Stefano Olivari è il segretario della Fim-Cisl di Brescia, provincia con uno dei più alti tassi di lavoratori stranieri. Per questo motivo abbiamo chiesto a lui le valutazioni sull'integrazione e la crescita dei nuovi italiani anche nelle imprese.

Radici: Non pensa che il dibattito sull’immigrazione sia eccessivamente polarizzato e prigioniero di una narrazione sfuocata?

Olivari: Certamente il dibattito è distorto da una serie di pregiudizi diffusi ed errati, strumentalmente utilizzati per fomentare i timori delle persone. In questa logica di istigazione, i social giocano un ruolo martellante e deviante, alimentando in maniera ossessiva la paura della gente sulla propria sicurezza individuale e collettiva.

 

Radici: Come si fa a scoraggiare immigrazione illegale e fermare il traffico di esseri umani, senza abbandonare i migranti alle vessazioni e alle torture in Libia?

Olivari: L’immigrazione è un fenomeno antico e diffuso quanto l’essere umano. Ci saranno sempre flussi migratori non solo di chi cerca scampo dalla guerra, ma anche di chi spera di ottenere migliori condizioni di vita. Solo organizzazioni di carattere sovranazionale possono affrontare questo fenomeno con una corretta gestione. L’Onu potrebbe, ad esempio, creare centri di accoglienza extraeuropei in Libia in grado di raggiungere questo risultato.

 

Radici: Cosa intende per integrazione?

Olivari: Un modello sociale che rispetti le diversità, ma che promulghi anche norme chiare ed efficaci per risolvere con equità le tensioni che possono nascere dall’incontro di culture spesso molto diverse fra loro. Leggi che, perché possano essere concretamente applicate, hanno bisogno di poter contare su risorse umane e organizzative adeguate.

 

Radici: Qual è la sua valutazione del decreto sicurezza sui migranti?

Bisogna chiedersi se la stretta sui permessi di soggiorno e l’abrogazione di quelli umanitari dia una concreta risposta alla gestione dell’immigrazione nel rispetto della persona che migra per migliorare le proprie condizioni e nella condizione di dare sicurezza al Paese, in una prospettiva di lungo termine. Non a caso la lettera di Mattarella inviata al Presidente del Consiglio Conte dopo aver firmato il decreto. Infine una possibile contraddizione. Con la ristrettezza dei permessi di soggiorno abbiamo decine di migliaia di persone che avevano chiesto ed ottenuto negli scorsi anni il permesso per motivi oggi divenuti inesistenti. Che faranno? Diventeranno tutti clandestini?

 

Radici: Siamo davvero davanti a un’emergenza razzismo?

Olivari: Nelle fabbriche vedo più fenomeni di xenofobia, di intolleranza verso le altre etnie che non razzismo, inteso in senso letterale, cioè la convinzione che vi siano razze inferiori o superiori. Ciò non toglie che la xenofobia possa ingenerare razzismo, nel momento in cui una serie di stereotipi (quelli dell’Est rubano tutti, mentre gli africani spacciano…) diventassero patrimonio comune sostituendosi al pensiero critico.

 

Radici: Sa quanti sono i nuovi italiani? Glielo diciamo noi: 1 milione e 200 mila, di cui 200 mila solo l’anno scorso. Nessuno ne parla, a meno che siano atleti e vincano medaglie d’oro. Lei cosa pensa a proposito?

Olivari: Penso che la diversità in una società liberale sia una risorsa preziosa e insostituibile.

 

Radici: Che lavori fanno gli stranieri? Secondo lei, fanno solo lavori poco qualificati o anche specializzati e qualificati?

Olivari: Dalla mia esperienza personale e diretta nelle fabbriche posso dire che per molti anni gli immigrati sono andati nei reparti a svolgere i lavori per certi versi più pesanti. Poi l’affidabilità, l’esperienza e la pratica hanno consentito loro di assumere ruoli di maggiore responsabilità (capi turno o capi reparto). Purtroppo la scarsa conoscenza della lingua è un fattore che impedisce a molti lavoratori immigrati di crescere professionalmente, pur avendo un bagaglio di conoscenze del tutto rispettabile, perché diventa impossibile trasmetterle. Gli immigrati, che hanno avuto la fortuna di avere una scolarizzazione elevata, sono invece inseriti in mansioni impiegatizie e da quadri. Ho conosciuto, poi, moltissimi immigrati che lavorano nel commercio o nei servizi (idraulici, elettricisti, falegnami, cooperative, badanti) con partita iva.

 

Radici: Le pare fondata l’affermazione di Tito Boeri: abbiamo bisogno di immigrati che paghino le nostre pensioni? O rappresenta un approccio filosofico sbagliato?

Olivari: Le pensioni sono erogate in base alla ripartizione degli introiti che vengono versati dai lavoratori attivi. È evidente perciò che più persone lavorano, più contributi ci sono, più il sistema regge. In questa prospettiva tutto ha un valore, anche i contributi dei lavoratori immigrati. Mi preme ricordare che con la Bossi Fini persone che hanno lavorato qui anche per molti anni, se non raggiungono un livello minimo, tornando nel Paese di origine non possono riscattare i contributi versati (a meno di accordi bilaterali che non sono molti), lasciando ai nostri pensionati il frutto del loro lavoro.

 

Radici: Sa quante imprese sono state create dagli stranieri?

Olivari: Non conosco i numeri precisi, ma sono convinto che lo spirito di imprenditorialità non sia un’esclusiva di noi italiani.

 

Radici: Che percezione ha delle seconde generazioni di immigrati nati o cresciuti in Italia?

Olivari: Parlando con i giovani che lavorano nelle fabbriche mi sembrano in mezzo ad un passaggio molto delicato, stretti tra le loro famiglie con le loro radici, culturali e religiose e la nostra società. Soprattutto nei ragazzi e nelle ragazze di origine islamica vedo una forte tensione nella ricerca di un equilibrio personale e famigliare tra il passato spesso solo dei loro genitori, il presente che vivono e il futuro che vogliono crearsi. Una tensione che rischia di creare traumi di diversa natura. Dall’essere isolati in famiglie che non vogliono integrarsi nella nostra società, all’allontanamento volontario dalla famiglia di origine per la sua eccessiva rigidità con il rischio che, senza più orientamento famigliare, cadano nella rete di gruppi malavitosi.

 

Radici: Secondo lei che studi fanno? Solo istituti tecnici o anche i licei?

Olivari: Basta guardare le pagelle d’oro che alla fine di ogni anno scolastico i giornali provinciali pubblicano per avere la risposta. Nei licei così come negli istituti tecnici si leggono sempre più spesso nomi di altre nazionalità.

 

Radici: Secondo lei, è una minoranza quella che frequenta l’università?

Olivari: Se fosse così, lo sarebbe per gli stessi meccanismi che fanno del nostro Paese uno dei peggiori in termini di mobilità sociale. Per averne una prova tangibile è sufficiente leggere Antonio Schizzerotto, uno dei migliori studiosi in materia.

 

Radici: Secondo lei l’accoglienza, in Italia è solo emergenziale o esistono altri modelli adottati o da adottare?

Olivari: L’accoglienza emergenziale può prodursi e si produce. Nella nostra storia queste situazioni le abbiamo vissute. Abbiamo ancora tutti ben presenti le navi cariche di albanesi dei primi anni ’90. È chiaro che, però, possono e devono esistere altri modelli di accoglienza. Quello del sindaco di Riace è uno degli esempi da seguire.

 

Radici: Pensa che la futura classe dirigente in Italia avrà anche origini straniere?

Olivari: Lo spero per lo sviluppo in positivo del Paese.

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Credits: radici.online

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