Il libro di cui parliamo questa settimana è "Racconti ritrovati" (D Editore, 2019), in cui Emanuel Carnevali racconta la vita malfamata nell'East Side di Manhattan della prima metà del Novecento, coniugando una scrittura dark ad esaltanti ghirigori letterari.

Emanuel Carnevali
Racconti ritrovati
(D Editore, 2019)

Ci sono libri preziosi che spuntano all’improvviso, come messaggi in bottiglia annegati nell’oceano. I Racconti ritrovati di Emanuel Carnevali, vissuto tra la fine dell’Ottocento e gli Anni Quaranta quando si spense in una clinica neurologica di Bologna, sono una di queste gemme.

Di lui, amico di Ezra Pound e di tutta l’intellighenzia americana degli anni Venti e Trenta, mai un riconoscimento in vita, se ne erano perse le tracce prima di questa riedizione del suo libro culto. Emigrato a 16 anni e da solo prima a New York e poi a Chicago, scappando da un padre che non ama, Emanuel Carnevali approda negli Usa che non parla una sola parola di inglese. La trafila è quella di tutti i migranti, garzone, lavapiatti, cameriere, uomo di fatica.

Copertina

Inizialmente rifiutati da tutte le case editrici, Emanuel Carnevali riesce a trovare un suo spazio tra le avanguardie letterarie dell’epoca. Sono in pochi a riconoscere il suo genio in patria. Si sa di una sua corrispondenza con Benedetto Croce e Giovanni Papini ma fino agli anni Settanta nessun editore italiano ha il coraggio di pubblicare le fitte trame narrative di questo scrittore che qualcuno ha avvicinato a Charles Bukowski, in anticipo di cinquant’anni.

Ogni pagina è un distillato di vita dell’East Side di Manhattan, la zona malfamata dove vivono i migranti in case fatiscenti, spesso ammassati l’uno sugli altri. Ma in lui c’è già il germe di quello che sarà, quando l’East Side diventerà il luogo alla moda per gli artisti squattrinati in cerca di fortuna.

L’uomo che vive ai margini di Manhattan è allo stesso tempo lo scrittore ammirato che finisce per essere pubblicato su Poetry Magazine e poi su Others. Lo chiamavano mangiaspaghetti ma lo ammiravano per la sua scrittura black, scura come la sua vita ma non priva di esaltanti ghirigori letterari che avevano suscitato ammirazione in William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon e lo stesso Ezra Pound, l’autore dei Canti Pisani che passerà buona parte della sua vita in Italia, magari ispirato dalla conoscenza di Emanuel Carnevali.

C’è chi accosta l’urlo che lo scrittore ascolta nelle camere ammobiliate dove viveva e che trasforma in grido nelle pagine letterarie, all’Urlo di Allen Ginsberg, che sarà il protagonista della Beat Generation insieme a tanti altri. Altri leggono come musicali, un rap ante litteram, le parole del dimenticato Emanuel Carnevali, morto in solitudine. E chissà cosa direbbe oggi se fosse vivo, vedendo come a distanza di tanti anni, i suoi racconti non hanno perso la potenza evocativa di allora.

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