Il long read di questa settimana è tratto da "Nostalgia di casa" di George Moore. Quella dello scrittore irlandese è la fotografia di una società e dell’anima di un popolo, che si pone gli stessi interrogativi di molti migranti di oggi.

George Moore
Nostalgia di casa
traduzione di Silvia Lumaca
2020 Mattioli 1885
pagine 160 euro 10

Anche se è stato scritto quasi alla fine dell’Ottocento questo libro continua ad essere moderno. Racconta di migranti, di un popolo, quello irlandese, che tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX lasciò il proprio Paese flagellato dalla fame e dalla carestia. Si calcola che a metà dell’Ottocento quasi due milioni di irlandesi su una popolazione di otto milioni emigrarono soprattutto verso gli Stati Uniti. Mentre poco meno di un milione morirono di stenti e di fame.
Chi se ne andava, contribuendo a formare una delle comunità straniere più forti a New York e in tutta la costa Est, sognava di tornare a casa. Chi ci riusciva, troppi anni dopo, si scontrava con un mondo rurale che era diventato sconosciuto dopo aver vissuto in una delle megalopoli in più continuo cambiamento. Si veniva così a creare un gruppo di stranieri senza quasi radici, stranieri sempre, ovunque fossero. A loro sono dedicati questi racconti scritti da George Moore, uno degli scrittori irlandesi ingiustamente meno conosciuto. La sua è la fotografia di una società e dell’anima di un popolo, che si pone gli stessi interrogativi di molti migranti di oggi. Il suo è un racconto particolarmente vivido, frutto anche degli anni passati a Parigi, lontana anche culturalmente dall’Irlanda, nel mondo bohémienne dell’arte e della letteratura. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’editore Mattioli 1885 pubblichiamo un estratto del libro Nostalgia di casa.

L’odore della Bowery aveva passato l’Atlantico, e lo era andato a scovare su questo promontorio dell’Ovest; e una notte si svegliò da un sogno in cui stava cacciando dei clienti ubriachi fuori dalle porte del bar, nel buio. Aveva visto il suo amico in giacca bianca che riempiva bicchieri su bicchieri, tra il baccano di voci e di accenti strani; aveva sentito il tintinnio dei soldi che entravano nel registratore di cassa, e si sentiva morire dal desiderio di essere al pub. Ma come poteva dire a Margaret Dirken che non pote- va sposarla? Tutta la sua vita dipendeva da questo matrimonio. Non poteva dirle che non l’avrebbe sposata… ma doveva andarsene. Si sentiva come qualcuno a cui stavano dando la caccia; il pensiero di dover dire a Margaret che non la poteva sposare lo inseguiva giorno dopo giorno come una donnola insegue una lepre.
Più e più volte l’aveva incontrata con l’intenzione di dirle che non l’amava, che non erano fatti per stare insieme, che era stato tutto uno sbaglio, e che almeno l’aveva scoperto in tempo. Ma Margaret, appena indovinava quel che stava per dirle, gli gettava le braccia al collo e lo implorava di dirle che l’amava, e che si sarebbero sposati subito. Lui rispondeva che l’amava, e che si sarebbero sposati subito. Ma non l’aveva lasciata da un minuto che quella sensazione si rimpossessava di lui: che non poteva sposarla, che doveva andarsene. L’odore del bar gli dava la caccia. Era per il pensiero dei soldi che avrebbe potuto fare laggiù che voleva tornarci? No, non erano i soldi. Cosa allora? I suoi occhi si posarono sulla campagna squallida, sui suoi campi striminziti separati da squallidi muriccioli; ripensò alla patetica ignoranza della gente, ed erano queste cose che non poteva sopportare. Era il prete che arrivava per proibire i balli. Sì, era il prete. Mentre guardava la linea delle colline gli sembrava di avere il bar dietro di sé. Sentiva le voci dei politici, e l’eccitazione della politica gli entrava nuovamente nel sangue. Doveva andarsene da questo posto – doveva tornare al bar. Alzando lo sguardo vide uno sparuto frutteto, e odiò la strada polverosa che portava al villaggio, e odiò la collinetta sulla cui cima c’erano le prime case del villaggio, e più di ogni altra cosa odiò la casa in cui doveva vivere con Margaret Dirken – se l’avesse sposata. Da dove si trovava poteva vederla, sul limitare del lago, con venti acri di pascolo intorno, perché il proprietario della terra aveva ceduto loro parte del suo fondo.
Avvistò Margaret, e le disse di raggiungerlo scavalcando la staccionata.
“Ho appena ricevuto una lettera dall’America.” “Riguardo ai soldi?” disse lei.
“Sì, riguardo ai soldi. Ma c’è bisogno che torni là.” Rimase immobile a guardarla, cercando le parole; e lei intuì dal suo imbarazzo che avrebbe detto che doveva andare via prima di sposarla.
“Vuoi dire, James, che devi partire subito?”
“Sì” disse, “subito. Ma tornerò in tempo per sposarci in agosto. Dovremo solo spostare il matrimonio di un mese.” Mentre parlavano si incamminarono lungo la strada; a ogni passo che faceva James si sentiva più vicino alla Bowery. E quando arrivarono al cancello Bryden disse: “Devo sbrigarmi o perderò il treno.”
“Ma” disse lei, “non stai partendo adesso – non stai partendo oggi vero?”
“Sì, questa mattina. Sono sette miglia. Devo sbrigarmi se non voglio perdere il treno.”
E allora le gli chiese se sarebbe mai tornato.
“Sì” disse lui, “tornerò.”
“Se tornerai, James, perché non posso venire con te?” “Non cammineresti abbastanza in fretta. Perderemmo il treno.”
“Un attimo, James. Non farmi soffrire; dimmi la verità.
Non tornerai più. I tuoi vestiti – dove li devo spedire?” Corse via, sperando di ritornare. Cercò di pensare che amava il paese che stava lasciando, che sarebbe stato meglio avere una fattoria e vivere là con Margaret Dirken, che servire da bere dietro un bancone della Bowery. Non pensava di averle mentito quando aveva detto che sarebbe tornato. La sua offerta di spedirgli i vestiti gli toccò il cuore, e alla fine della strada si fermò e si chiese se non dovesse tornare da lei. Se avesse aspettato un altro minuto, avrebbe perso il treno, e si rimise a correre. E avrebbe perso il treno se non avesse incontrato un carro. Una volta salito, si sentì al sicuro – la campagna era dietro di lui. Il treno e la nave da Cork erano una mera formalità; era già in America.
Nel momento in cui vi mise piede, provò quell’emozione di essere a casa che non aveva sentito nel suo paese natio, e si domandò perché l’odore del bar gli sembrasse più naturale dell’odore dei campi, e il rombare della strada gli desse un benvenuto più caloroso del silenzio sulla riva del lago. In ogni caso, fece un obolo a Dio per la sua fuga, ed entrò in trattativa per l’acquisto del bar.
Prese moglie, lei gli diede dei figli e delle figlie, il bar prosperò, comprò e vendette varie proprietà; diventò vecchio, sua moglie morì, si ritirò dagli affari, e raggiunse l’età in cui un uomo inizia a sentire di non aver più molti anni davanti, e che ha già fatto tutto quel che doveva
fare nella vita. I suoi figli erano sposati, la solitudine gli cresceva intorno; alla sera, quando fissava il bagliore del fuoco, veniva preso da una confusa e tenera fantasticheria,e il nome di Margaret e i suoi dolci occhi animavano il tramonto. La moglie e i figli uscivano dai suoi pensieri,
e gli sembrava che la sola cosa reale che aveva fosse quel ricordo, e il desiderio di rivedere Margaret si faceva intenso. Ma era diventata vecchia, si era sposata, forse era morta. Bè, avrebbe voluto essere sepolto nel paese in cui era nato.
C’è una vita silenziosa e immutabile dentro ogni uomo, di cui nessun altro è a conoscenza se non lui, e la sua vita silenziosa e immutabile era la memoria di Margaret Dirken. Il bar era dimenticato e tutto quel che lo riguardava, e le cose che vedeva più chiaramente erano la salita verdeggiante, e il lago paludoso con i giunchi intorno, e il lago grande in lontananza, e dietro a tutto il profilo blu delle colline.

© 2020, Mattioli 1885

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