Il long read di questa settimana è tratto da "Yekl" (Mattioli 1885, 2019) di Abraham Cahan. Un racconto di ricongiungimento familiare sullo sfondo della New York del ghetto, vista dal di dentro. Il finale, non scontato, lascia speranze e qualche ripensamento.

Abraham Cahan
Yekl
(Mattioli 1885, 2019)

Li chiamavano “greenhorn”, che sarebbe come dire babbei. Era l’umanità migrante che attraversava un oceano, si lasciava alle spalle un’Europa macilenta per approdare alle scintillanti luci di New York, intraviste dal piroscafo parcheggiato ad Ellis Island, prima tappa in un centro di accoglienza ante litteram. Ebrei russi in quantità. Come Abraham Cahan, giornalista e socialista, scrittore insuperabile di quegli anni. In Yekl, il suo primo romanzo, racconta la New York del ghetto, il mondo che gira attorno a Suffolk street. Un racconto che si fa vivo perché lo conosceva come le sue tasche. La storia non banale è quella di un ricongiungimento famigliare. Jake, operaio in un’azienda tessile che ha americanizzato non solo il suo nome, paga il biglietto al piroscafo per la moglie e il figlio. Lei ebrea ortodossa sbarca con la parrucca a nascondere i capelli. Non parla una parola d’inglese, la modernità e i nuovi costumi sono solo fonte di paura. Ambientarsi non sarà facile. L’Oceano attraversato è molto più di un punto geografico sulla cartina della vita. Il finale, non scontato, lascia speranze e qualche ripensamento. Alla fine un libro che si divora di quest’autore poco conosciuto, che ha aperto una strada agli Henry Roth e Philip Roth che in epoche diverse racconteranno la comunità ebraica statunitense vista dal di dentro. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’editore Mattioli 1885 pubblichiamo un estratto del libro Yekl.

Copertina

Il ghetto di New York

Dopo cena, che consumò come al solito nella sua stanzetta, uscì per fare una passeggiata. Avendo assolutamente deciso di non andare alla scuola di Joe Peltner, si diresse nella direzione opposta a Suffolk Street, dove si trovava la scuola. Superati alcuni isolati, tuttavia, i suoi piedi, nonostante la decisione, svoltarono in una stradina laterale da dove poi lo condussero in un altro vicolo che portava a Suffolk. “Va bene, mi limiterò a dire a Joe che non m’è riuscito di vendere nemmeno un biglietto per la sua serata danzante, e che è meglio che glieli restituisca” tentò d’ingannare la sua coscienza. Felice d’aver trovato questo pretesto, accelerò il passo per quanto lo permettevano i marciapiedi affollati di gente.
Fu costretto a farsi strada tra il fitto brulichio di un’umanità seminuda e infelice; i bidoni pieni della spazzatura esibivano il loro contenuto che traboccava in mucchi enormi, allineati lungo le strade punteggiandole come un sarcastico ricordo di file di alberi; file e file di scantinati e di scale antincendio, ingombri di materassi, cuscini e piumini non ancora ritirati per la notte. L’aria afosa era pesante di odori nauseanti e percorsa da un brusio continuo, stridulo e, per così dire, lamentoso. La cena era stata consumata velocemente, e la brulicante umanità degli enormi caseggiati smaniava per una “boccata d’aria fresca”, come anche questi individui direbbero tra sé e sé, tra virgolette.

Quanto a respirare, Suffolk Street è nel vivo della battaglia. Perché si trova nel cuore di quella parte dell’East Side che negli ultimi due o tre decenni è diventata il ghetto della grande metropoli americana e, di conseguenza, la metropoli dei ghetti del mondo.

Si tratta di uno dei luoghi più densamente popolati sulla faccia della terra – un oceano ribollente d’umanità, alimentato da torrenti, ruscelli e rivoli d’immigrati che provengono da tutti i luoghi d’Europa dove si parla yiddish. Di rado un intero isolato non è un rifugio per ebrei che provengono da ogni angolo della Russia, Polonia, Galizia, Ungheria, Romania; ebrei lituani, ebrei di Volinia, ebrei della Russia meridionale, ebrei della Bessarabia; folle di ebrei provenienti dalla ‘zona di residenza’; 5 ebrei russificati espulsi da Mosca, San Pietroburgo, Kiev o Saratoff; ebrei che fuggivano la giustizia; ebrei che fuggivano dalla crudeltà dell’ingiustizia politica ed economica; gente strappata a una solida posizione nella vita e ad affetti profondamente radicati dal capriccio dell’intolleranza o dalle insidie della demagogia – capri espiatori innocenti di un governo colpevole perché la sua popolazione oltraggiata ha male indirizzato la propria cieca rabbia; studenti sbattuti fuori dalle università russe, e giunti su queste rive in cerca di sapere; artigiani, commercianti, insegnanti, rabbini, artisti, mendicanti – tutti venuti in cerca di fortuna. Non c’è nemmeno un caseggiato popolare che non dia ricovero nel proprio seno a esemplari di tutte le stravaganti metamorfosi operate sui figli d’Israele del grande esodo moderno dalle vicissitudini della vita in questa Terra Promessa di oggi. Vi si trovano in abbondanza ebrei nati lì, consegnati alle grinfie della miseria dalle nuove condizioni; ebrei allevati nella morsa del bisogno e che poi sono diventati ricchi; brave persone degradate moralmente nella lotta per il successo in un ambiente spietato; scarti morali sollevatisi dal fango, purificati e intrisi di rispetto per se stessi; uomini e donne colti la cui finezza intellettuale è offuscata dalle avversità; operai analfabeti illuminati – insomma, gente con precedenti d’ogni tipo, gusti, abitudini, inclinazioni e ogni sorta di sottodialetti dello stesso gergo, gettati in un unico calderone sociale – un guazzabuglio umano i cui singoli componenti sono mutati ma ancora non sono fusi in un tutto omogeneo.

© (Mattioli 1885, 2019)

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