Giuseppe Brescia, pentastellato appena rieletto, nella scorsa legislatura si è occupato del sistema di accoglienza. E sui nuovi italiani non passa il nostro quiz. Eppure era facile.

Giuseppe Brescia è stato vicepresidente della Commissione di inchiesta sul sistema d’accoglienza.

Nel movimento non c’è la figura del responsabile immigrazione ma lui certamente è quello che ha acquisito più esperienza sul campo. Rieletto in Parlamento, gli abbiamo sottoposto il questionario di Radici, mentre fervono le ultime trattative per il governo con la Lega.

 

Radici: Che cos’è per lei l’integrazione?

Brescia: Integrazione è il raggiungimento di uno stato all’interno di un nuovo contesto che permetta di lavorare e avere rapporti sociali. È un obiettivo difficile da raggiungere e deve essere facilitato da professionisti del settore, altrimenti la vera integrazione resta un miraggio. Per professionisti intendo educatori, mediatori culturali, legali che dovrebbero essere più utilizzati di quanto non lo siano ora. L’accoglienza invece è lasciata nella maggior parte dei casi ai gestori dei Centri di accoglienza straordinaria, che fino a ieri facevano gli albergatori o tutt’altro.

 

Radici: Lei parla dell’emergenza, ma l’integrazione non riguarda anche gli stranieri o nuovi cittadini già presenti sul territorio?

Brescia: Certo, l’integrazione passa attraverso i contesti lavorativi e soprattutto attraverso la scuola, che è fondamentale, dove si formano le nuove generazioni. Gli insegnanti sono figure di riferimento, ma non possono essere lasciati soli. Lo dico da educatore. Ci vogliono anche in questo caso delle figure specifiche nell’integrazione delle differenze, e intendo tutte, non solo quelle culturali o etniche, ma anche quelle legate alla disabilità per esempio. Figure di mediazione che allo stato attuale non esistono. E la cosa migliore è poi che nelle classi vengano creati gruppi più eterogenei possibili: classi con la quasi totalità di studenti stranieri, come è spesso accaduto, impediscono una vera integrazione.

 

Radici: Cosa sa dei nuovi italiani?

Brescia: Sono persone che vengono da percorsi di vita complicati e cercano benessere, libertà, occasioni di crescita di cui noi abbiamo usufruito per tutta la vita. Le seconde generazioni poi dovrebbero essere incoraggiate e i percorsi virtuosi premiati. Nell’ultima legislatura abbiamo presentato una proposta di legge centrata sullo Ius culturae che prevede la concessione della cittadinanza agli studenti che abbiano genitori residenti regolari e completato un ciclo di studi in Italia. Non abbiamo appoggiato lo Ius soli proposto dal Pd perché è stato presentato nel momento sbagliato e in modo strumentale. Ora vorremmo riproporre il tema sulla piattaforma del movimento per questa legislatura.

 

Radici: Sa quanti sono i nuovi italiani, ossia i nuovi cittadini di origine straniera?

Brescia: So che ci sono 5 milioni e mezzo di stranieri residenti in Italia e 500mila irregolari.

 

Radici: I nuovi italiani non rientrano in nessuno di questi due numeri, in quanto sono cittadini italiani a tutti gli effetti e a fine 2017 erano un milione e 292 mila. Può dirci che lavori e che studi fanno?

Brescia: Fanno le cose più disparate e molte seconde generazioni studiano all’università. Sono uno spaccato della società e io non sono uno di quelli che tende a generalizzare o ad utilizzare cliché.

 

Radici: Cosa pensa della possibilità che in un futuro non troppo lontano l’Italia possa avere una classe dirigente di origine straniera?

Brescia: Per ora noi siamo un po’ indietro. Ma vedo molto bene esperienze come quella londinese, dove gli stranieri residenti possono votare alle amministrative, e anche candidarsi.

 

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Credits: radici.online

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