Il long read di questa settimana è tratto da "Profughi del clima Chi sono, da dove vengono, dove andranno" di Francesca Santolini. In mancanza di accordi transnazionali sui cambiamenti climatici, è in corso uno stravolgimento geografico e sociale. E le proiezioni sul futuro sono drammatiche.

Francesca Santolini
Profughi del clima
Chi sono, da dove vengono, dove andranno
2019 Rubbettino Editore
pagine 104 euro 12

Chi scappa da una guerra può chiedere asilo. Giuridicamente il suo status passa da migrante, termine generico che indica soltanto chi lascia per lungo termine un Paese per un altro, a profugo. Chi scappa da siccità, alluvioni o dall’innalzamento delle acque per effetto del climate change non è niente. Per i migranti climatici, per ora non esiste alcuna tutela giuridica. Secondo uno studio della Banca Mondiale entro 30 anni saranno 143 milioni le persone costrette a lasciare le proprie terre per motivi legati al clima. Un fenomeno che si allarga non solo all’Africa, tradizionale serbatoio di migrazioni, ma all’intero globo terracqueo. A rischio per l’innalzamento dei mari dovuto allo scioglimento delle calotte polari, sono isole e interi arcipelaghi. Solo nell’Oceano Pacifico rischiano di essere sommersi dalle acque Micronesia, Fiji, Kiribati, Marshall, Palau e Papua. Quello a cui stiamo assistendo non è solo uno stravolgimento geografico senza possibilità di ritorno, ma pure uno sconvolgimento sociale che si assomma ai già molti problemi legati alle migrazioni economiche. A queste tematiche si è dedicata a lungo Francesca Santolini, laureata in Giurisprudenza e con una specializzazione di peso in Diritto Ambientale alla Sorbona di Parigi. Nel volume c’è il frutto di una ricerca approfondita sia sui Paesi più colpiti al mondo dal climate change che sullo status giuridico dei migranti climatici. Una parte notevole è dedicata alle proiezioni sul futuro che ci aspetta. Guardando pure ai microconflitti che si creano in diverse aree del mondo, come attorno al lago Ciad in Africa dove è scoppiata una guerra per il controllo delle acque, alle origini di migrazioni forzate sia in altre aree del Paese che oltreconfine. Il fenomeno che sembra avere scarse soluzioni visti i mancati accordi transnazionali sui cambiamenti climatici, nei prossimi anni rischia di colpire aree anche densamente popolate come Ho Chi Minh City e Bangkok, che potrebbero finire sott’acqua entro il 2050. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autrice Francesca Santolini e dell’editore Rubbettino pubblichiamo un estratto del libro Profughi del clima.

Sulle rotte della storia

Siamo tutti migranti. La maggior parte di noi non vive nel luogo di nascita dei nostri nonni, e alzi la mano chi non ha un’esperienza di migrazione diretta tra le ultime generazioni della sua famiglia.
I nostri nonni o bisnonni si sono spostati all’interno della Penisola, oppure hanno lasciato l’Italia per un periodo della loro vita. Alcuni rami delle nostre famiglie si sono trasferiti all’estero, parte di una delle ondate di migrazione italiana che ha disperso in Europa del Nord, nelle Americhe, in Australia milioni di nostri connazionali, oggi ormai stabilmente radicati nelle loro nuove patrie.
Se risaliamo nella storia, poi, la nostra Penisola posta al centro del Mediterraneo sembra davvero una terra di permanente immigrazione. La storia etnica del popolo italiano è storia di contaminazioni continue e in un certo senso straordinarie.
L’Italia era già occupata nella preistoria da avanguardie meticce nomadi che, gradualmente, formarono comunità stanziali, le quali man mano posero le basi di villaggi e poi di centri sempre più grandi.
Nell’VIII secolo a.C., le colonizzazioni dei popoli del Mediterraneo hanno iniziato a popolare le coste della Sicilia e della Calabria e fino in Campania, in particolare con Fenici e Greci che le disseminarono di città; gli Indoeuropei dell’Illiria che i Greci chiamavano Apuli, si erano stabiliti in Puglia, i Liguri da bravi marinai commerciavano con altri popoli del nord Europa, e i Celti o Galli si spinsero nel nostro Nord.
Nelle varie enclave del Centro tra Villanoviani, Umbri, Piceni, Sabini, Osci, Sanniti, Latini erano una cinquantina le etnie dall’Appennino al mare. In Sardegna c’erano i Sardi o Nuraghi. Invasori? Piuttosto provvidenziale bagaglio di conoscenze che incrementarono la crescita numerica delle popolazioni italiche e la loro espansione geografica.
Prima dell’unificazione imposta da Roma, che tuttavia rispettò l’autonomia delle provincie italiche, l’Italia era un vero e proprio melting pot, nel quale confluivano ondate migratorie provenienti dalla Grecia, dall’Africa, dal Medio Oriente e dal Nord celtico.
La dominazione romana unificò questa varietà con le armi, ma fu capace di integrare progressivamente le diverse etnie nell’unica patria comune romana, nella quale si riconoscevano genti di provenienze e culture diverse. I racconti degli storici greci e latini come Erodoto, Ellanico di Lesbo, Anticlide, Livio, Plutarco o Seneca, sono straordinari perché, tra avventura e mito, parlano di migrazioni come fossero esperti geografi e demografi moderni.
Raccontano di arrivi da terre lontanissime e dopo viaggi inimmaginabili iniziati dal vicino Oriente dove tribù un tempo nomadi, seimila anni prima di Cristo avevano già fondato Babilonia e le civiltà dei Sumeri e degli Assiri. Narrano di esperti navigatori pelasgici salpati dalle isole greche o dalle coste egee dell’Anatolia, dalla Lidia, dalla Frigia, dalla Siria, mentre da nord giungevano celtici e illirici.
Chi erano? Forse gente bandita dalle loro città per i motivi più diversi e divenuti gruppi erranti, esploratori affascinati dai paesaggi della Penisola; ma ve ne erano anche tantissimi terrorizzati e in fuga da catastrofi meteo-climatiche come veri diluvi, piene e siccità con il corredo di carestie e pestilenze di cui loro non conoscevano le cause e per le quali incolpavano un dio del loro Pantheon mitico.
Antropologi e demografi, da Luigi Luca Cavalli Sforza a Massimo Livi Bacci, raccontano l’identità di tanti popoli costruita nel tempo, e la bellissima lettera di Seneca a sua madre Elvia quando Claudio lo esiliò in Corsica, spiega come già nel mondo antico di allora «[…] han cambiato sede genti e popolazioni intere […] L’Asia è piena di Ateniesi; Mileto ha popolato settantacinque città sparse un po’ dappertutto; tutta questa costa dell’Italia bagnata dal Mare Inferiore divenne Magna Grecia. L’Asia si attribuisce gli Etruschi, i Tiri abitano l’Africa, i Cartaginesi la Spagna, i Greci si sono introdotti in Gallia e i Galli in Grecia, i Pirenei non hanno ostacolato il passaggio dei Germani […]».
Aggiunge che: «Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare.
Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un’altra: alcuni sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni […] altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice […]».
Si sa che proprio questa mobilità dei gruppi umani ha condizionato il grande organismo dell’Impero Romano, e le difficoltà nella sua gestione hanno contribuito grandemente al suo disfacimento. Fino all’età della crisi che portò alla caduta dell’Impero di occidente, l’Impero aveva saputo accogliere e integrare una quantità di immigrati, che erano chiamati «barbari» e che provenivano da regioni poste al di fuori dei confini.
Favorendo il loro insediamento e la loro romanizzazione, l’Impero riuscì a resistere a lungo. Solo quando le politiche di integrazione cominciarono a venir meno, soprattutto a causa della mancanza di risorse finanziarie, i barbari romanizzati, che spesso erano militari sotto le insegne imperiali, cercarono territori stabili all’interno dei confini dell’Impero, dirigendosi naturalmente verso il sud, dove le condizioni climatiche erano migliori.
Nei secoli seguenti, durante i quali l’Italia non ha mai smesso di essere «invasa» da stranieri, è stata anche la sua posizione privilegiata al centro del Mediterraneo ad attirare gruppi etnici provenienti dal Nord, ma anche dal Sud e dal Medio Oriente, come accadde per gli arabi in Sicilia e per tanti insediamenti bizantini in Calabria e Puglia.
Ancora la differenza fra il clima mediterraneo che attraeva e il clima nordico che respingeva fu fra le cause delle migrazioni di Longobardi, Franchi, Normanni, Svevi: che entrarono in Italia con le armi in pugno ma poi si integrarono con le popolazioni locali, dando vita alla straordinaria vitalità della cultura e della lingua italiana.
Incessante è dunque da sempre il peregrinare che ha portato a fondare nuove città, far nascere popolazioni, incorporare i nuovi arrivi nelle popolazioni già esistenti.
Il successo dell’evoluzionismo di Darwin e la sua applicazione alle dinamiche sociali ha contribuito a spiegare la natura migratoria degli insediamenti umani. E ha anche prodotto deviazioni ideologiche aberranti come lo sviluppo del concetto di razza umana e il tentativo tragico di collegarlo alle strutture politiche. Nel pensiero totalitario tedesco, lo Stato è stato collegato al «sangue e alla terra», come se gli abitanti di un certo territorio dovessero condividere lo stesso sangue.
Il che è completamente errato, perché gli studi scientifici più avanzati confermano che il migrare è costitutivo della distribuzione della popolazione sulla terra, cosa ancor più vera per l’Italia, centro del Mediterraneo e culla di tante civiltà.
Insomma, l’umanità, da sempre, si sposta anche e soprattutto quando è troppo esposta alle più estreme e diverse condizioni climatiche. Tante popolazioni sono passate per molti climi e hanno cambiato abitudini molte volte, si sono dovute adattare a nuovi ambienti, a nuove condizioni. Il loro muoversi è stato spesso una fuga dalla catastrofe naturale, un tratto costitutivo dell’identità della specie umana.
Eppure, nella banalità e nella superficialità della comunicazione semplificata che sembra oggi inevitabile, trattiamo la migrazione come se fosse un’anomalia, come se la norma fosse la sedentarietà, come se vivessimo in un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti, dove non è più necessario mettersi in cammino per sfuggire condizioni invivibili o inospitali.
Al contrario migrare continua a essere – oggi come nel passato – l’unica risposta logica agli sconvolgimenti delle condizioni di vita.
Il nostro benessere, infatti, dipende fortemente dal benessere dell’ambiente in cui viviamo. In altre parole, l’ambiente influenza e muta le nostre condizioni di vita. E questa fase di cambiamento climatico, accelerato da quantità colossali di gas immessi nell’atmosfera in un tempo biologico breve come un flash, produce mutamenti rapidi e inarrestabili in quelle aree abitate del Pianeta che non dispongono di protezioni adeguate.
La storia dell’umanità e quella del clima dimostrano che l’uomo è in grado, da molti secoli, di modificare l’ambiente, perché reagisce alle variazioni climatiche modificando l’equilibrio ecologico, e producendo così ulteriori mutamenti degli assetti territoriali e delle caratteristiche del clima.
Perciò, non si deve credere che la natura sia un tempio immutabile, o un museo intoccabile, perché la specie umana non ha mai smesso di modificarla. E tuttavia oggi siamo di fronte a un salto di qualità e di quantità, in grado di produrre fenomeni estremi che in alcune aree produce effetti sconvolgenti.
L’elemento di novità nella questione del clima non è dunque tanto l’attuale fase di riscaldamento, che in parte rientra nella perenne altalena del tempo tra caldo-freddo dalla quale siamo condizionati. La novità è che gli Stati e i governi del Pianeta sono del tutto incapaci di frenare con azioni integrate le accelerazioni del global warming. La novità è che le opinioni pubbliche non sono in grado di percepirne i rischi, reagire e adattarsi agli effetti con difese strutturali.
Il problema è che la nostra epoca ha realizzato una conoscenza del mondo naturale che non ha eguali nel passato, ma questa conoscenza è incapace di tradursi in politiche attive.
2. Perché cambia il clima
Ma cosa è successo lassù? I parametri scientifici sono chiari, e nessun negazionismo, spesso al soldo di multinazionali produttrici di energie fossili, è più in grado di negare l’evidenza. L’effetto serra resta un rischio incombente, anche se da vent’anni azioni virtuose e innovazioni nei processi produttivi concordate con protocolli su scala mondiale sono riuscite almeno a ridurre le emissioni di sostanze killer. Ma la dinamica della biosfera è stata manomessa. Sappiamo che un terzo dei raggi solari che riceve la terra viene rinviato in atmosfera sotto forma di raggi infrarossi, e i due terzi rimanenti vengono assorbiti dagli oceani e dal suolo.
Ci sono vari gas naturalmente presenti in atmosfera, come l’ozono, il vapor d’acqua, il protossido d’azoto, il metano o l’anidride carbonica, e questi impediscono a una parte dei raggi del sole di risalire nello spazio e come una molla li rinviano verso la crosta terrestre, riscaldandoci.
È l’effetto serra che permette alla Terra di stabilizzare una temperatura media tutto sommato gradevole, intorno ai 15° anziché i circa -18° che si calcola dovremmo sopportare se non ci fosse.
Tuttavia, a partire dalla rivoluzione industriale, questo equilibrio – due terzi e un terzo – è stato modificato dal costante pompaggio verso l’alto di una gran quantità di gas prodotti dall’uso massiccio di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas). Dal 1850, l’anidiride carbonica in atmosfera è così lievitata del 40%: era di 270 ppm (parti per milione) a fine XIX secolo, mentre oggi arriva a 400 ppm: la concentrazione più alta degli ultimi 800mila anni!
Questo aumento esponenziale di anidride carbonica nell’atmosfera è la causa dell’accelerazione del riscaldamento globale e dei conseguenti impatti sulle specie viventi, sull’ambiente, la biodiversità, il ciclo dell’acqua, l’agricoltura.
Con l’attuale ritmo di emissioni di anidride carbonica, gli scienziati prevedono un aumento considerevole e clamoroso, tra 1,5 e 5,3 gradi centigradi, della temperatura media al 2100.
A spiegare bene cosa potrà accadere se si dovesse superare la soglia critica di 1,5°C, sono le quattrocento pagine dell’ultimo rapporto dell’IPCC, (International Panel on Climate Change), l’organismo intergovernativo delle Nazioni unite istituito nel 1988 che studia tutti gli aspetti dei cambiamenti climatici e le possibili soluzioni, coinvolgendo gli scienziati di tutto il mondo.
L’ultimo report, pubblicato l’8 ottobre 2018, lancia un allarme molto serio e documentato: la superficie terrestre si è già riscaldata di un grado: abbastanza per provocare un’escalation di tempeste, uragani, alluvioni e siccità mortali. Le conseguenze del global warming sono davanti ai nostri occhi nelle condizioni meteo estreme, nell’innalzamento del livello del mare, nella diminuzione del ghiaccio marino artico e dei ghiacciai, nei fenomeni di desertificazione, nelle devastazioni provocate da siccità e alluvioni.
Ma è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a un aumento di 1,5°C, soglia oltre la quale gran parte del Pianeta potrebbe conoscere condizioni di invivibilità?
Sì, è possibile e bisogna riuscirci con mitigazioni rapide e di ampia portata, come avvertono gli scienziati dell’ipcc. Tagliando le emissioni globali di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, per azzerarle totalmente al massimo entro il 2050. Con un percorso a tappe forzate per evitare il fatale superamento di 1,5°C, producendo l’85% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2050, portando il consumo di carbone a zero il prima possibile, destinando almeno 7 milioni di chilometri quadrati (l’equivalente della superficie dell’Australia) a coltivazioni per produrre biocarburanti, raggiungendo quota emissioni zero entro il 2050. Questi obiettivi non solo richiedono cambiamenti radicali nelle politiche energetiche dei Paesi industrializzati, ma impongono anche forti investimenti in tecnologie energetiche nei Paesi poveri e non industrializzati.
3. Il mondo sta rispettando l’Accordo di Parigi sul clima?
Il 12 dicembre del 2015 è stato solennemente firmato l’Accordo sul clima a Parigi. Gli Stati presero l’impegno, ancorché non vincolante, di tenere sotto controllo i gas killer e l’innalzamento della temperatura entro +1,5°C e comunque non oltre +2°C, impegnandosi a contenere le emissioni a partire dal 2020.
Tuttavia, come evidenzia il recente rapporto dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) «The Emission Gap Report», le misure che i governi hanno pianificato, porteranno di fatto a un surriscaldamento complessivo della temperatura media di circa +3°C rispetto ai livelli preindustriali. Non è tutto.
Secondo il «World Energy Outlook 2018», il report annuale dell’International Energy Agency, nel solo 2017, le emissioni di anidride carbonica dal comparto energetico sono aumentate dell’1,6%; e una persona su otto nel mondo ancora non ha accesso all’elettricità.
Il report individua tre casistiche fondamentali, a cui corrispondono altrettanti possibili scenari nel futuro prossimo.
Senza cambiamenti radicali nelle politiche dei Paesi industrializzati, al 2040, prevedono le current policies del dossier, la traiettoria delle emissioni sarebbe totalmente disallineata rispetto all’obiettivo di Parigi, cosa che provocherebbe l’incremento della temperatura globale con effetti drammatici. Il 2019, del resto, ha aggiunto altri pessimi dati climatici che preoccupano. Le previsioni di medio termine pubblicate dal «Met Office» inglese l’8 febbraio 2019, per la prima volta evidenziano il rischio di sforamento del limite di 1,5 gradi di riscaldamento. Nel 2023, sostengono i climatologi, ci sarà una possibilità del 10% di un annus horribilis con le temperature medie superficiali del Pianeta più elevate mai subite dalle ultime generazioni, rispetto all’età preindustriale 1850-1900.
Vale la pena allora prendere atto che è una nostra responsabilità evitare rischi fatali. È per questo che l’Accordo storico di Parigi resta un punto di svolta importante nella storia del negoziato climatico e i 195 Paesi del mondo che lo hanno firmato hanno l’obbligo di agire e di orientare i con- tributi nazionali in coerenza con gli obiettivi di temperatura annunciati, in particolare dai Paesi più climalteranti. È questo il punto di partenza di un lungo processo che contiene anche opportunità di lavoro per chi riuscirà a raccogliere la sfida tecnologica di un’economia sostenibile a basso impatto climatico e ad alto impatto di innovazione.
L’altro grande pilastro è quello dell’adattamento, ovvero di misure che permettano di limitare i danni provocati dai mutamenti climatici che non possiamo più evitare. Se il cambiamento climatico è già entrato in casa nostra, allora è necessario ripartire la responsabilità di farvi fronte su tutti gli Stati evitando di scaricarne i costi insostenibili soltanto sui territori che lo subiscono in maniera più evidente.
La via dell’adattamento è considerata, dall’art. 7 dell’Accordo di Parigi, come una «necessità» per tutti i Paesi, soprattutto per i meno sviluppati. E costituisce anche un obbligo giuridico primario per tutti gli Stati. L’adattamento è anche un processo locale che richiede la disponibilità di informazioni climatiche localizzate che permettano di definire modelli e scenari climatici, individuando vulnerabilità e valutando i rischi.
L’impatto dei cambiamenti climatici sull’area del Mediterraneo, è duplice: aumento della temperatura e diminuzione delle precipitazioni. Il Mediterraneo è infatti considerato tra gli hot-spot per gli effetti attesi particolarmente allarmanti. Le simulazioni effettuate evidenziano un riscaldamento dai 2 ai 4°C delle acque di superficie entro fine secolo dall’Africa Occidentale al Golfo Persico, includendo quindi Nord Africa e Medio Oriente. Le risorse idriche andranno sotto pressione in tutta l’area, aggiungendosi ai fattori di stress sociali e politici già presenti, alterando ritmi e ponendo sfide nuove e inaspettate.
I modelli delle precipitazioni segnalano l’aumento dell’intensità di singoli eventi con alluvioni, crisi «multi evento» siccità-alluvioni-siccità, fortemente distruttive dei sistemi agricoli e devastanti per le comunità. Non sono solo giganteschi problemi ambientali ma molle che possono innescare esodi di massa.
Nel messaggio di apertura alla COP23 di Bonn nel 2017, Papa Francesco ha affermato: «Non ci si può limitare alla sola dimensione economica e tecnologica: è essenziale e doveroso considerare anche l’aspetto e l’impatto sociale nel breve, medio e lungo periodo». Del resto, le siccità degli ultimi due anni in Medio Oriente sono state anche un fattore di destabilizzazione del processo di pace, così come le siccità storiche nel Corno d’Africa che rischiano di non essere più reversibili. E di fronte a condizioni di vita sempre più insopportabili, a territori che diventano inabitabili, la conseguenza razionale è una sola: emigrare.

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