Albanese di seconda generazione, sincero democratico e bocconiano, è alla guida dei Giovani democratici del Pd di Milano.

Mi chiamo Davide Skenderi, ho 23 anni, e sono nato e cresciuto a Milano da genitori albanesi. Dopo lo scientifico al Volta, studio Giurisprudenza e sono all’ultimo anno di corso all’università Bocconi. Mio padre è sbarcato nel ’91 sulla nave Panama insieme ad altri seimila migranti, mia madre lo ha raggiunto qualche anno dopo.

Non mi piace molto essere definito una seconda generazione, perché questa definizione crea una distanza fra chi si considera un italiano vero e chi invece appartiene ad un livello secondario della cittadinanza. Da piccolo ho vissuto male l’appartenenza a due Paesi diversi, mi sembrava di subire una doppia discriminazione. In Italia mi dicevano che non ero italiano e nei fatti non lo sono stato fino a sedici anni, per via della nostra legge insulsa sulla cittadinanza. In Albania, chiunque sentiva il mio accento diverso mi chiedeva da dove venissi, dando per scontato che non potessi essere considerato un vero albanese. Poi con il tempo la mia percezione è cambiata e oggi vivo questa duplicità come una ricchezza enorme. Due Paesi significano due culture, due lingue, due luoghi in cui posso sentirmi a casa. Magnifico.

Certo, se me lo chiedete, non posso che definirmi italiano: a Milano ho la mia famiglia, i miei amici, studio all’università Bocconi. Conosco bene la storia e la cultura dell’Italia, mentre ho molto ancora da imparare sull’Albania. L’italiano è la mia prima lingua, ma capisco perfettamente l’albanese anche se lo parlo con qualche difficoltà. Mi sento insomma italiano e milanese senza rinnegare le mie origini e quando vado a Tirana dove ho tanti parenti o ad Elbasan, che è il paese dei miei genitori, mi sento a casa. A cambiare il mio atteggiamento mi ha senz’altro aiutato il mio percorso politico: da due anni sono il segretario dei Giovani democratici di Milano e in questo gruppo ho avuto la possibilità di maturare e accettare le mie due origini come un valore aggiunto. L’attivismo politico aiuta a prendere cognizione di sé, a lottare per le proprie idee e ad affermare la propria identità. E mi è servito spesso quando mi sono dovuto difendere da commenti discriminatori.

Un episodio che non potrò dimenticare è avvenuto l’anno scorso in una scuola superiore vicino a casa mia, ad un dibattito sull’immigrazione, dove eravamo stati invitati noi Giovani democratici e i giovani della Lega. Alcuni ragazzi di quattordici o quindici anni hanno preso parola e si sono lasciati andare a commenti molto duri sugli stranieri. Nessuno di loro sapeva delle mie origini, ovviamente, e quando l’ho dichiarato chiedendo se secondo loro nelle mie vene scorresse sangue impuro, un ragazzo ha risposto di sì con una semplicità che mi ha spiazzato. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che ero meno italiano di lui. Non è stato facile spiegargli che non era così, che non ero un cittadino di serie B solo perché i miei genitori erano nati in un Paese diverso. Questo è quello che intendo quando dico che la politica mi ha aiutato a trovare coraggio per esprimere la mia identità e ad avere argomenti con cui ribattere punto su punto a considerazioni dettate da ignoranza e rabbia. Certo, ci sono anche delusioni. Sulla legge dello Ius soli, anche se il PD non aveva i numeri in Senato, mi hanno fatto molto arrabbiare quelli che nel partito hanno manifestato scetticismo o contrarietà. Certe leggi vanno sostenute per dovere morale e senza calcoli elettorali. È stata una occasione persa e temo che dovremo aspettare molto per avere un Paese più civile.

Ora sto vivendo una bella esperienza, sono stato selezionato per uno stage di cinque mesi al Parlamento Europeo, insieme ad altri venticinque ragazzi di venti paesi diversi. A Bruxelles mi occupo di estremismo, populismi, xenofobia e terrorismo. Mi ha colpito molto, la settimana scorsa, l’intervento di un sindaco belga impegnato nella lotta alla radicalizzazione jihadista in un incontro organizzato dalla Commissione speciale sul Terrorismo, durante il quale ha detto che la battaglia contro la radicalizzazione si comincia evitando che gli individui si ritrovino isolati rispetto alla società a causa della loro appartenenza culturale o religiosa. Se ci sforziamo di vedere la persona che abbiamo davanti come un individuo dall’identità complessa, non solo come un musulmano o un cristiano, un italiano o un albanese, saremo in grado di abbattere quelle barriere che ci dividono e ci relegano all’appartenenza ad una sola comunità. Non sono solo italiano, solo albanese o solo un attivista politico, ma tutte queste cose insieme. E molte altre.

 

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Credits: radici.online

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