Arrivato a Cagliari a 25 anni, è l'atleta che ha portato l'Italia ai massimi livelli in uno sport nel quale il nostro Paese non ha mai brillato. Oggi, però, le sue soddisfazioni arrivano da quelli che lui chiama "i suoi carciofi".

A guardarlo, mentre ride, scherza e gesticola seduto al bar del centro sportivo milanese Bonacossa, crollano tutti gli stereotipi che ritraggono i cinesi come persone chiuse, diffidenti e impenetrabili. Yang Min, per gli amici e gli allievi solo Yango, è stato un campione di tennis da tavolo.

Piccolo, muscoloso e veloce, ha un carattere estroverso e la rara dote dell’ironia. Aveva 25 anni quando è arrivato da Shanghai per giocare nella squadra del Cagliari. All’epoca, prima di diventare cittadino italiano e star internazionale del ping- pong, parlava un italiano più mimato che parlato. Poi le cose sono cambiate: dopo aver scalato il ranking mondiale, diventando uno dei giocatori più forti al mondo, nel 1995 ha indossato la maglia azzurra per i campionati mondiali che, quell’anno, si tennero proprio in Cina, a Tianjin, dove sconfisse l’allora campione olimpico coreano Yoo Nam Kyu.  «L’Italia è bellissima, ho scelto vivere qui perché siete un popolo affascinante con molte aspettative ed esigenze, ma dovreste essere più rigorosi», racconta a NuoveRadici.World

In Italia Yang Ming è arrivato perché Shangai, alle fine degli anni Ottanta, gli stava stretta: lui voleva viaggiare, emergere. E ci è riuscito. Ha partecipato a sei campionati mondiali, e altrettanti campionati europei.

L’ultima partecipazione olimpica è datata Atene 2004, ma lui continua a salire il podio: Yang Min detto Yango ha appena vinto la medaglia d’oro ai campionati europei dei veterani over 50 a Budapest. Molto amato e stimato, gli esperti del settore lo considerano un giocatore versatile, ma anche un avversario che ha sempre una buona parola per tutti – che sia in italiano, inglese, francese, tedesco o giapponese.

Dopo Olimpiadi del 2004 ha iniziato la sua carriera da allenatore e oggi segue quelli che lui chiama, con ironia, i “carciofi“: dilettanti che, ogni giorno giocano sotto la sua guida esperta al centro Bonacossa di viale Mecenate. Ragazzini, adulti e anche qualche giovane promessa. «I carciofi crescono, ma divertendosi», spiega con vitalità a NuoveRadici.World

Suo figlio, all’anagrafe Yang JiaQi ma Gigi per gli amici, ha 22 anni e studia Relazioni Internazionali all’università Cattolica. «Lui è proprio italiano, fantasioso e indisciplinato. Abbiamo avuto qualche conflitto perché io sono legato alle mie radici, lui per nulla», scuote la testa. Al centro sportivo, salta da un tavolo all’altro: non si è mai stancato di uno sport che, in Italia, è ancora poco considerato, relegato nell’immaginario di molti come una felice reminiscenza delle vacanze al mare. Il tennis da tavolo non è solo la sua vita, ma anche la sua filosofia di vita, che supera passione e sacrificio.

Si tratta di uno sport che possono fare tutti: alti, bassi, più cicci, giovani e meno giovani, e anche anziani. E soprattutto apre la mente: obbliga i giocatori a ragionare, ad essere responsabili e a fare strategie. Oltre ad avere grinta, velocità e precisione, il tennis da tavolo impone di fare variazioni, essere duttili. E a diventare psicologi per studiare il carattere dell’avversario.

A Yango piace scherzare: «Ho sposato una donna cinese perché all’inizio avevo paura delle europee e, soprattutto, di perdere le mie radici. Anche se oggi ancora ricevo lettere di ammiratrici italiane. L’Italia mi piace per la qualità della vita, dello stile, del gusto, anche se siete indisciplinati e imprecisi. Quando sono arrivato, a Cagliari, 31 anni fa mi sono sentito accolto, uno di famiglia. Oggi invece in molti posti si percepisce la paura dello straniero».

Yang Min, detto Yango. si impegna ogni giorno a far maturare i sui carciofi. «Ho persino creato un gruppo WhatsApp, che si chiama appunto carciofi», ride. Sono in Italia da 31 anni, sono italiano, non potrei mai tornare indietro. Sono quello che si dice cittadino del mondo».

Yang Min, detto Yango, ride e alza la voce, è espansivo e fa fatica a tenere ferme le mani: ribalta parecchio il classico stereotipo che abbiamo dei cinesi. Parla con modestia delle sue imprese, nonostante sia stato il numero 18 al mondo e che, da cittadino italiano, abbia portato il nostro Paese alla storica vittoria del 1995. Nel centro sportivo milanese di viale Mecenate, una specie di tempio locale del tennis da tavolo, si incupisce una sola volta nel corso del nostro incontro, quando ci dice: «Ci sono dei posti in Italia dove ci fanno sentire stranieri. Mi spiace e mi rende triste vedere che talvolta ci sia ostilità verso chi non è nato in Italia. Lo dico da cittadino italiano. Io non ho mai avuto problemi, ma noto il cambiamento. Percepisco diffidenza  Io sono sempre stato trattato con rispetto, ma davvero non capisco questa chiusura». 

Riproduzione riservata