Franchi, ex professore di Filosofia, vive a Trieste con la moglie Lorena Fornasir, psicoterapeuta. Attivisti indipendenti, sono testimoni preziosi per raccontare l'odissea dimenticata della rotta balcanica, ai quali dedicano una serie di racconti per NuoveRadici.World

Ho cominciato a occuparmi di profughi della rotta balcanica, insieme a mia moglie Lorena Fornasir verso la fine del 2015, quando vivevo ancora a Pordenone. Prima di trasferirci entrambi a Trieste, dove abbiamo conosciuto più direttamente le condizioni di vita dei profughi, per poi cominciare ad intervenire sistematicamente in Bosnia.

Ho sempre pensato che un impegno sociale costante fosse una dimensione fondamentale della vita. Mi sono impegnato a lungo con i giovani, come docente liceale; e in diverse formazioni e gruppi politici, con gli operai. Fra gli operai avevo anche incontrato, a partire dagli anni Novanta, numerosi migranti, soprattutto africani.

Il tipo d’impegno, vissuto come necessario in quei mesi del 2015 era, però, qualcosa di completamente nuovo per me, estraneo agli schemi intellettuali che mi avevano guidato fino ad allora nel mio impegno.

I corpi che incontro adesso sono molto diversi. Sono “corpi di dolore”, come li definisce un grande studioso africano, Achille Mbembe.

Non solo. Qui nella nostra regione di confine e in Bosnia ci occupiamo soprattutto di chi si trova fuori dal sistema di accoglienza oppure agli inizi del lunghissimo e incerto iter. Sono corpi resi socialmente invisibili, e che devono impegnarsi a diventare invisibili: fisicamente, nascondendosi dove e come possono; simbolicamente, facendo in modo che su di loro lo sguardo scivoli via. Pochi sono gli sguardi amici. La visibilità diventa un pericolo. Tutto questo raggiunge il culmine nel pericolosissimo viaggio, a piedi o con i mezzi costosi dei passeurs fra i boschi della rotta (per chi se lo può permettere). Inseguiti dalle polizie, soprattutto da quella croata, con mezzi tecnologici sofisticati, finanziati dall’UE.

Ricordo quel che mi raccontava un giorno un profugo a Bihać, in Bosnia: arrivato in Slovenia, a pochi chilometri dal confine con l’Italia, era riuscito, con durissima fatica, a rendersi invisibile per giorni e giorni. Si fermò davanti a una casa per chiedere un po’ d’acqua a una donna che gliela offrì, ma subito dopo telefonò alla polizia. E lui dovette rifare il medesimo viaggio, questa volta ben visibile, a ritroso. Dalla polizia slovena passò a quella croata che, dopo l’abituale trattamento punitivo, lo riportò, malconcio, al punto di partenza.

Le foto che presento mostrano, e insieme contestano, questa invisibilità sociale.

Foto di Lorena Fornasir

La prima foto mostra Alì, 21 anni, proveniente dal Kashmir in guerra. Bloccato in Bosnia da un anno, è arrivato a Trieste in una mattina di agosto con i piedi rovinati da vesciche profonde per il lungo camminare nelle boscaglie croate. Al punto che i carabinieri, che lo trovano a pochi chilometri dal confine sloveno alle sette del mattino, sono costretti a portarlo all’ospedale di Cattinara, dove viene curato con antibiotici, fasciato e dimesso in camicia e calzari di plastica, con la prescrizione di non camminare. Alì viene quindi portato in questura per le pratiche previste dal lungo iter burocratico di accoglienza. La questura, alle cinque del pomeriggio, conclusa la prassi burocratica, lo rilascia e letteralmente lo deposita sul marciapiede. A quel punto il ragazzo si trova nel vuoto delle competenze: le istituzioni preposte hanno svolto ciascuna il loro compito e non se ne interessano più.  

Alì cade nel paradosso umano, sociale e politico delle nostre società, reso ancor più evidente dall’impedimento fisico: per aver tanto camminato, non può più camminare. È ritornato invisibile, come quando si nascondeva nei boschi, ma in un nuovo modo d’invisibilità: quella sociale. Giace sul marciapiede vicino alla Questura, ancora avvolto nella camicia dell’ospedale e con i piedi nella plastica azzurra. Insieme visibilissimo e invisibile. Sarà raccolto e accolto e aiutato dai pochi che lo hanno riconosciuto come essere umano.

La visibilità sociale e la visibilità che chiamerei umana (in mancanza di meglio) sono diverse. Sono così diverse che la seconda può essere dichiarata illegale.

Aiutare, cioè riconoscere uno di questi corpi socialmente invisibili, trattarlo umanamente, guardarlo negli occhi, chiedergli come si chiama, farsi raccontare la sua storia, metterlo in grado di sopravvivere, può essere – anzi è – illegale.

La differenza fra comportamento legale e comportamento illegale, nelle nostre società, sta diventando sempre di più la differenza fra comportamento inumano e comportamento umano. Il corpo di Alì non ha ancora raggiunto il limite minimo della visibilità sociale. Nessuno è responsabile, nessuno gli risponde, perché non è stato riconosciuto come soggetto sociale.

Foto di Lorena Fornasir

La seconda foto si riferisce a un episodio accaduto verso la fine del 2017, quando vivevamo ancora a Pordenone. Una mattina d’inverno, uscendo da casa in un viale trafficato poco distante, mi sono imbattuto in un blocco stradale: rumore, urla, rabbia, curiosità, polizia a sirene spiegate. Un profugo, con la sua coperta, s’era disteso come per dormire in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Un gesto di estrema forza simbolica da parte di un giovane che ha rifiutato di essere invisibile.

«È un gesto nato dalla disperazione», hanno detto i “benevoli”. Non c’è dubbio. Ma, al tempo stesso, un gesto di alto valore umano e politico, di chi ha reso visibile la sua disperazione gettandola in mezzo alla strada. Ha bloccato, in un imprevisto irritante presente, il prevedibile andamento della vita quotidiana. Facendo quello che dovremmo fare tutti noi, impegnati politicamente con i richiedenti asilo.

Ha contra-posto il corpo, il nudo corpo vivente, all’indifferente meccanico fluire della vita cittadina. Eccomi: io sono qui, vivo, in mezzo a voi, che non volete vedermi.

Sono i diritti che il corpo umano manifesta con il suo mero esserci: il diritto di vivere, che non significa sopravvivere, significa invece il diritto di realizzare al massimo le potenzialità di un corpo vivente, che sono potenzialità relazionali, potremmo persino dire, se la parola non fosse ormai vuota, potenzialità d’amore. Questo è il senso del nostro impegno.

(foto di apertura: unsplash)

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