Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli, studia le dinamiche di integrazione nelle seconde generazioni. Con un'attenzione particolare all'istruzione. Lo abbiamo intervistato per riflettere sulle esperienze di vita e sui percorsi scolastici dei giovani con background migratorio, in vista del convegno che si terrà a Torino il 20 marzo con la collaborazione di Nuove Radici.

Da oltre vent’anni Stefano Molina si occupa di immigrazione. Ha studiato le dinamiche di integrazione delle seconde generazioni. La Fondazione Giovanni Agnelli di Torino, dove Stefano Molina è dirigente di ricerca, si concentra dal 2008 sul campo dell’educazione come fattore decisivo per il progresso economico e l’innovazione, per la coesione sociale, per la valorizzazione degli individui.

Lei è da molti anni che studia i percorsi di integrazione delle nuove generazioni di italiani. Cosa è cambiato in Italia in questi ultimi vent’anni?

«Negli ultimi decenni l’Italia ha subito una progressiva trasformazione divenendo sempre più un Paese d’immigrazione. Vi sono due dimensioni che sono andate accentuandosi sempre più. In un Paese dove oggi ci sono più donne di 84 anni che bambine di 1 anno, il percorso d’invecchiamento del Paese è oramai evidente ed inesorabile. Chi l’aveva previsto vent’anni fa ci aveva azzeccato. Questo trend si combina con una seconda preoccupante dimensione legata alla realtà demografica italiana, ovvero l’irrigidimento delle finanze pubbliche. In Italia abbiamo sempre meno risorse per nuove politiche, e per politiche dedicate alle nuove generazioni».

L’attenzione dei politici è fermamente accentrata sull’oggi, sul presente, a scapito di una visione più lungimirante del futuro. Ancora peggio, spesso questo futuro viene sacrificato sull’altare del presente sulla base di considerazioni politiche di corto termine. Questo è palese in campo ambientale dove il deterioramento è molto preoccupante. Insomma, stiamo apparecchiando un futuro per le nuove generazioni non bello. Questo triplice fardello demografico, economico e ambientale ricade sui giovani e ancor più sui loro figli. E la “generazione Greta” se ne sta accorgendo.

E gli immigrati, come sono cambiati?

«In Italia oggi si stima ci siano almeno 5 milioni di immigrati. Calcolati bene, ossia al lordo di coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana, si arriva a  6 o 7 milioni. È vero che l’incremento dell’immigrazione in questi ultimi anni ha prodotto alcuni effetti collaterali inevitabili. Ma in particolare le seconde generazioni non si sono rivelate essere una bomba sociale ad orologeria come alcuni avevano profetizzato».

È difficile formulare un giudizio complessivo, ma le cose non sono andate così male. Al contrario di altri Paesi, in Italia gli immigrati hanno preferito giocare la carta dell’essere uguali più che voler essere diversi. Una politica della casa inesistente ha anche evitato scelte controproducenti, come quelle che hanno concentrato l’immigrazione in ghetti (penso agli HLM francesi): in Italia gli immigrati si sono mescolati agli italiani insediandosi negli spazi interstiziali. La maggioranza ha trovato lavoro, ha cercato il dialogo con gli italiani e si è adattata alle regole del gioco.

«Va anche sottolineato che nel contesto odierno, i giovani, sia che siano italiani o di origine straniera, non hanno gioco facile. Le prospettive sono andate peggiorando per tutti. Sono una generazione che fatica a trovare la propria strada. Anche per questo non è esplosa, come invece qualcuno prevedeva, il fenomeno della discriminazione:  un ragazzo di origini marocchine o albanesi non vede nel suo compagno di scuola italiano un irraggiungibile riferimento di successo».

Ma se va male a tutti allora non pensa che questo crei terreno fertile per la politica del “prima gli italiani” sostenuta da Salvini?

«In un periodo di crisi prolungata, in tutta Europa si assiste a una diffusione di sentimenti xenofobi, che vengono intercettati da professionisti della politica. Numeri alla mano,  non mi sembra che l’Italia sia più razzista. Ho pure l’impressione che la spiegazione semplicistica che tutti i nostri mali dipendano dall’immigrazione, inizialmente rifiutata solo da una parte dell’elettorato, perda progressivamente di mordente anche agli occhi di chi l’aveva trovata convincente». 

Si parla tanto di integrazione. Cosa significa per lei che ci lavora da così tanti anni?

«Integrazione è una di quelle parole passe-partout che tutti usano ma a cui ognuno dà il proprio significato. È una parola che condensa orizzonti politicamente auspicabili ma che è difficilmente “operazionalizzabile”. Nel corso degli anni ho capito due cose riguardo all’integrazione. Per prima cosa, che è un processo molto lungo che implica una necessaria progressività. Lo stiamo osservando con la progressiva “scomparsa”, o il graduale assorbimento, di milioni di immigrati sul territorio. Gli immigrati sono parte integrante del tessuto sociale di Torino, per esempio, e sono anche la forza lavoro indispensabile per le tante imprese del “made in Italy”. Per non parlare dei servizi alla persona, delle costruzioni, e così via».

L’altra cosa che ho imparato è che l’integrazione è un processo bilaterale, un gioco di specchi. Non grava solo sulle spalle degli immigrati ma anche sulle nostre. E la scuola, dove oggi i ragazzi di origine straniera sono molti di più di quanto non dicano le statistiche ufficiali (almeno il doppio), gioca un ruolo molto importante per aiutare questo processo di integrazione. L’istruzione è un forte antidoto contro le forme più becere di razzismo perché allarga gli orizzonti e diminuisce le paure nei confronti del futuro

La Fondazione Giovanni Agnelli si occupa di educazione. Qual è il ruolo delle fondazioni per aiutarci a mettere a fuoco le tematiche di immigrazione e integrazione?

«Le fondazioni hanno un duplice ruolo, culturale e operativo. Sul piano culturale possono  aiutare a guardare al futuro in termini medio lunghi, cosa che è sempre più rara sia nel mondo del business che in politica. Il nostro sguardo può permettersi di essere più lungo e disincantato. Dal punto di vista demografico o ambientale, il 2030 è domani: le fondazioni di ricerca hanno il dovere di  indicare la strada a chi deve prendere le decisioni. In contesti locali in cui scarseggiano le risorse necessarie per finanziare nuove politiche, le fondazioni – soprattutto quelle bancarie – possono anche agire direttamente sulla leva delle erogazioni, apportando i fondi necessari per favorire la coesione sociale e la promozione dello sviluppo». 

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