Il long read di questa settimana è dedicato agli stereotipi sulle donne, in particolare quelle afroamericane. Pubblichiamo un estratto da "Vita segreta di noi stesse" (DeA Planeta, 2019) dell'antropologa Wednesday Martin.

Wednesday Martin
Vita segreta di noi stesse
(DeA Planeta, 2019)

Donne e sesso sono un connubio che ha partorito una quantità di stereotipi, da riempire una biblioteca intera. Wednesday Martin, scrittrice e ricercatrice sociale, prestigiose collaborazioni con The New York Times e The New York Post per citarne alcune, ha provato ad analizzare questi stereotipi, andando a guardare l’impatto nella vita sociale con Vita segreta di noi stesse. Un intero capitolo, da cui pubblichiamo un ampio estratto, è dedicato alle donne afroamericane. Viste nella percezione dei bianchi, quasi sempre dei maschi banchi, sia dalla stessa comunità nera in prima linea nella battaglia per uguali diritti ma dove ancora impera un certo sessismo. Nata in Michigan, studi letterari a Yale con un approfondimento in Antropologia, da sempre Wednesday Martin studia il mondo delle donne e la sessualità. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo un estratto del libro Vita segreta di noi stesse.

Copertina di Vita segreta di noi stesse

Stereotipi come quello della mamy (la bambinaia salvifica), della ho (sessualmente promiscua, e, come insulto, “prostituta, puttana”) e della nera incazzata/forte, radicati in un passato in cui le donne venivano usate, rispettivamente, come schiave domestiche, macchine da riproduzione e schiave agricole, continuano tuttora a perseguitare le afroamericane. La critica culturale Patricia Hill Collins definisce simili stereotipi (incluso quello secondo il quale le donne nere sarebbero ipersessuali e pericolosamente carnali) «immagini che controllano».

Secondo Winfrey Harris tali immagini sono palesemente vive e vegete, come quando il commentatore radiofonico Don Imus definisce le giocatrici della squadra di basket della Rutger University nappy-headed hos, «troione ricciolute», o il polemista conservatore Bill O’Reilly se la prende con Beyoncé, che è sposata da oltre dieci anni con lo stesso uomo e in diverse canzoni celebra il sesso con suo marito, definendola una «criminale», responsabile di quella che nelle sue farneticazioni è un’epidemia di gravidanze adolescenziali (in realtà ai minimi storici).

La grande diffusione di tali immagini stereotipate – troie, fenomeni da baraccone, matriarche, mamy, stronze, parassite del welfare – contribuisce a distorcere la realtà sociale, «dipingendo le ingiustizie perpetrate contro le donne nere come semplici conseguenze del naturale ordine delle cose», per citare il sociologo esperto in genere e sessualità Victor P. Corona.

Raffigurare le donne nere come creature ipersessuali si inserisce inoltre nell’idea, profondamente radicata ed estremamente pericolosa, che esse abbiano meno bisogno e siano meno meritevoli di protezione dalle aggressioni sessuali. Secondo gli esperti le donne afroamericane sono più vulnerabili a questo tipo di aggressioni, eppure tendono a denunciarle meno per una serie di motivi, molti dei quali legati alle peculiari esperienze e alle pressioni a cui storicamente sono sottoposte. «Le sorelle non vogliono denunciare i fratelli perché sanno che cosa accade nel sistema penitenziario» ha detto alla reporter del Los Angeles Times Gayle Pollard-Terry, un consulente della National Sexual Violence Conference. Pollard-Terry osserva poi che le donne nere potrebbero essere riluttanti a denunciare le violenze sessuali anche perché non possono fidarsi della polizia o «trovare persone con un aspetto simile al [loro]» tra le forze dell’ordine e tra i consulenti specializzati in questo genere di aggressione; perché storicamente le personalità religiose nere si sono schierate con gli uomini accusati di violenze sessuali; e a causa di un più generale timore di non essere credute. Uno studio ha restituito risultati agghiaccianti, secondo i quali in caso di aggressione sessuale ai danni di una donna nera le studentesse universitarie si sentivano meno inclini a intervenire, avvertivano meno la responsabilità personale a farlo e sovrastimavano il piacere della vittima.

Conformarsi alla “rispettabilità” è una delle possibili risposte alla disumanizzazione degli stereotipi: caricature che giustificano l’oppressione delle donne afroamericane o le dipingono come “troppo sessuali”. In un articolo per Bitch Magazine Winfrey Harris esplora la storia di quella che definisce la «politica della rispettabilità» nella comunità nera. Tale politica «opera per controbilanciare la visione negativa della blackness, adottando aggressivamente i modi e la morale che la cultura dominante giudica “rispettabili”». Gli attivisti per i diritti civili dei neri andavano alle marce di protesta in giacca e cravatta, tailleur e tacchi, sfruttando i loro abiti migliori per comunicare un messaggio: «I vostri stereotipi non corrispondono a verità: meritiamo l’uguaglianza, anche noi siamo rispettabili».

Nonostante tutto, persino una riformulazione così potente presenta dei problemi, osserva Winfrey Harris. La studiosa evidenzia che la politica della rispettabilità come strategia di liberazione può «potenzialmente fare più male che bene», per esempio imponendo alle afroamericane appena liberate gli standard della femminilità bianca, che incasellava vere donne bisognose di protezione nel ruolo di creature intrinsecamente infantili e sottomesse. La politica della rispettabilità è la forza che può imporre a Beyoncé di comportarsi da brava ragazza, altrimenti ne subirà le conseguenze (ovvero essere percepita come una licenziosa ingovernabile), mentre un’artista come Madonna ha goduto non solo della libertà di mostrarsi smaccatamente sessuale ma anche di vedersi attribuito, nel farlo, il controllo della propria immagine e della propria sessualità (per fortuna Beyoncé ha reagito mostrando un bel dito medio).

UNTRUE by Wednesday Martin © 2018
© 2019 DeA Planeta Libri S.r.l.

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