Il long read di questa settimana è tratto da "Un messaggero per l'Europa" (Sellerio editore Palermo, 2019) di Robert Menasse. Perché all’Europa cattiva viene opposta la propria nazione buona? Perché chiudersi dietro ai propri confini? Lo studioso austriaco prova a spiegare i motivi che hanno impedito al sentimento europeo di spiccare il volo.

Robert Menasse
Un messaggero per l’Europa
(Sellerio, 2019)

L’Europa peggio del demonio, origine di tutti i mali. Da un decennio, ma ancora di più negli ultimissimi anni, è quasi diventato un assioma per gran parte dei membri dei 28 Paesi che fanno parte della Ue. All’Europa cattiva viene opposta la propria nazione buona, capace di andare incontro alle esigenze dei cittadini. Una richiesta comune che arriva dai cittadini di quasi ogni Paese dove sventola la bandiera blu stellata. Ma se tutti vogliono la stessa cosa, perchè chiudersi dietro i propri confini? Robert Menasse, studioso austriaco di germanistica, filosofia e scienze politiche, prova a cercare di dare qualche risposta. La sua è un’analisi che viene da una prospettiva privilegiata, con vista dall’interno. Nel 2012 è stato infatti ospite della Commissione Europea in qualità di osservatore. L’autorevolezza dello studioso si coniuga con il disincanto del politologo, sicuro che non basti una qualche dichiarazione di principio, per far nascere quel sentimento europeo che forse non c’è mai stato davvero. Riconoscerlo sarebbe già un passo avanti. Al di là di qualsiasi luogo comune. Scrive Robert Menasse: «Dobbiamo ricostruire l’idea dell’Unione Europea, dobbiamo criticare la situazione presente e dobbiamo offrire una visione degna di essere realizzata. Senza conoscere le ragioni storiche del Progetto Europeo, senza una vera analisi della crisi, e senza l’idea concreta di un futuro desiderabile, possiamo solo riprodurre e riprodurre e riprodurre l’esistente: una multipla crisi». Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Robert Menasse e dell’editore Sellerio di Palermo pubblichiamo un estratto del libro Un messaggero per l’Europa.

Copertina

Ovvio che la UE, per com’è impostata, è un progetto elitario. I fondatori delle istituzioni europee sovranazionali avevano compreso che una pace durevole su questo continente si potesse creare soltanto mediante il superamento del nazionalismo e che per farlo fosse necessario non solo «addomesticarlo» in qualche modo, riducendolo a un ameno sventolar di bandierine in occasione di eventi sportivi internazionali, ma anche tirargli via del tutto il tappeto da sotto i piedi – e il suo tappeto è lo stato nazionale. L’utopia consisteva nel costringere gradualmente gli stati nazionali a cedere sovranità intrecciando le loro economie, soffocarli passo dopo passo finché non fossero scomparsi sfociando in un’Europa senza confini. Solo così sarebbe stato possibile creare una pace che gli stati non avrebbero utilizzato come mero periodo d’interregno per prepararsi alla prossima guerra, finendo per continuare a imporre i propri interessi politici ed economici per via militare.

Già allora questa idea della necessaria scomparsa degli stati nazionali non aveva la maggioranza, malgrado le catastrofiche esperienze di stampo nazionalistico fossero ancora fresche e ognuno avesse ben chiare davanti agli occhi le conseguenze dell’estasi nazionalista. E per quanto sia ragionevole, oggi questa idea può contare ancora meno su una possibile maggioranza. In tal modo arriviamo al nocciolo del problema che oggi chiamiamo «crisi europea», di cui tutti conoscono svariati dettagli ma che resta sconosciuta nel suo fulcro. Progetto elitario: ovvio che suona malissimo alle orecchie dei democratici. Ma al suo interno si esprime davvero una sfiducia motivata nei confronti della democrazia? In realtà questa denuncia dell’Europa come «progetto elitario» non rivela il timore di molte persone di perdere le proprie chance di partecipazione politica (il calo dei votanti anche per le elezioni nazionali parla chiaro), bensì in sostanza un atteggiamento difensivo contro la perdita della propria identità nazionale. «Élite» non è né è mai stato in contraddizione con «democrazia» (perlomeno – ed è così evidente che non c’è bisogno di portare prove – tra le democrazie borghesi degli stati nazionali), si oppone bensì a «popolo» – una contraddizione eliminata storicamente mediante lo spirito «comune» dell’«identità nazionale».

Dalla critica ai deficit democratici della UE emerge in realtà il malessere per la perdita strisciante di una identità che a ben vedere è sempre stata una chimera, ma che ha potuto tenere insieme le élite e il popolo all’interno della nazione separandoli dagli altri. Ecco perché tutto ciò avviene in simultanea e si alimenta a vicenda: le critiche crescenti nei confronti dei deficit democratici europei, la rabbia nei confronti delle «proprie» élite attive e organizzate sul piano internazionale, il crescente ritorno alla nazione.

Se poteste scegliere tra uno stato nazionale sovrano che difende i propri interessi nel quadro dello stato di diritto e un moloch burocratico fondato e guidato dalle élite che intende uniformare la pluralità culturale europea in preda a una smania regolamentatrice sotto il segno dell’opacità e vi costringesse poi a foraggiare coi soldi dei contribuenti uno stato terzo e corrotto di frodatori fiscali – cosa decidereste?

Voi, be’, insomma, lo sappiamo già. Vi state tuttavia dimenticando quanto questa decisione «democratica» dall’aria così innocente influenzi lo sviluppo della proposta elettorale, e cosa ci sta dietro. Ad esempio, cosa sono gli «interessi nazionali»? Mi potete spiegare quali sono i vostri legittimi «interessi nazionali» in modo che capisca al volo che voi in qualità, diciamo, di appartenenti alla nazione tedesca avete tutto il diritto di possedere tali interessi mentre nessun portoghese, olandese, italiano o lituano può averli? Potete gentilmente elencare questi vostri interessi, legittimi alla luce dei diritti umani e al contempo unici, in Europa e a livello mondiale? O piuttosto la verità è che tutto ciò che potete indicare come vostro comprensibile interesse potrebbe esserlo anche per un portoghese, un greco, un olandese e via dicendo?

A voi non piace che la UE sia un progetto elitario, quindi non espressione di una «volontà popolare»? E allora che ne pensate della seguente formulazione: cosa scegliereste tra uno stato nazionale che, finanziato con denaro pubblico, difende gli interessi di un piccolo gruppo di élite nazionali politiche ed economiche ed è disposto a farlo, a seconda delle circostanze, anche con la forza (di cui sareste senza dubbio vittime anche voi), e una libera associazione di liberi cittadini i cui diritti alla libertà vengono garantiti da istituzioni sovranazionali che mantengono la pace a prescindere da dove abitiate su questo continente, da dove viaggiate e ovunque decidiate di stabilirvi per fare fortuna?
Come ho già detto, sono solo formulazioni.
Ma quella che fa annuire in un batter d’occhio una corposa maggioranza è più ridicola dell’altra, lievemente edulcorata.

© 2012 Paul Zsolnay Verlag Wien
© 2019 Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo

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