Tim Parks ha una visione diversa rispetto alla maggior parte degli scrittori che abbiamo intervistato. Non dà per scontata l'accoglienza, ad esempio. E sulla polarizzazione del dibattito ci ha detto: «Se c’è chi strumentalizza l’immigrazione per incutere paura, c’è anche chi la strumentalizza per produrre un pathos facilmente vendibile a un certo pubblico liberale, o ancora per segnalare il proprio impegno e la propria bontà».

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

Tim Parks, sessantatré anni, è un giornalista e scrittore inglese. Dal 1981 vive in Italia scrivendo reportage sul nostro Paese pubblicati, tra gli altri, sul New Yorker, sul Daily Telegraph e sul Guardian. Con il libro Europa nel 1997 è stato finalista al Booker Prize. Con Italiani e Coincidenze. Sui binari italiani tra Milano e Palermo, entrambi pubblicati da Bompiani, racconta il nostro Paese visto dagli occhi di un giornalista inglese che da oltre trent’anni vive in Italia.

Tim Parks, secondo l’Onu nei prossimi 30 anni sette milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione”. Come si risponde a questo sentimento di paura?

Sette milioni e mezzo non sono tanti se distribuiti in modo uniforme su una popolazione, com’è quella dell’Europa occidentale, di più o meno quattrocento milioni. Però non sono e non saranno distribuiti uniformemente. Io per esempio abito in una zona di Milano che ha cambiato totalmente il suo carattere con l’arrivo di molti immigrati arabi, indiani e cinesi. Chi vede il suo mondo cambiare può facilmente cominciare a pensare in termini di invasione. È responsabilità del governo, a livello nazionale, regionale e locale, di gestire la distribuzione degli immigrati in modo che il loro arrivo non crei disturbo e svantaggi per i cittadini locali, particolarmente chi è in condizioni economiche disagiate e si sente in concorrenza con i nuovi arrivati per i lavori più umili. Però sappiamo quanto è difficile evitare queste situazioni.

In Europa e in Italia soffia un forte vento razzista. È sempre stato così? Vent’anni fa in Italia c’erano gli stessi sentimenti?

È sempre stato così. Solo che si nota di più quando la situazione stimola questi sentimenti: l’arrivo di nuovi immigrati, la retorica di chi vuole strumentalizzare il fenomeno per acquisire più potere.

L’accoglienza sempre, come dicono pure il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni”?

È una cosa ammirevole accogliere, ma deve essere una scelta libera di chi accoglie. Non esiste un diritto universale che dice che io posso andare adesso, diciamo, in Russia, e costringere i russi ad accogliermi. Poi accogliendo liberamente si può anche incoraggiare gli indecisi a provare a venire. Sono dinamiche complicate. D’altra parte, dal momento che hai deciso di accogliere qualcuno, è inutile far soffrire quella persona, come se dovesse pagare un prezzo tremendo per entrare nella nostra realtà. Così si finisce per avere nuovi cittadini che odiano il loro Paese adottivo.

L’immagine del piccolo Alan annegato su una spiaggia ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?

Ovvio.

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 mila nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?

La società italiana è basata su un principio di appartenenza, alla famiglia, alla chiesa, alle categorie, ai sindacati, ecc. Ci vuole molto tempo perché uno straniero possa davvero entrare a far parte di questo mondo. Ogni gruppo promuove i propri interessi, che non sono quelli degli immigrati. Non ci vuole nessun alibi particolare per non occuparsi dei nuovi arrivati, anche se sarebbe auspicabile l’opposto.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

La società è per sua natura conservatrice. È difficile che cambi.

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di migrazioni e migranti. Gli intellettuali, gli scrittori, che ruolo possono avere in questo dibattito?

Quello che conta è l’onestà. Se c’è chi strumentalizza l’immigrazione per incutere paura, c’è anche chi la strumentalizza per produrre un pathos facilmente vendibile a un certo pubblico liberale, o ancora per segnalare il proprio impegno e la propria bontà. Facendo così con troppa foga non si fa altro che polarizzare le opinioni. Sarebbe meglio evitare frasi ad effetto, raccontare la situazione così com’è in tutta la sua complessità. Non sono ottimista.

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Credits: radici.online

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