Saodiatou Diao ha vent'anni e le idee chiare su che cosa significa per lei integrazione. Dal 2017 fa parte del Moded (Mouvement des estudiants de la diaspora) e il 21 giugno scorso, insieme a Omar Sene e Aris Giavelli, ha partecipato all'incontro di Radici all'interno della rassegna Insieme Senza Muri, convincendo gli scettici che è possibile guardare all'immigrazione anche con ironia.

Il mio nome è Saodiatou Diao, ma per semplificare la vita a tutti coloro che non sanno pronunciare il nome che mi hanno dato i miei genitori mi faccio chiamare Bebe, benché continui a preferire essere chiamata Saodiatou. Ho vent’anni, sono nata in Senegal da genitori senegalesi e vivo in Italia da quando avevo cinque anni. Ci tengo a precisare che siamo venuti qui in aereo, perché di recente mi sono sentita chiedere come è stato il viaggio sul barcone. E di solito a questa domanda rispondo che la classe economy di Alitalia non è poi così male.

Al nono mese di gravidanza, mia madre, che si portava appresso me e mio fratello di due anni, è venuta in Italia per ricongiungersi a mio padre, che era arrivato tre anni prima in cerca di una vita migliore di quella che il suo Paese gli offriva. All’epoca eravamo e in cinque e ora siamo in sette: dopo mia sorella, che ora ha sedici anni, sei anni fa sono nate anche due gemelline. Generalmente riusciamo a stare tutti insieme solo nel weekend, anche se i miei organizzano i loro turni di lavoro – mio padre è operaio e mia madre cameriera – in modo da garantirci la presenza di uno dei due. Entrambi danno molta importanza alla nostra istruzione, perché non hanno avuto la possibilità di studiare. La politica dei miei rispetto alla studio è molto semplice e si può riassumere in «Se vuoi studiare, faremo tutto il possibile per aiutarti nel tuo percorso. Altrimenti vai a lavorare, qui non si aiutano nullafacenti». Direi che è un concetto lineare e chiaro e viene applicato con tutti i figli. Io, che sono la maggiore, sto finendo il primo anno di Scienze sociali per la globalizzazione alla Statale di Milano. Sogno una carriera diplomatica o comunque nel settore della cooperazione per lo sviluppo perché ho cara la questione africana, e considero la sua situazione attuale un’ingiustizia consolidata ed istituzionalizzata.

Aver vissuto quindici anni della mia vita in Italia non mi ha resa italiana perché sono troppo scura, non sono nata qui oppure, come mi sono sentita dire, «Non ne comprendo a fondo la cultura». Allo stesso tempo, vivere in Italia quindici anni non mi ha legittimata a sentirmi troppo senegalese, visto che il mio wolof ha l’accento italiano, non ho vissuto in Senegal che per pochi anni e non ho imparato a cucinare i piatti tipici di lì ma le lasagne. In definitiva, si può dire che io sia il risultato di un processo di integrazione e adattamento. L’immigrazione in alcuni genera un senso di spaesamento e incertezza sulla propria identità, ma io devo ammettere di essere fortunata perché sto bene nella mia pelle. E anche se da un lato non sono abbastanza italiana e dall’altro non abbastanza senegalese, proprio questa mia posizione di mezzo mi dà la possibilità di prendere da entrambe le culture solo gli aspetti che sento miei, che mi definiscono e mi aiutano a trovare il mio punto di equilibrio. Non mi faccio definire dalla mia cittadinanza, che ormai ha una valenza solo burocratica e serve solo per accedere a determinate risorse e servizi.

Per come la vedo io, ciò che permette di farti crescere umanamente e professionalmente sono la conoscenza, la flessibilità mentale e l’esperienza, perché queste sono le uniche cose su cui hai un effettivo controllo e puoi investire. Per il resto posso dirmi fortunata di avere la possibilità di studiare e sognare in grande con il sostegno dei miei. E mi sento fortunata di aver avuto l’opportunità di vivere al di fuori del mio Paese natio, di scoprire un diverso modo di vivere e imparare una lingua che altrimenti non avrei mai studiato. Così come posso dirmi fortunata anche di non aver mai subito forme di discriminazione per il mio colore o la mia religione.

Non penso che gli immigrati 2G siano “migliori” dei primi, ma sicuramente hanno più strumenti e possibilità a loro disposizione per generare un cambiamento, anche se minimo, rispetto a come sono percepiti nei singoli contesti nazionali. Non siamo cittadini di seconda categoria, ma persone che semplicemente cercano di trovare il loro posto nel mondo.

 

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Credits: radici.online

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