Le riflessioni di Patrick Chamoiseau sulle ambiguità dell'Occidente nel libro Fratelli migranti (Add Editore, 2018).

Saranno i poeti a salvarci e a indicarci la strada. Uno di loro, Patrick Chamoiseau, francese della Martinica che si autodefinisce di natura immobile piuttosto contemplativa, in poco più di cento pagine ci fa fare il giro del mondo, guardando quello che siamo e quello che siamo diventati. Il titolo di questo pamphlet come se ne vedono pochi, pubblicato da Add Editore, è già un programma: Fratelli migranti. Ma a Chamoiseau non basta allargare le braccia all’accoglienza sempre e comunque. Guarda alle macerie sociali, economiche e soprattutto culturali, dei Paesi che dovrebbero essere accoglienti e che invece non fanno altro che innalzare muri fatti di ferro e mattoni ma soprattutto, i più duri da abbattere, di ideologie antiche rispolverate con una patina di improbabile modernità. Scrive senza tanti peli sulla lingua questo grande scrittore francese della Martinica, già premiato con il prestigioso Goncourt: «Tuttavia, mentre molti Paesi poveri accolgono come possono le migrazioni di massa, gli Stati-nazione d’Europa preferiscono dire alla vita che non può passare. Loro che hanno tanto migrato, infranto frontiere, conquistato, dominato, e che dominano ancora, vogliono confinare agli arresti domiciliari miserie terrore e povertà umane. Sostengono che il mondo oltre i loro confini non abbia niente a che vedere con il loro mondo. Che non rientri nel loro raggio d’azione né nei loro doveri. (…) La culla della loro civiltà è diventata una tomba». Morte civile ma pure morte reale. Quella dei migranti, la cui vita affonda nel Mediterraneo e si spezza sugli scogli di una inciviltà che non li vuole, non vuole farsene a carico, li respinge più che può. Nell’Europa che ha chiuso le frontiere la politica è incapace di essere accogliente. Sopravvivono forme caritatevoli e compassionevoli che possono poco e alla fine servono giusto a lavarci le coscienze. Come se bastasse indossare una maglietta rossa, scendere per strada o offrire un pasto caldo agli ultimi degli ultimi, per dire che non si è insensibili, anzi: «Lo stesso spirito umanitario vive quasi un ritorno di fiamma! Non è più relegato ai confini dell’Impero, sull’esotica crosta dello sottosviluppo, al capezzale di coloro che non hanno saputo accedere alla Storia. (…) Eccolo nelle macerie dei pensieri progressisti, nella disfatta del bel sogno socialista, nel cuore di città sontuose, istituzionalizzato nelle mense popolari e in altre “banche” alimentari – vere e proprie ombre di quelle che, all’altro capo di questa miseria mentale e materiale, orchestrano giganteschi profitti».
Un muro o un piatto di minestra. L’Occidente non sembra in grado di decidersi. Alla fine sono solo due facce della stessa medaglia. Di chi crede che basti erigere barriere sempre più alte e imporre leggi sempre più ferree oppure accogliere offrendo poco più di un sorriso. Un’illusione alla fine. Di chi non ha ancora capito che l’evoluzione della specie umana è fatta di migrazioni. «Su cosa si fondano gli slanci migratori? Sicuramente sulla guerra, sul terrore, sulla paura, sulla sofferenza economica, sui disordini climatici… Ma anche sul richiamo segreto di ciò che esiste altrimenti. Quasi tutti i migranti hanno identificato un luogo di arrivo, che hanno scelto o che ha scelto per loro la percezione del mondo. (…) Nell’accoglienza si raccoglie e si va oltre: ci si prende cura, ci si aggroviglia l’uno all’altro, ci si contorna di uno spazio condiviso».
Ai tanti che in nome di un ordine mai esistito, di una disciplina solo invocata, di una aleatoria tranquillità sociale, oppongono il bastone di ferro per chi è riuscito a varcare il muro, Patrick Chamoiseau oppone l’uguaglianza tra esseri umani. Nel bene di chi ci fa progredire e nel male di chi ha peccato: «Quando spunta il mascalzone, sarà giudicato in base alle leggi del suolo in cui si trova. Senza ingiustizia, senza un supplemento di odio, senza stigmatizzazione globale, senza rancore xenofobo. Senza esemplarità». Semplice a dirsi. Ma le cose semplici non sono le più facili. Il terreno della poesia, alla fine è l’unico in grado di tenere assieme la realtà dei fatti con le aspirazioni degli uomini, di tutti gli uomini. Lo scrittore chiude il suo libro con una sorta di regole programmatiche. Applicarle sarebbe la soluzione migliore. Guardarle come ad un auspicio di questi tempi è già molto. «I poeti dichiarano che andare-e-venire e virare dalle rive del mondo è un Diritto poetico, vale a dire: una decenza che si eleva da tutti i Diritti conosciuti che mirino a proteggere la componente più preziosa della nostra umanità; che andare-e-venire e virare è un omaggio offerto a quelli verso cui andiamo, a quelli da cui passiamo, e che onorare la terra intera dei propri slanci e dei propri sogni significa celebrare la storia umana».

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