per cambiare l’approccio della politica alle questioni umanitarie?