NRW ha riunito alcune delle voci più interessanti fra i nuovi italiani per capire come e perché essere leader nella società multiculturale.

Tutta questione di leadership, si dice. Di capacità e di visione.
Ci sono medici, startupper, artisti, politici, insegnanti, attivisti, scrittori tra i quasi tre milioni i giovani di seconda generazione e under 35 anni presenti sul territorio italiano ma non sempre formalmente italiani. Talenti che cercano di cambiare in meglio la società, mettendosi in gioco

A riunire le voci più interessanti in fatto di leadership fra i nuovi italiani ci ha pensato NRW, alle quali ha chiesto: Come e perché essere leader nella società multiculturale?

Perché ne parliamo

Al perché risponde Abderrahmane Amajou, nato in Marocco nel 1986 e italiano d’adozione dall’età di 6 anni, è coordinatore di Slow Food International e fa parte del Transatlantic Inclusion Leaders Network del German Marshall Fund. «Persone con un background importante, italiano e di un altro Paese d’origine, possono essere la soluzione a tanti problemi che la nostra società vive oggi», premette.

Parlare loro di leadership è necessario, per fare in modo che si sentano maggiormente parte della società, perché prendano parte al cambiamento e si sentano responsabili in prima persona

Gli fa eco Hilda Ramirez, attivista per i diritti umani nata in Ecuador 29 anni fa e in Italia da quando ne aveva 7, oggi presidente dell’associazione Multietnica per la Cooperazione allo Sviluppo Umano di Genova, oltre che consigliera del CoNNGI, il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane: «È importante parlare di leadership e nuove generazioni perché è arrivato il momento di capire che non siamo l’eccezione, ma la regola: nuove generazioni significano background migratorio, arricchimento della lingua, due culture, due visioni del mondo. Il che si traduce in un impatto socioeconomico positivo per l’intero sistema Paese, in Italia», osserva.

Ma perché torniamo a parlarne ora? Matteo Matteini, 54 anni, di origini italiane e congolesi, esperto di innovazione sociale per organizzazioni multilaterali, nazionali, regionali e locali, e co-fondatore di una serie di startup a impatto sociale come Vitality Onlus ci ricorda che «Questo è, per molti versi, un momento generativo. Si è distrutto il retroterra di un mondo che credevamo solido, ed è necessario porre le basi per un nuovo modo di vivere».

Per questa ragione, persone che hanno nel loro retroterra percorsi di cambiamento, ad esempio un background migratorio, sono quelle cui si deve guardare con maggior attenzione, perché per rigenerarsi servono nuove radici

Politica e impegno

Oltre a fare parte del Global Shapers realtà giovanile del World Economic Forum, Anass Hanafi è impegnato su molteplici fronti: studia Giurisprudenza a Torino, è membro TILN (Transatlantic Inclusion Leaders Network) organizzato dallo statunitense German Marshall Fund e co-fondatore di Nili, il Network Italiano dei Leader per l’inclusione. La sua ricetta, spiega, è semplice:

If you are not at the table, you’re on menu: se non sei seduto al tavolo, sei sul menu, dice efficacemente un detto in inglese. I giovani devono riprendere posto al tavolo, imparare a stare a tavola, cioè comprendere il meccanismo per inserirsi, attivandosi in modo da essere eletti e portare le istanze delle proprie comunità all’interno dei tavoli decisionali

Un Paese, per essere veramente inclusivo, deve prevedere la partecipazione delle minoranze attraverso politiche mirate, concorda Marwa Mahmoud, consigliera comunale a Reggio Emilia, italoegiziana cresciuta in Italia: «Avere delle prassi che vedano cittadini con background migratorio, quindi con diversità linguistiche, culturali e spirituali, all’interno della classe dirigente e politica. Questo attraverso il voto politico alle amministrative, la presenza nei consigli di amministrazione, nella rappresentanza nei partiti a livello nazionale e in contesti dove non siamo abituati a portare la diversità culturale».

Rappresentare, rappresentarsi

Ecco la chiave di volta: creare modelli ed essere modello per altri. «Solo quando si diventa condottieri di se stessi si può diventare leader per qualcun altro. Ma prima di farsi seguire bisogna seguire qualcun altro ed è fondamentale imparare a scegliere i propri riferimenti». Boris Veliz, nato 27 anni fa a Guayaquil, in Ecuador, e adottato da Milano dove si è laureato all’Accademia di Belle arti di Brera. «L’arte annulla le differenze sociali e culturali» spiega, ricordando che sono innumerevoli i settori attraverso i quali la capacità di leadership può esprimersi.

Evelyne Sarah Afaawua, la giovane imprenditrice italoghanese che ha creato il brand Nappytalia Eco Bio Cosmetics. Nata in Francia e arrivata in Italia all’età di un anno, mentre studiava all’università Bocconi di Milano ha iniziato a maturare l’idea della sua azienda di prodotti per capelli ricci. «Volevo vedere la mia immagine riflessa e i capelli sono un mezzo per esprimere identità, autenticità e naturalezza. Nappytalia ha l’obiettivo di far emergere chi in Italia non ha ancora una rappresentanza».

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