Ha passato più di metà della sua vita in Italia e alla classica domanda se oggi si senta più ivoriano o italiano, Tayi Jean Niamke dice di non sapere cosa rispondere: è fiero delle proprie origini e cerca di trasmetterle al figlio nato qui, ma la sua famiglia e il suo passaporto sono italiani. E in Italia ha fatto carriera.

Tayi Jean Niamke, 48 anni, ivoriano, in Italia dal 21 dicembre 1991 — «Ci sono certe date nella vita che non si possono dimenticare» — responsabile operativo della filiale UPS di Verona, moglie italiana, figlio italianissimo, il più attento a ricordargli le sue origini anche se è nato qui: «Io sono schiacciato, diviso a metà dalla mia vita passata tra Costa d’Avorio e Italia. Mio figlio Denzel invece, 16 anni, quando sente in televisione che si parla di migranti dice: “Ma perché ci trattano così? Papà quando andiamo a casa, quando andiamo in Costa d’Avorio?”». 

Come mai proprio in Italia?

«C’era un trattato tra la Costa d’Avorio e l’Europa. Potevamo entrare senza visto, bastava il passaporto. La mia idea era andare negli Stati Uniti dove vivevano i miei fratelli. L’Italia doveva essere solo di passaggio. Tra una cosa e l’altra sono rimasto qua».

A Verona…

«C’era mio zio. Sembrava che potesse ospitarmi e invece no. Ho lavorato in un calzaturificio. Ho anche dormito per strada, vicino alle chiese. Mangiavo alla mensa del Caritas. Non sapevo più dove sbattere la testa. Pensavo di tornare in Africa. Mi hanno aiutato i miei fratelli. Ho trovato un amico che mi ha ospitato. Poi ho lavorato come saldatore in una fonderia. Attraverso una cooperativa ho iniziato a lavorare all’UPS. Nel 2003 sono stato assunto. Prima come corriere poi come impiegato. Oggi sono uno dei due responsabili operativi del centro di Verona. Dobbiamo gestire 45 autisti, venti sono italiani, gli altri stranieri. Ancora oggi ci sono persone che pensano sia solo un corriere solo perché ho la pelle scura. Sono loro che mi ricordano che sono straniero».

È cittadino italiano?

«Sono in questo Paese da quasi vent’anni ma ho avuto la cittadinanza solo due anni fa. Questo per tutta una serie di problemi. Quando ero qui con il visto turistico non sapevo che dopo tre mesi avrei dovuto lasciare il Paese. Così mi hanno fermato e dato il foglio di via. Il mio datore di lavoro di allora, un italiano, mi disse di buttarlo via. Così mi hanno fermato un’altra volta. Ho dovuto farmi assistere da un avvocato. Alla fine ho dovuto aspettare altri 5 anni».

Si sente più italiano o ivoriano?

Non lo so nemmeno io. Sono schiacciato. Metà della mia vita l’ho passata in Italia. In Costa d’Avorio, quando vado, mi sento straniero. Non ho più i genitori. Non ho più amici. Per tornare nel mio Paese di origine oggi devo chiedere il visto. La Costa d’Avorio non prevede la doppia cittadinanza. Prima avevo due passaporti, adesso solo quello italiano. 

Ma le sue radici dove sono?

«Sono in Africa. Io sono africano, nessuno può togliermi le mie origini. Sono uno degli organizzatori del festival del cinema africano di Verona. Cerco di trasmettere le mie radici anche a mio figlio che è nato qui. Non voglio che conosca l’Africa solo vedendola in televisione. Gli immigrati vengono in Italia solo perché è più vicina ma se ci fossero le condizioni starebbero nel loro Paese. La Costa d’Avorio è il secondo produttore mondiale di cacao e di caffè. Sarebbe un Paese ricco se non ci fosse l’economia controllata dagli stranieri che ci strangola. Qui frequento anche la chiesa. Sono cristiano carismatico. Il 60% degli ivoriani sono cristiani».

In tanti anni è cambiata la situazione in Italia verso gli stranieri?

«È molto peggiorata. All’inizio i migranti erano pochi. Quando sono aumentati l’Italia non ha più saputo gestire l’immigrazione. Dovevano chiamare noi per farlo. Io ho una buona posizione professionale ma sarei stato una risorsa per l’Italia anche in questo. Parlo inglese, francese, italiano, il dialetto ivoriano e quello ghanese…».

È stato vittima di qualche episodio di razzismo?
«Sì e sono cose che non si dimenticano. Tanti anni fa ero in giro in bicicletta fuori Verona. Era estate, faceva molto caldo e avevo sete. Sono entrato in un bar e ho chiesto una coca cola. Il barista me l’ha data e mi ha detto: “Bevi la coca cola e vattene. Non tornare più qui”. L’ho pagata e me ne sono andato senza bere».

E sul lavoro?

La mia azienda è molto attenta alle politiche di integrazione. Solo all’inizio gli autisti erano perplessi all’idea che fossi il loro responsabile. Ci ho messo un po’ a far capire le mie capacità professionali ma alla fine ci sono riuscito. Oggi posso dire di avere ottenuto un importante traguardo lavorativo. 

Dove pensa sia il suo futuro?

«Il mio futuro è qui. La mia vita è qui. Volevo fare degli investimenti economici in Costa d’Avorio ma ho rinunciato perché era troppo complicato. Non ci sarei mai riuscito. Oggi oramai ragiono come un italiano».  

Riproduzione riservata