Il long read di questa settimana è dedicato al libro scritto da Elena Loewenthal. Racconta l’odissea degli ebrei arabi nel corso del Novecento, che affidano le loro radici alla memoria: un bagaglio prezioso che non può andare perduto.

Elena Loewenthal
Nessuno ritorna a Baghdad
2019 Bompiani

Non è vero che quando si parte, a volte per sempre, si lascia tutto. Le radici, immaginarie fin che si vuole, ma assai profonde, seguono il migrante. Sono parte fondante di sé. Di questo parla l’intenso libro di Elena Loewenthal che racconta l’odissea degli ebrei arabi del Novecento. I protagonisti, a partire da Norma che lascia Baghdad agli inizi del Novecento, affidano alla memoria e alle piccole cose di ogni giorno, come il profumo di una spezia cucinata, il ricordo di un passato che non torna ma non può essere dimenticato. Dopo Norma saranno i suoi figli, Flora, Ameer e Violette, a intraprendere il viaggio che li porterà erranti a New York, Milano, Gerusalemme, Londra, Haifa, Teheran o Madrid. A girare per un mondo sempre più piccolo dove il bagaglio più prezioso è la memoria di ciò che è già stato. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore Bompiani pubblichiamo un estratto del libro.

AMEER, 1947
Ameer fuggì da Baghdad ai primi di marzo del 1947, una manciata di giorni dopo che Clement Attlee, il primo ministro del governo di sua maestà Giorgio VI, aveva rimesso il mandato britannico sulla Palestina alle Nazioni Unite, dicendo più o meno così: “Non ce la faccio più. Vedetevela voi.”
Ameer aveva quasi diciotto anni e con tutta probabilità non era al corrente di quella resa diplomatica, anche se non c’è ormai più modo di saperlo, né del resto c’è mai stato, perché per lui il passato era un argomento inutile, una perdita di tempo e di parole. Guai a chiedergli come si stava allora, com’era Baghdad. Guai a provare a fargli ricordare quella fuga, guai a tentare di indulgere nella nostalgia, a solleticarlo con la dolcezza dei momenti e dei luoghi che aveva perduto per sempre.

“Che senso ha parlare del passato? Bisogna guardare avanti! Yalla!”
E lui sì, guardava avanti con quei suoi occhi fatti di un liquido celeste e trasparente che in nome di un’arcana alchimia scaturiva da un fuoco scuro e profondo che aveva dentro e che gli corrugava appena le sopracciglia quando era indignato. “Devono vedere il rosso del sangue dentro i miei occhi per ubbidire. Altrimenti non hanno paura. Ci vuole paura per ubbidire”: non era rosso, era quasi nero, e gli bastava alzare appena l’arco sopra gli occhi perché si vedesse e mettesse paura a chiunque avesse intorno in quel momento. Chiunque tranne sua madre, naturalmente.
“Bisogna guardare avanti. Il passato non esiste,” ripeteva Ameer a se stesso quando non aveva ancora diciotto anni, così come avrebbe ripetuto a figli e nipoti molti anni dopo. Chissà dove lo teneva, quel passato inesistente. Da qualche parte doveva pur essere rimasto, dentro di lui, ben più profondo del fuoco che generava l’acqua celeste degli occhi. Perché come tutti gli altri, che lo volesse o no, Ameer si portò dietro il passato ovunque andasse.

L’Iraq lo accompagnò giorno per giorno, di cammino in cammino, come un bagaglio leggero. In fondo nessuno di loro lo lasciò mai andare. Si era rimasti a Baghdad nelle serate fra amici, a Madrid, a Londra. Nelle lunghe villeggiature in Costa Azzurra, ad Antibes o Montecarlo. Negli affari, nella rete di contatti e di prospettive tesa fra Singapore e il Canada, fra Londra e Istanbul e Teheran e Milano e altrove… C’era Baghdad nelle voci del loro arabo liquido come gli occhi di Ameer, fatto tutto di suoni gentili e un poco scivolosi. Tutti loro, anche Ameer, che del passato proprio non ne voleva sapere, tutti loro si portarono con sé Baghdad, ovunque andassero.

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