Scrittrice di origini marocchine, stava per diventare italiana, ma il decreto Salvini ha allungato i tempi. Affida ai versi la sua interiorità ma, spiega, ha scelto di non permettere alla politica di strumentalizzare il suo equilibrio. Della propria identità, infatti, ha un’idea molto precisa…

Saida Hamouyehy, nata in Marocco e quasi italiana anche per la burocrazia, è nel nostro Paese da quando aveva 6 anni e abita in provincia di Reggio Emilia con due fratelli appena più piccoli.

Studia a Bologna, dove segue un master in Relazioni Internazionali dopo aver conseguito la laurea in Letteratura Straniera, ma sogna di poter scrivere. Fa parte del direttivo del NILI, il Network Italiano dei Leader per l’Inclusione, a cui ha aderito sin dall’inizio. Vorrebbe fare la giornalista, collabora con la testata on line LeNius e scrive poesie, pubblicate in alcune antologie: «Scrivere è il modo migliore per raccontarmi. Per far uscire tutto di me. Anche la mia identità ibrida, marocchina e italiana, che considero una ricchezza».

È cittadina italiana?

«Sono arrivata in Italia alla fine degli anni Novanta, con il ricongiungimento famigliare dopo che mio padre era arrivato qui alla fin degli anni Ottanta per lavoro. Lo stavo diventando, ma quasi alla fine del periodo di residenza decennale è entrato in vigore il decreto Salvini. Quindi devo aspettare altri due anni».

Una storia comune, di questi tempi…

«Sì, molto comune. Io sono italiana quanto gli italiani. In tutti questi anni ho acquisito molta parte della cultura italiana. Ovviamente le mie origini hanno un peso enorme. Alla fine mi sento un ibrido. Ma lo considero una ricchezza. Come tanti di noi ho avuto delle crisi di identità che poi ho superato. La cosa fondamentale è riuscire a trovare un equilibrio».

Il dibattito va avanti da anni, diritto di voto alle amministrative, ius culturae, ius soli, cosa ne pensa?

«Penso che siano temi che sono stati molto strumentalizzati dalla politica. Le giovani generazioni di italiani come noi, vogliono dare un contributo a questo Paese, anche partecipando allo scenario politico. Alcuni ci considerano cittadini di serie B, noi vogliamo essere di serie A. La cittadinanza per chi vive in Italia è un diritto. Se nasci qui, poi, sei italiano al di là delle tue origini».

Sono i temi su cui lavora il NILI, il Network Italiano dei Leader per l’Inclusione, che la vede nel direttivo. Come si è avvicinata al NILI?

«Li ho conosciuti a Bruxelles nel 2018, stavo partecipando a un workshop organizzato dal German Marshall Fund, un’organizzazione americana che si batte per l’integrazione e per favorire i rapporti transatlantici. NILI si batte per i diritti civili delle minoranze e per far emergere la nostra identità. Rispettiamo le nostre identità culturali originarie ma siamo anche italiani. Stiamo organizzando un workshop che vorremmo fare a Roma, a maggio probabilmente. Un workshop aperto agli italiani autoctoni e ai nuovi italiani. Vogliamo creare una leadership, fare rete».

Oltre a studiare cosa fa?

«Per un anno ho lavorato allo sportello sociale del Comune di Bologna. Faccio volontariato con un’associazione interculturale di Bologna che si chiama Universo. Aiutiamo a compilare curriculum, domande per il permesso di soggiorno e di cittadinanza. E poi scrivo sulla testata on line LeNius e poesie, alcune sono state raccolte nelle antologie del concorso letterario Guido Zucchi di Bologna e Lingua Madre a Torino».

Che tipo di poesie?

Una che mi è particolarmente cara si chiama Soffiate.
Soffiate, tempeste del Nord,
Inondate i mille volti stranieri,
In modo che la mente si inebri,
E improvvisamente il cuore si geli

Scrivere è il modo migliore per raccontarmi. Per far uscire tutto di me.

Si è definita una persona con identità ibrida. A casa con i suoi fratelli, che lingua parlate?

«Ogni tanto infiliamo qualche frase in berbero. Non siamo arabi, siamo di origine berbera, la popolazione autoctona del Nord Africa, prima dell’arrivo degli arabi. Ma di solito parliamo italiano, è più semplice, più diretta, è la nostra lingua di tutti i giorni».

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