Un anno fa il 32enne di origini tunisine, sospettato di aver usato una banconota da 20 euro falsa, è morto mentre era ammanettato e coi piedi legati. La moglie Azzurra Arfaoui ci racconta perché non riesce guardare il video che ha dato il via alle proteste negli Usa...

«Le immagini della morte di George Floyd non riesco a vederle. Ho ascoltato solo l’audio, e mi sono sentita male. Una cosa abominevole. Troppe somiglianze, troppe…». Azzurra è la vedova di Arafet Arfaoui: suo marito, di origini tunisine, è morto il 17 gennaio 2019 a Empoli durante un fermo di polizia: «La banconota, le modalità della morte, le origini straniere: le similitudini con il caso Floyd ci sono» spiega la moglie.

Arfaoui era entrato in un negozio di alimentari etnici per inviare 40 euro tramite money transfer, ma secondo il commerciante una delle due banconote da venti euro che l’uomo gli aveva consegnato era falsa.

Arafet Arfaoui sostiene che aveva appena prelevato e la banconota non poteva essere falsa. Discutono, il commerciante chiama la polizia. Arfaoui aspetta la volante e quando arriva si fa identificare, mostra i documenti, racconta la sua versione dei fatti.

I fatti

Arafet Arfaoui, inquadrato dai video di sorveglianza, si mostra collaborativo, ma alterato. Ha assunto della cocaina, si scoprirà più avanti. Compra un tè freddo pochi istanti prima di uscire, va nella macelleria di fronte e dopo pochi secondi rientra nel money transfert, visibilmente agitato e impaurito. Seguito dalla polizia, si chiude nel bagno – due metri quadrati scarsi, non coperti dalle telecamere, dal quale la polizia cerca di farlo uscire. L’unica cosa che si vede, per pochi istanti, è un momento concitato nel quale i poliziotti stanno cercando di mettergli le manette.

Passano i minuti, arriva un’altra voltante, viene chiamata un’ambulanza. Arrivano sul posto una dottoressa e un’infermiera ma per circa cinque minuti non si avvicinano a lui, finché uno dei poliziotti avverte che l’uomo ha cambiato colore. Arfaoui è morto così, disteso a terra a pancia in giù, mani e piedi legati da un cordino che il negoziante aveva fornito agli agenti, mentre negli stessi minuti la moglie lo cerca per le vie del centro: «Io lavoro a Livorno come impiegata, finisco verso le 18. Quel giorno mi chiamò, erano le 17. Mi chiese di venirlo a prendere a Empoli, finito il lavoro. Calcolando la distanza, gli dissi che sarei arrivata per le 19». Azzurra ha una voce calda, piena e ferma. Racconta con la precisione di chi, nella propria mente, ha ricostruito infinite volte attimi ormai cristallizzati dal dolore: «Avevo un brutto presentimento, sono uscita prima e alle sei e mezza ero già lì. Nel luogo dove avremmo dovuto vederci non c’era. L’ho cercato, l’ho chiamato. Il telefonino era staccato, sono tornata a casa. Alle 22.30 è arrivata la polizia. Mi hanno detto che c’era stata una colluttazione, che mio marito non stava bene. Pensavo fosse in ospedale, chiesi di essere accompagnata da lui. Mi risposero: “No signora, non possiamo. È morto”».

Le indagini

Secondo il consulente medico-legale del pubblico ministero – e secondo lo stesso pubblico ministero che ha richiesto l’archiviazione del caso, Arafet Arfaoui è morto per infarto dovuto ad una intossicazione di cocaina. Ma secondo l’avvocato Giovanni Conticelli, che rappresenta Azzurra Arfaoui, gli esami tossicologici escludono che la quantità di cocaina assunta dall’uomo fosse tale da causare la morte. «In base agli accertamenti medico legali del nostro consulente sono stati rilevati elementi che potrebbero indicare una concausa asfittica da posizionamento. Una posizione contraria a quanto riportano i manuali operativi delle forze di polizia, che raccomandano di non mantenere gli arrestati, specie se in stato di alterazione psicofisica, in posizione prona, proprio per evitare rischi», riassume Conticelli.

La storia di Azzurra e Arafet

«Sono cose che ti fanno stare male. Nessuno dovrebbe morire mentre si trova con le forze dell’ordine. C’era anche un medico presente. È angosciante pensare che se qualcuno fosse intervenuto forse lui sarebbe ancora vivo», racconta la moglie. Azzurra e Arafet si erano conosciuti dieci anni fa, a Perugia: «Io sono della provincia di Livorno, ma studiavo Comunicazione all’Università per stranieri. Lui era in città per trovare degli amici, poi è tornato in Tunisia. Era un uomo dolce, gentile, premuroso. Amava ridere, ridevamo tanto. Sono andata a trovarlo in Tunisia, ci siamo frequentati e ci siamo sposati nel 2012. Non ha mai preso la cittadinanza italiana, diceva che amava il suo Paese, che non stava scappando dalla sua terra».

Azzurra Arfaoui sa che il marito aveva assunto cocaina, la sera in cui è morto. Non lo nasconde e non ci gira neppure intorno. Ma non vuole neppure che l’intera vita del marito sia ridotta ad un’etichetta: «Hanno scritto che era un tossico, che è morto di overdose. Non è vero. Mio marito ha sbagliato, ma non era assolutamente un cocainomane. Era un uomo buono e gentile. Faceva sport, era sano come un pesce, amava andare in bicicletta. Faceva il volontario in ambulanza. La sera nel rientrare dal lavoro si fermava sempre da mia nonna per darle un bacio, imboccarla e chiacchierare con lei, con una delicatezza che io stessa raramente avevo. Un giorno stavo guidando e mi ha fatta fermare, all’improvviso. È sceso dall’auto e ha accompagnato un non vedente che doveva attraversare: io neppure l’avevo visto. Ecco, questo era mio marito».  

Prima della sua morte, però, Arafet Arfaoui, stava vivendo un momento difficile. Non sorrideva più come un tempo, ricorda Azzurra. Era rimasto disoccupato ed era finito in un giro di quelle che la moglie definisce “pessime compagnie”: «Prima non aveva mai fatto uso di cocaina. È una persona che ha fatto delle scelte sbagliate, ma non è quella scelta sbagliata a definirlo. Una persona sbaglia in quanto tale, non in quanto tunisino o italiano, cristiano o musulmano. Non era un pezzo di carne, era mio marito. Poteva essere bianco, giallo, verde: qualunque cosa avesse fatto, meritava di essere aiutato».

Le similitudini con il caso Floyd

Un anno fa, all’epoca dei fatti, durante una diretta Facebook, l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, commentava i fatti con un “Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, che cosa devono fare? Rispondere con cappuccio e brioche?”. Una settimana fa Azzurra ha inviato un messaggio ai manifestanti riuniti al grido di Black Lives Matter, a Firenze. Ma non ci sta a farsi tirare in una disputa politica, su quanto avvenuto a suo marito: «Ma l’Italia non è gli Stati Uniti. Rispetto le nostre forze dell’ordine, non parto da un partito preso e non ce l’ho con nessuno, ma voglio sapere se ci sono delle responsabilità. E sì, mi capita di chiedermi come sarebbe andata a finire se fossi stata io, donna, bianca e italiana, ad aver pagato quel negoziante con venti euro falsi».

Le risposte di Azzurra dovranno attendere. Le indagini, subito partite, si erano inizialmente concluse, un anno fa, con la richiesta di archiviazione del procedimento, che era a carico di ignoti, da parte del pubblico ministero.

Ma l’avvocato Conticelli si era opposto e lo scorso gennaio il gip del Tribunale di Firenze aveva accolto la sua richiesta, iscrivendo sul registro degli indagati cinque poliziotti, un medico e un’infermiera che parteciparono al fermo di Arfaoui. Il gip aveva deciso una proroga delle indagini di 6 mesi, ma la sopraggiunta pandemia ha portato alla sospensione di tutti i procedimenti. «Sono in contatto con la sua famiglia, adoro sua sorella e sua mamma. Comunicare loro quanto successo è stato straziante. Ho voluto che la sua salma fosse riportata nella Tunisia che lui tanto amava. Quando tutto questo sarà finito, andrò a trovarlo».

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