La difficoltà di trovare una casa, specialmente nei grandi comuni come Milano, è un tema drammatico. Ancora di più fra cittadine e cittadini stranieri perché condizionata dalla precarietà, dal permesso di soggiorno, dalla mancata emersione e regolarizzazione. Dopo la pandemia, tale precarietà ha assunto rilievi importanti e necessita di grande attenzioni da parte dell’amministrazione nonché di progetti efficaci.

Il caso della signora Rosy

Una signora che avevo ricevuto in uno sportello di consulenza pro bono in un quartiere periferico di Milano, si era rivolta ad un’assistente sociale per chiederle di aiutarla a prendere la residenza in uno degli indirizzi messi a disposizione dal Comune di Milano per le persone senza fissa dimora. All’inizio non capivo esattamente di cosa mi stesse parlando la voce al telefono. Ho chiesto i dati della signora e ho ricostruito la situazione: la signora Rosy, cittadina peruviana di 32 anni, si era rivolta a me in primavera perché non aveva più notizie della sua richiesta di regolarizzazione. La sua datrice di lavoro aveva mandato la richiesta nell’agosto del 2020, in occasione dell’ultima “sanatoria”, ahimè ancora in corso per molti lavoratori e lavoratrici dopo oltre due anni dalla sua approvazione. Dopo mesi di attesa non sapeva più cosa pensare e si era rivolta a me per avere notizie. I documenti e la pratica erano a posto. Lei lavora presso la datrice e sono in buoni rapporti. Il compagno di Rosy è cittadino di El Salvador ed hanno due bambini piccoli. Vivono in casa della sorella di Rosy, anche lei ha due bimbi ed un marito. Il compagno di Rosy ha da poco ottenuto la protezione internazionale ed ha già un permesso di soggiorno valido in mano. Lavorano entrambi, i bimbi tutti iscritti a scuola. Le avevo detto di pazientare e che a breve avrebbe ricevuto i suoi documenti.

L’assistente sociale mi conferma che Rosy era stata in effetti convocata dalla Prefettura ed aveva ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di lavoro da pochi mesi. La casa dove abita con la sua famiglia è in affitto ed è intestata alla sorella di Rosy. La disponibilità di un alloggio è stato un requisito fondamentale per l’ottenimento dei documenti di soggiorno di Rosy

Il problema della casa è il problema di una famiglia

Ora che anche Rosy ha ottenuto un permesso di soggiorno, teme che la casa sia troppo piccola perché anche la sua famiglia prenda la residenza presso quell’abitazione. L’idoneità per l’alloggio attesta che la casa è per 6 persone, ma è un trilocale e per ora a loro va bene così. In ogni caso, cercare una nuova abitazione per la loro famiglia sarebbe impossibile: i costi degli affitti e delle garanzie economiche richieste per una regolare locazione sono proibitivi. Resteranno tutti a casa della sorella, ma lei prenderà la residenza altrove. Di qui la richiesta ai servizi sociali da parte della signora, evidentemente disorientata, di iscriversi ad un indirizzo di residenza fittizio.

Quando una casa diventa un requisito per la regolarizzazione

A ben guardare l’attestazione di idoneità per l’alloggio non è prevista come requisito per il perfezionamento della procedura emersiva, né dall’art. 103 D.L. 34/2020 né dal Decreto interministeriale del 27 maggio 2020. Successivamente all’introduzione delle Circolari Ministeriali, le Prefetture hanno iniziato a chiederla. La giurisprudenza sulle precedenti “sanatorie” dovrebbe aver già chiarito il punto, ma così non è stato per le procedure attualmente in corso, che non tengono minimamente in considerazione le difficoltà abitative che gli stranieri e le straniere stanno incontrando. Soprattutto quelli interessati da questa regolarizzazione senza fine (cambi di domicilio, morte del datore di lavoro con cui convivevano, impossibilità di locare personalmente un immobile, reperire un’abitazione idonea ecc).

Gli effetti di non avere una casa sulla regolarizzazione

Il tema della residenza, che è un diritto della persona, e dell’abitazione, anche questa un diritto costituzionale, si sgretolano di fronte alle procedure del diritto dell’immigrazione. Sì, perché per i non cittadini, non poter disporre di una residenza o anche solo di un domicilio, ha effetti su moltissime procedure legate alla regolarità del soggiorno nel Bel Paese. Come per Amadou, giovane senegalese con un permesso per protezione umanitaria scaduto a gennaio del 2020. Da 3 anni chiede il rilascio di un permesso di lavoro ma, solo ad agosto dello scorso anno, ha trovato un connazionale che lo possa ospitare regolarmente. Adesso infatti vive in provincia di Milano, parla bene l’italiano, lavora sodo. Nel frattempo i suoi dati rimbalzano dalla Questura di Agrigento, Macerata, Torino e forse finalmente Milano. Sono 4 mesi che aspettiamo una risposta, ma nessuno sa dirci dove è finito il suo permesso di soggiorno. Per fortuna, l’azienda brianzola dove lavora, gli ha appena rinnovato a tempo indeterminato il contratto e lui finalmente mi ha sorriso.

Due funzionari per 27 mila pratiche

Ma gli altri? La crisi e la pressione abitativa resta un tema drammatico, soprattutto in grandi aree urbane come Milano con costi proibitivi per l’affitto e una lunghissima lista di attesa nelle graduatorie per le case popolari. Ancora di più per i cittadini e cittadine stranieri, ostaggi della burocrazia e di un processo di regolarizzazione: secondo i dati del Viminale, al 10 novembre scorso, risultavano ancora in corso di istruttoria 51.019 domande (il 24,5% delle 207.870 istanze presentate nel 2020). Solo a Milano sono state inviate il 10% delle domande per l’emersione, con 27 mila pratiche. Ma solo la metà sono state elaborate ed i funzionari che se ne devono occupare sono rimasti in due.