Paul Bakolo Ngoi, funzionario del Comune di Pavia, scrittore e giornalista, ci ha mandato la sua riflessione sulla differenza tra assimilazione e integrazione.

Paul Bakolo Ngoi, origine congolese, classe 1962, è un cittadino italiano. Si è laureato in Scienze Politiche all’università di Pavia nel 1988, dove attualmente vive. E ha preso un diploma di specializzazione in Comunicazioni sociali all’Università Cattolica del Sacro Cuore nel 1991. Scrittore e giornalista, ha inviato a Radici una sua riflessione sull’integrazione.

Qualche anno fa, durante un incontro pubblico sull’immigrazione qualcuno mi disse: “Tu non fai testo perché ormai sei dei nostri”. Al momento non mi sono soffermato sul significato di quella frase, ma successivamente mi è tornata in mente e quell’affermazione ha continuato a risuonare nella mia testa come il ritornello di una canzone imparata a memoria. “Sei dei nostri”. Ma cosa avevo fatto io per essere “dei nostri”? Non trovavo una vera risposta fino a quando una persona a me vicina mi disse: “Paul, sei più pavese tu di me”. Ed è stato in quel momento che si è accesa una lampadina. Quelle due frasi, adesso avevano un senso. Avevo capito che appartenere a una società non riguardava la mia storia individuale o il colore della mia pelle, ma si limitava al mio comportamento, al mio modo di esprimermi o di vestire, al mio stile di vita insomma. E allora mi sono interrogato. Sono integrato o assimilato? Assimilato per me significa essere semplicemente simile al mio prossimo per lo stile di vita che conduco. Sarà colpa di quel ris e fasoeu, ‘riso e fagioli’, piatto tipico della mia città adottiva? Per tanto tempo, ho cercato di non accettare quel concetto di assimilazione, perché toglieva qualcosa alla mia identità africana, che rivendico sempre senza nulla togliere all’amore per la mia città di adozione. Integrato. Preferisco questo concetto. Non perdo le mie radici e al contempo non rinnego Pavia, che è a tutti gli effetti anche la mia terra. Io sono un pavese di origine congolese. Un proverbio africano riassume bene questo mio stato: “Un tronco d’albero dentro un fiume non diventerà mai un coccodrillo”. Integrare persone provenienti da altri Paesi (o da altri territori) non è né deve essere però frutto di un’imposizione, bensì di un sentimento personale. Anche se, per poter sentire l’amore per il territorio di accoglienza, occorre che ci siano le condizioni. Forse, non lo so, è qui che devono intervenire lo Stato, la Regione, i Comuni, per crearle affinché nell’individuo ci sia la consapevolezza di essere voluto e di sentirsi a casa propria, senza quella sensazione di essere il capro espiatorio. Insomma sentirsi l’ultima ruota del carro, o semplicemente escluso dal contesto sociale dove si vive, di certo non aiuta l’integrazione dell’individuo. Riguardo alla mia esperienza personale, direi che nessuno mi può togliere dalla mente che Pavia non sia casa mia. Nel mio caso addirittura le cose si sono messe talmente bene che provengo da una regione del Congo dove il fiume si apre in tutta la sua maestosità e vivo a Pavia dove un altro fiume, il Ticino, ne è il simbolo. Insomma, figlio di un fiume grandioso come il Congo, mi sono ritrovato a navigare sulle acque del Ticino e si potrebbe dire che il destino non mi ha fatto mancare niente. L’integrazione parte quindi dalla volontà dell’individuo che deve sentire, percepire che il territorio dove vive lo ha accolto e a sua volta la persona deve restituire ciò che riceve. Insomma, l’integrazione è uno scambio alla pari – do ut des – che non viene richiesto o imposto ma sentito. L’integrazione non è neppure quello che spesso vedo. Ragazzi africani, giovani che parlano, si vestono e discutono come palermitani, bresciani o bergamaschi. Quei ragazzi cercano a volte le loro radici africane, ma sono a tutti gli effetti italiani, che lo vogliamo o no. Quei ragazzi non hanno bisogno di essere integrati: loro sono e si sentono italiani. E infatti parlando con loro li sento spesso dire “I miei sono africani”, loro si sentono africani solo in seconda battuta. Occorrerebbe insegnare loro a rispettare le tradizioni dei propri genitori, magari stimolarli a incuriosirsi per conoscere le proprie origini. Senza però imporre la scelta di adottare quella o questa cultura. Ritornando al mio percorso individuale, il fatto che io mi senta il prodotto di due culture qualche volta ha provocato un conflitto interiore, ma riesco a farle convivere grazie a un compromesso che mi permette di trovare il giusto equilibrio.

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Credits: radici.online

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