L'Italia ha sospeso la decisione sul Global Compact, parlamentarizzando il dibattito. Vitalba Azzolini spiega quali sono le ricadute concrete del GCM.

Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration (GCM) è stato adottato dai rappresentanti di circa 160 Paesi dell’Onu, nell’ambito della conferenza intergovernativa tenutasi presso Marrakech il 10 dicembre scorso, e sarà ratificato dall’Assemblea generale dell’Onu in programma il 19 dicembre. L’Italia è nel gruppo degli Stati -– tra gli altri, Stati Uniti, Paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), Australia, Austria, Repubblica Dominicana, Ungheria, Lettonia e Svizzera – che non hanno firmato il patto o che hanno sospeso la decisione: in particolare, il nostro governo ha reputato «opportuno parlamentarizzare il dibattito e rimettere le scelte definitive all’esito di tale discussione, come pure è stato deciso dalla Svizzera (…), riservandosi di aderire o meno al documento solo quando il Parlamento si sarà pronunciato». Può essere utile spiegare le concrete implicazioni del patto in questione, anche al fine di verificarne la coerenza con certe scelte di politica nazionale. Va innanzitutto detto che il GCM è un accordo intergovernativo «che favorisce la cooperazione internazionale tra attori rilevanti circa la migrazione, riconosce che nessuno Stato può affrontare il fenomeno migratorio da solo, conferma la sovranità degli Stati e le loro obbligazioni in base al diritto internazionale». Esso scaturisce dal vertice del 19 settembre 2016 dell’Assemblea Generale dell’ONU, ove fu adottata all’unanimità la Dichiarazione di New York sui migranti e rifugiati, affermando la necessità di un approccio globale e condiviso alla mobilità umana.

Il patto definisce in 23 obiettivi condivisi una governance internazionale dei movimenti migratori, nell’ambito di un quadro d’azione coerente con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di un accordo non vincolante («a non-legally binding, cooperative framework…»), che contiene una serie di dichiarazioni di principio e non incide sulla sovranità dei Paesi aderenti, come ribadito nel testo stesso («… upholds the sovereignty of States»). Negli ultimi anni, questo tipo di atti (cosiddetti atti di soft law) è stato utilizzato in sede internazionale quando gli Stati avessero opinioni discordanti – e, dunque, non si potesse far ricorso a strumenti cogenti per sancire le intese raggiunte – ma avvertissero comunque la necessità che la convergenza delle politiche nazionali su punti condivisi venisse affermata in modo ufficiale.

Fino a qualche settimana fa, l’Italia si era mostrata favorevole all’adesione al Global Compact: del resto, un Paese che ha sempre denunciato l’assenza di solidarietà da parte di altri Stati, trovandosi a gestire da solo i flussi migratori, non poteva che apprezzare l’approccio condiviso al tema. Infatti, il 26 settembre scorso, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente del Consiglio Conte aveva affermato che «da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo (…) spesso da sola» e che «i fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati». Peraltro, il ministro degli Interni Salvini ha sempre affermato di essere a favore dell’immigrazione regolare, e questo è anche l’approccio del GCM: l’obiettivo n. 5 promuove i canali regolari di immigrazione; l’obiettivo n. 9 vuole rafforzare la risposta transnazionale al traffico di migranti; l’obiettivo n. 11 prevede di mettere in sicurezza i confini degli Stati, contrastando l’immigrazione irregolare e favorendo quella legale; l’obiettivo n. 21 è relativo agli accordi di rimpatrio dei migranti irregolari. Ma soprattutto nel Global Compact è scritto ciò che il leader leghista dice da sempre – cioè “aiutiamoli a casa loro” – espresso nel principio per cui serve «ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese d’origine».
Di contro, va sottolineato che per il governo attualmente in carica sarebbe stato arduo aderire al GCM dopo aver varato una normativa su sicurezza e immigrazione che, tra le altre cose, produrrà il risultato di più stranieri irregolari di quanti già non ve ne siano, rendendo al contempo la vita più difficile a chi sia legittimamente nel Paese; e dopo aver previsto nel decreto fiscale un prelievo del 1,5% sui trasferimenti verso gli Stati extra Ue (la tassa sul money transfer, denominata tassa sui migranti regolari, che si aggiunge a quelle in vigore su permessi di soggiorno e naturalizzazioni).

Il Global Compact va in senso opposto a tale indirizzo dell’esecutivo là dove stabilisce obiettivi tesi al miglioramento della vita dei migranti: ad esempio, rendendo più agevole il riconoscimento dei loro titoli di studio o professionali nei Paesi di arrivo; facilitando le rimesse economiche verso i Paesi di origine; promuovendo il rispetto verso la diversità e l’inclusione per prevenire ogni forma di discriminazione. E forse per il governo sarebbe stato ancor più arduo condividere l’affermazione, pure contenuta nel Global Compact, secondo la quale «la migrazione ha fatto parte dell’esperienza umana attraverso la storia e noi riconosciamo che è fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile nel nostro mondo globalizzato e questi impatti positivi possono essere ottimizzati dal miglioramento della gestione migratoria». Ma non sottoscrivere questa considerazione significa anche disconoscere una realtà fattuale: perché l’immigrazione, quando posta nelle condizioni di essere regolare, ben amministrata e condotta attraverso percorsi di integrazione, si traduce in valore aggiunto per il Paese.
Detto tutto questo, il GCM resta comunque – come detto – un documento non vincolante e non implica una cessione di sovranità per i firmatari: dunque, non è un documento “pericoloso”. Pertanto, il fatto di non aderirvi, isolandosi così dai tanti Paesi del mondo che lo hanno adottato al fine di gestire in modo cooperativo un fenomeno che “nessuno stato può più affrontare da solo”, sembra funzionale a un unico risultato: quello di continuare a fare propaganda distorsiva su un tema – quello dell’immigrazione – grazie al quale uno dei due partiti al governo ha raccolto consensi nella passata campagna elettorale e che, evidentemente, vuole utilizzare anche nella prossima. “Conoscere per deliberare” diventa, quindi, sempre più importante: noi di NuoveRadici.World cerchiamo di contribuire.

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