In Italia da quando aveva 9 anni, una porta sbagliata in palestra l'ha portata sul ring. Dopo l'infortunio che ha messo fine alla sua carriera agonistica, nel 2012 ha aperto a Genova il Kaabour Boxing Center, dove insegna l'arte del pugilato anche ai bambini.

Imane Kaabour, 37 anni, di origini marocchine, in Italia anzi a Genova dal 1991, un figlio e un marito italiano, laurea in Scienza dell’Educazione con specializzazione in Antropologia ed Etnologia, istruttrice di pugilato e titolare del KBC Kaabour Boxing Center nel capoluogo genovese: «L’unica volta che mi sono sentita discriminata è stato tanti anni fa in Danimarca. Solo perché mi avevano sentito parlare in italiano…».

Suo padre all’epoca lavorava come cromatore in una ditta. L’azienda gli diede l’opportunità di venire a lavorare in Italia. Lui non se lo fece ripetere due volte, approdando a Genova con moglie e i due figli, Simonhamed, che oggi insegna in un liceo internazionale sempre a Genova, e lei: «Sono arrivata qui che avevo 9 anni. Lasciare il Marocco non è stato un problema, era un Paese troppo povero. L’unica cosa che mi interessava era stare con la mia famiglia. Abbiamo imparato l’italiano in fretta e ci siamo inseriti. Ovvio che a essere donna, marocchina e istruttrice di boxe c’è chi mi guarda male. Ma non mi arrabbio più. Al massimo ne rido. Se guardo a tutto quello che ho realizzato nella mia via vita non posso che essere soddisfatta. Spesso scopro che ho fatto più cose io di tante persone che mi giudicano».

L’incontro con il pugilato è stato casuale. Come oltrepassare una delle tante sliding doors che ti mette davanti la vita. «Un giorno sono entrata nella palestra che frequentava mio fratello. Ma ho sbagliato porta e sono finita nella sala dove si allenavano i pugili». A 26 anni vola negli Stati Uniti per un master che non frequenterà mai. In compenso finisce alla Gleason’s Gym a Brooklyn, la Mecca della boxe da dove dove sono passati tutti, da Jack LaMotta a Muhammad Ali fino a Mike Tyson. Lì incontra Hector Roca, l’istruttore di pugilato che ha allenato pure mezza Hollywood, compreso Hilary Swank, la “Million Dollar Baby” del film di Clint Eastwood. «È stato Hector ad allenarmi per diventare professionista. Mi diceva che aveva visto qualcosa in me».

Nel 2010 Imane Kaabour partecipa al Golden Gloves di New York, uno dei tornei più importanti del mondo. Qualche tempo dopo, sul ring si rompe un braccio in malo modo. Fine della carriera agonistica. Chiunque ne sarebbe uscito distrutto. Lei no e si inventa una nuova vita. Torna a Genova, trova un marito e mette al mondo un figlio: «Ho sposato un napoletano. Non avrei mai potuto sposare un marocchino e nemmeno un genovese. Più incroci culturali ci sono in una famiglia, più si apre la mente».

Nel 2012 apre la palestra KBC dove insegna ai bambini, agli adulti ma pure a tante donne l’arte del pugilato. A chi le chiede se qualcuno ha avuto da ridire per le sue origini e la sua religione a intraprendere questa attività risponde convinta: «Sono credente ma non praticante. Non giudico chi porta il velo ma io non lo farei mai, avrei troppo caldo. Le critiche non c’entrano con la religione o con la tradizione, sono solo frutto di ignoranza. Il pugilato è uno sport che aiuta ad avere consapevolezza del proprio corpo, a gestire lo spazio che ci circonda, a dominare le emozioni. Alla KBC non si guarda al sesso, all’età, al passaporto o al colore della pelle: «Qui vengono ad allenarsi italiani, albanesi, marocchini, cinesi… Per me sono solo i miei ragazzi.

Dire che la KBC sia solo una palestra dove si sale sul ring è decisamente riduttivo. Lei pensa che questa sia soprattutto una casa dove ci si incontra, ci si conosce e attraverso lo sport si impara anche a conoscere se stessi. «Imparare le tecniche di autodifesa, con i tempi che corrono, è anche molto di moda. Ma la boxe ti insegna soprattutto ad avere rispetto dell’altro e ad esser sicuri di sé». Dopo Genova, la Danimarca dove era finita per uno stage di studi, New York e ancora Genova, Imane Kaabour non sa dove la porterà la vita né quali occasioni le si presenteranno. Io mi sento italiana all’estero e non italiana in Italia. Se dovessi dire dove sarò o cosa farò tra dieci anni non saprei proprio cosa rispondere. Mi piacerebbe continuare ad insegnare la boxe ai bambini ma non solo quella. La mia non è solo una palestra. È un centro educativo e culturale dove ognuno scopre veramente chi è, indipendentemente da dove sia venuto al mondo».

Questa intervista è stata realizzata in collaborazione con l’associazione Nuovi Profili con cui NuoveRadici.World ha una partnership.

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