Alcuni politici hanno pensato di sfruttare l'enorme popolarità di GoT per fare campagna elettorale. Fabio Malagnini ci spiega perché così facendo hanno dimostrato di non averlo capito affatto.

C’era una volta Westeros, il continente calpestato dagli Stark e dai Lannister, così simile all’Europa di fine Medio Evo, dove George R.R. Martin ambienta le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, la saga fantasy più famosa di sempre grazie alla serie creata da David Benioff e D.B. Weiss per HBO, Game of Thrones (GoT). La popolarità dell’epopea televisiva, giunta all’ottava e ultima stagione, ha convinto vari politici — a cominciare da Trump, fino ai “nostri” Meloni, Bonino e Chiamparino — ad abbracciare una narrazione considerata vincente, arraffando a casaccio draghi, cavalieri, lame, non morti, e naturalmente muri da elevare tra i Guardiani della Civiltà e i suoi nemici, che siano migranti o populisti. Trump è pure stato diffidato da HBO ad usare i simboli e le font della serie.

Sì, perché in un un mondo perennemente in lotta per il potere assoluto simboleggiato dal Trono di Spade, può capitare, al termine di un arco narrativo di anni, che il mucchio selvaggio dei cavalieri abituati a scannarsi tra loro (SPOILER: sono tornati a farlo) si compatti per una notte contro un comune nemico, e non un nemico qualsiasi: i White Walkers, the Others, insomma gli Estranei, creature di ghiaccio semi-indistruttibili capaci di resuscitare e arruolare anche i morti, nelle loro armate invincibili (o quasi). Calati dai confini del nulla verso le nostre case, gli Estranei, nell’immaginario basico e semplificato dei politici, devono essere proprio il Nemico Perfetto.

Perché la retorica (e la memetica) dei politici travestiti da cavalieri risulta irrimediabilmente vecchia rispetto alla narrazione di GoT? Intanto perché nel mondo senza esclusione di colpi di George R.R. Martin, più simile a un’ucronia shakespeariana che a una saga draghesca alla Christopher Paolini, nemico e amico sono parametri mobili e, come ogni politico dovrebbe sapere, soggetti allo slittamento e alla fluidità degli eventi.

Il nemico dell’amico del mio nemico di oggi può diventare domani l’amico del nemico del mio amico. Amico e nemico non sono insomma mai una bussola troppo affidabile tra i ghiacci e i mari di Westeros (e, se per questo, anche della sua controparte orientale, Essos).

Ma, per i fautori della purezza e dell’integrità delle “nostre” (di Westeros) tradizioni, lo scorno diventa ancora maggiore non appena ci si accorge che la purezza, tanto più la purezza presunta delle etnie, davvero non è contemplata in GoT e anzi cozza profondamente con la visione antiessenzialista di Martin.

Dietro a ogni piega di un racconto millenario, si svela infatti la celebrazione della barbarie elevata a leggenda (i Primi Uomini, e primi invasori di Westeros), la conquista violenta (l’unificazione dei Targaryen) fattasi sovranità regale per il popolino, il culto degli Andali vincitori divenire religione ufficiale (dei Sette Dei) a spese degli dei di Valyria. Con un world building meticoloso fino all’ossessione, che nel confronto ha fatto sembrare Dune un raccontino un po’ così, Martin dà il meglio di sé svelando gli intrighi politici, economici e religiosi dei potenti dietro alla mitopoiesi di un mondo che a parole celebra il sangue, l’onore e la tradizione.

Torniamo per un attimo al “metaforone” obiettivamente razzista degli Estranei/invasori/migranti indesiderati (con il corollario del blocco navale da implementare al posto della muraglia), utilizzato e poi cancellato da Gloria Meloni che pure di fantasy dovrebbe capirne più di altri. In realtà, per chi conosce la storia, gli Estranei sono più “nativi” degli stessi Stark e dei Lannister, in quanto creature partorite dalla magia dei Figli della Foresta, specie di Elfi che abitavano Westeros migliaia di anni prima dei coloni umani. E difficilmente si potrebbe scambiare l’esercito di Jon Snow e di Daenerys — formato dai discendenti dei Primi Uomini e degli Andali, rinforzato da Bruti (Free Folk), cavalieri nomadi Dothraki, ex schiavi guerrieri di Essos (Immacolati) — come l’avamposto di un’unica, idilliaca civiltà o cultura.

Nella visione di Martin, dove corvi con tre occhi, piante senzienti, draghi e metalupi sono la testimonianza di una mescolanza impura, poco antopocentrica, la barbarie è più spesso la civiltà degli altri, l’orizzonte che puoi allontanare con la spada ma prima o poi devi affrontare per accogliere nella differenza. Come i Free Folk, accolti da Jon Snow oltre la barriera e ora ripartiti, dopo un tratto di strada assieme, per un’idea di libertà che resta comunque assai diversa dalla sua.

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