Docente del Corso in Terrorismo e le sue mutazioni geopolitiche alla SIOI (Società italiana per le organizzazioni internazionali) di Roma, di Geopolitica del Medio Oriente all'Università Niccolò Cusano e di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all'Università di Macerata. Ha recentemente pubblicato Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso per i tipi di FrancoAngeli. È editorialista per alcuni quotidiani e periodici tra cui l'Huffington post, Sussidiario.net, Affari Internazionali e Formiche.net.

Risolvere il problema migratorio è davvero impossibile? A leggere le cronache degli ultimi giorni parrebbe proprio di sì, tra crisi europee e dibattiti dai toni sempre più accesi la soluzione appare davvero lontana. Eppure con uno sguardo diverso forse si potrebbe tentare di porre le basi per una politica più incisiva.

Iniziamo dalla prima criticità. Negli ultimi anni, grazie anche alla miopia degli Stati europei, troppo concentrati nel guardare al problema migratorio nel loro cortile di casa e non dove esso ha davvero origine, si sono sviluppate vere e proprie reti criminali di carattere transnazionale. L’enorme volume di affari ottenuto grazie ai viaggi dei migranti verso l’Europa ha permesso alle organizzazioni di crescere, attivando notevoli capacità di risposta alle deboli azioni di contrasto fin qui messe in campo. I network criminali hanno così acquisito una grande resilienza e flessibilità, strutturandosi in maniera piramidale in vari Paesi per gestire i traffici, in taluni casi anche con la connivenza delle leadership di alcuni Stati africani. Le organizzazioni criminali libiche, di cui tanto si parla, solo l’ultimo anello di una catena decisamente più articolata che parte dall’Africa occidentale e orientale ma anche da altri Paesi del Nord Africa. Non capirlo è stato il più grande errore commesso negli ultimi anni, con la diretta conseguenza di lasciare nelle mani dei trafficanti il potere di gestire i flussi migratori, di “aprire e chiudere i rubinetti”. È evidente che davanti all’emergenza le risposte degli attori europei diventano confuse e divergenti. Nella politica, come nella vita, anticipare il problema permette di affrontarlo con maggiore calma e consapevolezza, esserne travolti, invece, causa smarrimento e risposte avventate o parziali. Detta in altre parole, la risposta non può essere se e come sigillare il confine del Brennero o quanta percentuale di richiedenti asilo redistribuire, ma mettere in cima a una reale agenda europea un progetto comune di lotta alla criminalità organizzata transnazionale.

Il secondo punto riguarda la cosiddetta “esternalizzazione delle frontiere”. Intanto, cosa vuole dire esternalizzare le frontiere? Per molti Stati europei significa solo esternalizzare il problema. In poche parole: nessuno vuole i migranti. La Germania, l’Austria e la Francia li respingono verso l’Italia, l’Italia verso la Libia che, invece, li vorrebbero ancora più a sud. Sfuggendo alla logica dello “scaricabarile”, la proposta di esternalizzare le frontiere può trovare una corretta applicazione solo prendendo atto del fatto che la soluzione vera della crisi migratoria non sta nelle frontiere interne dell’Unione europea, né in quelle esterne, né in quelle marittime. La frontiera europea è nel Corno d’Africa, nel Sahel, nel Niger, nel Ciad, in Eritrea e Nigeria. Qui si dovrebbero costruire centri di protezione e rimpatrio dei migranti gestiti secondo standard internazionali, evitando di lasciare nelle mani delle autorità locali la completa gestione delle strutture perché il rischio sarebbe quello di ritrovarci campi di detenzione sul modello libico, gestiti dai trafficanti, anche negli altri Paesi africani. Per attivare queste azioni sono necessari soldi, accordi con i governi locali e una minuziosa e coesa politica europea per la gestione e il monitoraggio di queste strutture. L’Europa dovrebbe avere il coraggio di pensare a progetti che vadano oltre le proprie frontiere e capaci di arrivare a migliaia di chilometri da queste.

C’è poi un altro tema. Se è vero che la Libia è solo l’ultimo anello di una catena criminale ben più complessa, va altresì ricordato che l’ex Jamahiriya non può essere parte della soluzione del problema perché è essa stessa parte del problema. Per questo motivo il dossier Libia deve tornare in cima all’agenda internazionale, il che presuppone che nessuno Stato ha il diritto di prendere decisioni unilaterali sul futuro del Paese. L’idea di Macron di convocare una conferenza sulla stabilizzazione della Libia (il 29 maggio scorso) con suo personalissimo piano da proporre alla Nazioni Unite è stata quantomeno discutibile. Non a caso il rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamè, a distanza di poco più di un mese, ha bocciato la proposta di elezioni entro dicembre emersa durante il summit parigino. Indire elezioni in Libia in un contesto così frammentato e caotico avrebbe rischiato di fomentare solo ulteriori scontri tra gruppi rivali. La Libia prima di diventare un porto sicuro deve diventare un Paese sicuro. Se non si inverte questa prospettiva, difficilmente potremo sperare di non vedere più morti in mare.

Dunque, una politica europea che abbia come obiettivo quello di contrastare in maniera energica e sinergica i network criminali; una consapevole esternalizzazione delle frontiere con il supporto concreto della comunità internazionale a tutela dei migranti e un piano condiviso di stabilizzazione delle Libia sono alcune delle possibili opzioni. Nulla ci porterà all’immediata soluzione dei problemi. Abituiamoci, dunque, ad assistere ancora a politiche dello scaricabarile da parte dell’Europa, in cui la vittima designata sarà ancora l’Italia. Abituiamoci a belle parole e pochi fatti, a proposte di soluzione da discutere in summit che si risolveranno in poco più che in un viaggio di piacere. Ma continuiamo a portare avanti idee serie e concrete con una visione capace di superare la vecchia politica di confine di questa (ahimè) vecchia Unione.

 

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Credits: radici.online

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