Il giornalista d’inchiesta, che nel corso del XXI Festival del Giornalismo del Mediterraneo riceverà il premio “Caravella del Mediterraneo”, ci racconta perché al giorno d’oggi l’informazione non può prescindere dai racconti di integrazione. E non solo.

Sandro Ruotolo è un giornalista d’inchiesta che oggi, dopo le sue inchieste su i rifiuti tossici in Campania, è costretto a vivere sotto scorta, minacciato dal clan camorristico dei Casalesi. Il pubblico italiano lo conosce sin dal 1988, quando Ruotolo inizia la sua collaborazione con Michele Santoro, continuando a lavorare con lui, da Samarcanda ad Annozero. Nel corso del XXI Festival del Giornalismo del Mediterraneo riceverà il premio “Caravella del Mediterraneo”.

Quest’anno al Festival dei Giornalisti del Mediterraneo si confrontano oltre settanta giornalisti. Qual è la priorità? Su cosa bisognerebbe concentrare l’attenzione?

«Penso che la priorità dovrebbe essere il racconto di ciò che succede in Africa. Dovremmo fare inchieste nel cuore di questo continente, dove continua lo sfruttamento da parte delle multinazionali straniere e dove si va avanti a finanziare governi corrotti. Dove sono stati creati distretti industriali che stanno inquinando irrimediabilmente l’aria e la terra. E dove, a causa della desertificazione, la popolazione si sta spostando nelle megalopoli per vivere nella povertà più assoluta».

Riflettendo su tutto questo, mi viene in mente l’immagine del film “Il Re Leone”, quando il padre di Simba lo solleva, però , dice: “tutto questo non sarà più tuo”. Da lì dobbiamo ripartire, solo così potremo spiegare che la migrazione è inarrestabile.

In questo periodo storico che storie racconta il Mediterraneo?

«Storie di vita. Quando la voglia di vivere ha come obbiettivo la salvezza, a costo della vita stessa. Per riuscire ad attraversare deserti e un mare che è ormai un cimitero, a darti la forza c’è solo il bisogno di vivere e di credere in una nuova vita. Il Mediterraneo oggi ci parla di storie di accoglienza, come quelle che poche settimane fa arrivavano dalle spiagge italiane, dove le bagnanti diventano babysitter per permettere ad una madre di vendere la sua mercanzia. Storie di pescatori che raccolgono naufraghi, di navi delle ONG che nonostante tutto continuano la loro missione. Navi che non possono essere fermate e che non sono un pericolo: sono ben altri i problemi per l’ordine pubblico italiano».

Ma il Mediterraneo oggi ci racconta, purtroppo, anche storie di odio e rancore, di caccia all’immigrato e di sfruttamento, una realtà che si diffonde pericolosamente, a macchia di leopardo.

Come si racconta questa realtà, in bilico tra disumanità e umanità?

«Di fronte ad una società malata, il giornalista deve raccontare la realtà e sollecitare il potere a trovare soluzioni, onorevoli e umane.  Dobbiamo raccontare anche i progetti positivi come Riace, perché diventino patrimonio collettivo. E dobbiamo mantenere viva la memoria: poche settimane fa c’è stato un anniversario importante. Il 25 agosto di trent’anni fa è stato ucciso Jerry Essan Masslo, vittima dell’intolleranza razzista. Dobbiamo ricordare, per fare in modo che la sua e le altre morti non siano state vane».

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