Il long read di questa settimana è tratto da "Questa è l'America" (Mondadori, 2020) di Francesco Costa. Il vicedirettore de Il Post, autore della newsletter e podcast "Da Costa a Costa", con questo libro scritto sul campo ci racconta gli Stati Uniti che non conosciamo e ci aiuta a liberarci da luoghi comuni e pregiudizi.

Francesco Costa
Questa è l’America
(Mondadori, 2020)

Quando nel 2016 il tycoon miliardario Donald J. Trump vinse le elezioni, diventando il 45º Presidente degli Stati Uniti d’America, molti analisti politici in tutto il mondo sbagliarono clamorosamente la previsione, per aver puntato tutto su Hillary Clinton. Fu in quel momento che molti si resero conto che non c’era solo l’America delle due coste, quella della scintillante New York e della dorata Miami ad Est e quella hi-tech della Silicon Valley e della gigantesca Los Angeles, la città sotto i riflettori dove tutto quanto fa spettacolo, a Ovest.
In mezzo, sterminata, c’è l’America dei campi di petrolio e di patate, dei Grandi Laghi dei boscaioli e dei workers dell’industria automobilistica di Detroit, dove The Don mise le fondamenta per la corsa vittoriosa verso la Casa Bianca, di cui quasi nessuno parla e pochi conoscono. Francesco Costa, vicedirettore de
Il Post, autore della newsletter e podcast Da Costa a Costa, con questo libro scritto sul campo ci racconta gli Stati Uniti che non conosciamo e ci aiuta a liberarci da luoghi comuni e pregiudizi. A partire da quello dell’accaparramento del petrolio che gli Usa inseguirebbero pervicacemente facendo guerre in mezzo mondo, salvo poi scoprire che sono uno dei pochi Paesi al mondo energeticamente autonomi. O dell’idea che abbiamo degli americani tutti armati, senza sapere quale profondo radicamento culturale ci sia dietro. Un viaggio a tutto tondo, da leggere nell’anno in cui Donald J. Trump punta a rimanere per altri 4 anni al 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Francesco Costa e dell’editore Mondadori pubblichiamo un estratto del libro Questa è l’America.

Copertina

A Bakersfield, in California, una volta un signore afroamericano mi raccontò che c’è una cosa che ripete sempre ai suoi figli, per spiegargli come devono comportarsi. «It’s better to be judged by twelve, than carried by six», È meglio essere giudicato da dodici che portato da sei, dove dodici sono le persone che fanno parte di una giuria popolare, mentre sei sono le persone che sollevano una bara. Insomma, anche se qualcuno ti provoca, anche se qualcuno ti accusa ingiustamente, anche se un poliziotto vuole cercare grane, fai il bravo, non reagire, tieni la testa bassa, non correre rischi inutili. È meglio essere giudicato da dodici che portato da sei. C’è una vera saggezza da genitore in questa frase, nel miglior senso possibile: i soprusi non mi piacciono, mi disse quell’uomo, ma mi piace molto meno l’idea che mio figlio non torni a casa la sera. Quella frase in realtà ha anche un altro significato. Nei giri delle gang, il senso con cui viene usata di più è: nel dubbio, spara per primo. Se credi che qualcuno ti voglia fare del male, anche se solo lo sospetti, spara. Se poi non era così, pazienza. È meglio essere giudicato da dodici che portato da sei. Le armi fanno danni anche quando non ci sono.

Tutte queste cose però le sapete già o comunque non vi stupiscono, per quanto incredibili. Quello che volete sapere è perché.

La prima e più forte spiegazione ha a che fare con le origini degli Stati Uniti. Per secoli, e per molto tempo prima che venisse scritta la Dichiarazione d’indipendenza o approvato il famigerato Secondo emendamento della Costituzione, gli americani hanno esplorato in autonomia una frontiera che si spostava progressivamente sempre più a ovest, sostenendosi quasi esclusivamente con gli allevamenti e l’agricoltura e sviluppando uno stile di vita per cui il possesso e l’abilità nell’uso delle armi erano semplicemente imprescindibili. Come abbiamo già osservato parlando del rapporto peculiare degli statunitensi con l’autorità statale, la frontiera era davvero selvaggia: non c’era nessuno che si potesse chiamare in soccorso di fronte all’aggressione di un branco di animali, a un bellicoso incontro con i nativi americani o a qualcuno che volesse risolvere una controversia con la forza. Che fosse per andare a caccia o per difendersi, nell’America rurale per secoli fu impossibile vivere senza avere dei fucili: e chi era più bravo a sparare lavorava di più, viveva più a lungo, mangiava meglio.

La caccia e la pesca – e le abilità che richiedevano – si intrecciarono profondamente con la cultura delle persone, tanto che col tempo le armi non rimasero soltanto uno strumento di sopravvivenza ma acquisirono anche un ruolo di intrattenimento (portando alla nascita di qualcosa di simile agli sport) e di formazione dell’identità personale. Centinaia di milioni di americani nel corso dei secoli insegnarono a sparare ai loro figli, costruendo tradizioni e riti di passaggio generazionale fondamentali e diventati nel tempo solidissimi: la prima volta che mio padre mi ha portato a caccia, la prima volta che ho sparato, il primo fucile che mi ha regalato e che a mia volta un giorno regalerò a mio figlio. Quando gli europei discutono del rapporto tra gli statunitensi e le armi, non riescono a nascondere un certo sbalordimento: come fanno a non rendersi conto di un nesso così evidente tra le armi e la violenza? Come fanno a non capire che tutte queste armi non li proteggono ma li minacciano? Il punto è che negli Stati Uniti, quando si parla di armi, non si parla soltanto di armi. Si parla di riti, di tradizioni, di quanto di più profondo avvicini le persone a chi è venuto prima di loro e quindi contribuisca a dar senso alla loro esistenza. E si parla di cultura. Basta rimuovere le armi dalla conversazione per osservare come gli americani non siano poi così diversi da nessun altro popolo al mondo: anche noi europei sappiamo benissimo che il fumo uccide e che la carne rossa in dosi significative è cancerogena e soprattutto devasta il pianeta, eppure continuiamo a fumare e mangiare carne. Riti, tradizioni, cultura.

Negli anni che precedettero la Rivoluzione americana, questo tratto identitario trasformò il rapporto con le armi anche in una differenza rivendicata con orgoglio nei confronti dei detestati inglesi, e della loro borghesia parruccona e molle al punto da affidare a un esercito – a un esercito guidato da un re! – il monopolio della forza. Come abbiamo notato parlando del Nevada, in Europa le varie forme di autorità statali si impossessarono del monopolio nell’esercizio della forza moltissimo tempo prima della nascita dei primi regimi democratici, mentre negli Stati Uniti accadde il contrario: il popolo si impossessò dell’esercizio autonomo della forza molto prima che si instaurasse una democrazia con i suoi tradizionali patti sociali.

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