Una missione di testimonianza e monitoraggio nella zona Sar del Mediterraneo occidentale, questo l'obiettivo di Mediterranea. A raccontarci il progetto, uno dei suoi sostenitori: lo scrittore Sandro Veronesi.

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

 

Sandro Veronesi, cinquantanove anni, nato a Firenze, è uno scrittore e giornalista attivo da oltre trent’anni. Per dove parte questo treno è il suo romanzo d’esordio nel 1988. Nel 1995 pubblica Venite, venite B52. Nel 2000 vince il Premio Campiello e il Premio Viareggio con La forza del passato. Nel 2006 vince il Premio Strega, il Prix Femina a Parigi e il Premio Mediterraneo per gli stranieri con Caos calmo. I suoi ultimi libri sono Terre rare e Non dirlo. Il Vangelo di Marco. Ha fondato la casa editrice Fandango libri, scrive per numerose testate giornalistiche. All’attività letteraria ha sempre accompagnato un profondo impegno sociale da ultimo sulla questione dei migranti.

Sandro Veronesi, lei insieme a scrittori e intellettuali, tra gli altri Michela Murgia, Giuseppe Genna, Paolo Virzì, Alessandro Bergonzoni, ha lanciato il progetto Mediterranea, una nave per accogliere i migranti e farli arrivare in Italia. Siete pronti anche a salire a bordo. Ce ne parla? Diventate scudi umani in difesa dei migranti?
Dunque. Non è corretto dire che abbiamo “lanciato” quel progetto, che scaturisce da forze e intenzioni disparate nel mese di giugno e che noi abbiamo solo incrociato al suo accennarsi e sostenuto per quanto possibile. Dopo tre mesi di lavoro febbrile quel progetto ha messo in acqua una nave più due imbarcazioni d’appoggio, che al momento incrociano la zona Search and Rescue del Mediterraneo occidentale in una missione di testimonianza e di monitoraggio, tanto più preziosa quanto più si consideri che da oltre un mese le navi ONG non sono più presenti in quella zona di mare. L’intenzione di salire a bordo non è stata manifestata per fare da scudi umani (contro chi?) bensì per conferire l’autorevolezza del testimone diretto alle parole con cui intellettuali, scrittori e donne e uomini di cultura hanno il dovere di contrastare le politiche scellerate di rimozione del problema rappresentato dai naufragi e dalle morti che da anni si susseguono in quel braccio di mare. A bordo di questa nave ora c’è Elena Stancanelli, che fa parte del nostro gruppo, chiamato #Corpi, proprio per chiarire che, oltre che la lingua e il nome, è giunto il momento, per chi si oppone a questo andazzo, di metterci il corpo.

In un’intervista ha recentemente citato Alberto Moravia secondo cui gli intellettuali servono a poco. Pronti a smentirlo? È questo il nuovo ruolo degli intellettuali, non solo teste ma anche corpi?
Appunto. Moravia si riferiva alla scarsità di considerazione in cui era tenuta l’opinione degli intellettuali nel 1990, poco prima della sua morte. E da allora la cosa non è certo migliorata. Metterci il corpo è anche un modo di supplire alla scarsa considerazione in cui è tenuto, nella società di cui facciamo parte, il pensiero di chi pensa.

Secondo l’Onu nei prossimi 30 anni 7 milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. Il governo italiano dice che se ne deve occupare l’Europa. Condivide?
Quei dati, anzi sarebbe meglio dire quelle “stime”, riproducono in quella scala l’andamento delle migrazioni delle popolazioni africane in questi ultimi due decenni, che solo in minima parte hanno investito l’Europa poiché la grande maggioranza dei flussi era via terra tra un paese e l’altro del continente africano. Ora però si dà il caso che quasi tutti i confini nazionali, anche in Africa, siano stati militarizzati, per cui è ragionevole prevedere che a prendere la via del mare (di per se stessa molto più pericolosa) sarà, in futuro, una percentuale molto maggiore di migranti. Il che significa che il numero che ha citato lei di 7 milioni e mezzo, potrebbe facilmente raddoppiare, o triplicare, o quadruplicare. Chi lo sa? È evidente che, anche in mancanza di una vera intenzione di affrontare il problema, l’Europa (intesa sia come estensione territoriale sia come soggetto politico, o insieme di soggetti politici) sarà costretta a farlo. Un aumento dei flussi di quella proporzione porterebbe a un’aumento di naufragi e di morti che non sarebbe sostenibile nemmeno dal più cinico e da più fascista dei governi senza contare che il numero di coloro che, scampando alla morte, riuscirebbero comunque a raggiungere la terra (in Italia, in Grecia, in Spagna, a Malta) renderebbe assolutamente necessario un piano coordinato per la gestione del fenomeno.

C’è chi di fronte agli arrivi dei migranti parla di “invasione”. Sono smentiti dai numeri ma come si risponde a questo sentimento di paura? L’Italia è diventata un Paese razzista?
Ho paura che l’Italia sia sempre stata un paese un po’ razzista, perlomeno da quando ha cessato di essere povera e di mandare in giro per il mondo milioni di emigranti che sperimentavano sulla propria pelle il razzismo degli altri.

L’accoglienza sempre, come dicono pure il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni”?
Quello dell’accoglienza è un problema politico, e io, con la mia iniziativa mi fermo prima: salvare i naufraghi abbandonati in mezzo al mare e depositarli in un punto sicuro. Il problema dell’accoglienza nasce dopo, e non ho intenzione di impegnarmici personalmente, per il momento. Ma considerare risolto il problema solo perché si lascia morire la gente, questo non ha niente a che fare con la politica. E se, ahimè, per lo scellerato comportamento di alcuni esponenti, ha cominciato ad averci a che fare, anche questo, soprattutto questo, va denunciato e combattuto.

L’immagine del piccolo Alyan annegato su una spiaggia ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?
Credo abbia smosso molte persone a fare qualcosa, e quindi bisogna portare rispetto verso quell’immagine e non soltanto perché ritrae un bambino morto. Una cosa curiosa, comunque, che dà conto di quanto sia approssimativo, superficiale e leggero, questo “spettacolo”, è che il bambino si chiamava Alan, non Alyan. Lo ha detto e ripetuto suo padre, dopo la sua morte, chiedendo, pregando, supplicando i media di chiamare suo figlio col suo nome, almeno da morto. Si chiamava Alan, ha ripetuto quel padre, vi prego, non chiamatelo Alyan. Niente. L’errore non è mai stato corretto.

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?
Si vedono eccome. Solo che mi rendo conto che queste notizie per alcuni possono essere un vanto, e per altri un’onta. I nostri attuali governanti sembrano appartenere alla seconda categoria.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?
Questo non riguarda solo i nuovi italiani, ma pure i vecchi, e si serve di un unico strumento: i social media. Jovanotti sostiene un programma per i rifugiati? Stai zitto e pensa a cantare. Totti? Zitto e gioca. Io? Meglio che scrivi, Veronesi. Finché non si regolamenterà l’accesso a internet come lo si regolamenta a qualsiasi altra cosa, sarà così. Finché si vorrà spacciare l’assenza di regole per libertà, sarà così. Muhammed Alì di Foreman diceva che se l’avesse incontrato in un vicolo dell’angiporto ne sarebbe uscito distrutto: ma lo ha incontrato su un ring, dove ci sono le regole, e lo ha battuto.

Riproduzione riservata

Credits: radici.online

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.