Il duo di musiciste arrivate da Serbia e Albania per scuotere la periferia storica di Roma. Con il singolo elettro-punk “Kultural Impakt” danno voce agli stranieri che si sentono lost in translation.

“Opa Opa” è un’esortazione di origine greca che significa più o meno “Muoviti!”, una specie di chiamata all’azione per scuotere le acque o anche unirle, nel caso delle Invasioni Balcaniche. Quale miglior nome per un duo di musiciste la cui provenienza geografica è già un programma? Iva Stanisic, serba, e Jonida Prifti, albanese, si sono conosciute a Roma nel 2011, dove sono arrivate insieme alle rispettive famiglie con la speranza di un futuro più sicuro. Frequentavano il locale Fanfulla nella zona Pigneto, laboratorio di talenti underground della Roma Est che di recente è stato potentemente raccontato nel documentario Linfa della regista Carlotta Cerquetti. Al momento del loro incontro, è stato amore a prima vista. Albania e Serbia sono storicamente due Paesi in conflitto ma Iva e Jonida si sono concentrate sulle affinità che li hanno accomunati, a partire dalle influenze della Turchia che li ha dominati entrambi per circa cinque secoli contaminando musicalmente il turbofolk serbo e il tallava albanese. Sono partite da qui le Opa Opa, dal bagaglio delle loro radici culturali condivise su cui hanno innestato suoni elettronici e tematiche antidiscriminatorie. Hanno deciso di raccontare la propria storia con ironia e sana follia, facendo confluire le energie in un album pubblicato a novembre 2018 dall’etichetta indipendente Filibusta Records.

La canzone che dà il titolo al disco è iconica: Buongiorno Italia, buongiorno Maria, come recitava l’italiano dop Toto Cutugno. Parla di cosa può accadere a due teenager approdate in Italia per sfuggire alle conseguenze di decenni di guerre civili. «Eravamo viste come le donne dell’Est che vengono a rubare i mariti alle italiane» spiega Jonida «o che leggono il futuro nei fondi di caffè». L’album focalizza l’attenzione sul tema della balcanicità e sugli stereotipi da combattere quando si vive in una nazione diversa da quella di origine, dice Jonida. Può capitare di sentirsi lost in translations, cause I ain’t got no nation, recita la canzone Kultural Impakt, suggerendo quella situazione di confine in cui la comunicazione è sospesa perché le differenze culturali ostacolano la comprensione reciproca.

«Quando ero in Albania pensavo che l’Italia fosse il Paese dei balocchi, poi ci sono arrivata e ho dovuto affrontare un lungo periodo di malessere per il fatto di essere albanese» aggiunge Jonida. Appena un paio di settimane dopo il suo ingresso in Italia nel 2001, insieme alla sorella, si è subito messa al lavoro come cameriera in una pizzeria, dove ha iniziato a entrare in contatto diretto con gli italiani. Prima di prendere la strada della musica, ha lavorato diversi anni in un centro scommesse mentre studiava per laurearsi in Lettere all’Università di Roma con una tesi su Patrizia Vicinelli, poetessa del Gruppo 63. La principale grande passione di Jonida è sempre stata proprio la poesia, che continua ad alimentare con pubblicazioni e partecipazioni a festival letterari. «Ora finalmente le cose sono cambiate e quella sensazione di malessere è passata. Vivendo il quotidiano fianco a fianco con le persone, ci siamo rese conto di quante cose abbiamo in comune con gli italiani nonostante le origini diverse».

«In casa ascoltavamo i cantautori italiani e Piero Umiliani» racconta Iva, che si è stabilita in Italia dalla Serbia nei primi anni Novanta, quando ha raggiunto i genitori arrivati a Roma già da un anno. Sua madre le ha trasmesso la passione per il pianoforte. Verso i 13 anni si è avvicinata alla musica da autodidatta, sperimentando con una groove box e suonando con band femminili. Poi si è iscritta anche lei a Lettere e per un periodo si è cimentata con il mondo dei fumetti. Il confronto culturale è da sempre sulle strade strade di Iva e Jonida.

«Abbiamo spesso opinioni molto diverse», ammettono entrambe, «ma dai nostri scontri nascono sempre delle buone idee su cui lavorare insieme». Ora, fortunatamente, le Opa Opa sono seguite da una nutrita schiera di pubblico femminile (ma non solo) che è andato oltre il pregiudizio delle ragazze balcaniche a caccia di uomini ma che, al contrario, le sostiene durante i tour e nelle serate elettroniche romane, cercando di coinvolgere il Paese al grido di Buongiorno Italia.

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