Il racconto di Martine Rollandin, che ha trascorso due mesi sull'isola greca che ospita uno dei campi profughi più disumani d'Europa, lavorando come volontaria nel centro giovanile fondato da Nicolò Govoni, appena nominato per il Nobel per la Pace.

Nicolò è Babbo Natale. O almeno lo è per me perché la prima volta che ci siamo conosciuti, in videoconferenza lo scorso il 25 dicembre, Nicolò Govoni, ventisettenne ora nominato al Nobel per la Pace, era proprio travestito da Babbo Natale. Sono trascorse diverse settimane dal mio ritorno in Italia dopo la potente esperienza di volontariato con Still I Rise. Questa ong italogreca, che offre educazione di alta qualità ai minori rifugiati, è nata nel 2018 dalla travolgente forza di volontà di due italiani, Nicolò Govoni e Giulia Cicoli, e di un’americana, Sarah Ruzek.

I profughi di Samos

Nicolò, Giulia e Sarah erano già operativi a Samos, una delle isole greche (distante poco più di un chilometro dalla costa turca) su cui si staglia, impietoso, uno dei peggiori e più sovraffollati hotspot d’Europa. In questo campo profughi, progettato per ospitare 648 rifugiati, vivono, o per meglio dire sopravvivono, circa 7400 persone. Tra loro, migliaia di bambini e adolescenti a cui sono negati o comunque per lo più preclusi non solo il diritto allo studio, ma anche i diritti fondamentali. I richiedenti asilo vivono in una prigione a cielo aperto, senza elettricità, riscaldamento o acqua corrente. Si trovano all’addiaccio, immersi nella violenza, nella sporcizia e nel degrado.

Il centro Mazì

Still I Rise si trova sulla collina di Vathy, il capoluogo di Samos, dove le tende si moltiplicano di giorno in giorno. Tra le tante ong che hanno cominciato dal 2014 a lavorare sull’isola, infatti, nessuna si occupa sistematicamente di quella difficile ma così delicata fascia d’età che va dai 10 ai 17 anni. Nicolò, Giulia e Sarah raccolgono le donazioni provenienti dalla community cresciuta intorno alla seguitissima pagina Facebook di Nicolò e aprono con impegno, energia e sacrificio il centro per giovani, Mazì.

Non c’è nome più adeguato per questo luogo. Mazì in greco significa infatti ‘insieme’. E la sensazione quando vi si entra è proprio quella di sentirsi al sicuro. Mazì è un luogo protetto per tutti gli studenti, al cui interno trovano non solo pasti caldi, bagni puliti, lezioni (dall’inglese alla matematica) e svariate attività. E ancora: ascolto, conforto, la possibilità di essere bambini e adolescenti. Di giocare, di ridere, anche di fare i capricci. Perché fuori dalla scuola, i ragazzi vivono situazioni di quotidiana violenza. Tutto può accadere in qualunque momento ed è per questo che vivono in costante stato di allerta. La leggerezza dell’infanzia svanisce quando devi proteggerti da ratti grossi quanto gatti e serpenti che tentano di entrare nella tenda, quando hai infezioni purulente e insopportabili su tutto il corpo, quando sei solo, affamato, spaventato e senza famigliari che si prendano cura di te.

Obiettivi da Nobel

Ora l’obiettivo è fondare altre Mazì, più grandi, più organizzate e riconosciute a tutti gli effetti come scuole internazionali per minori rifugiati e regalare le stesse chance dei primi agli ultimi, proprio in quei luoghi in cui la crisi migranti è più palpabile, più tesa, più disumanizzante. La prima aprirà presto in Turchia, nella città crocevia di Gaziantep, a un’ora dal confine con la Siria, e punta a diventare la prima Scuola Internazionale per minorenni rifugiati al mondo. Sul piatto ci sono un’istruzione di alto livello, un diploma riconosciuto a livello internazionale e la conseguente opportunità di accedere alle migliori università del mondo. Traguardi degni di un Nobel.

Foto: Still I Rise

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