Secondo Michela Murgia la risposta al razzismo in una società già multietnica è il multiculturalismo, l’abbandono dell’idea sciocca che le culture siano monoliti che non debbono cambiare.

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

 

Michela Murgia, sarda, ha scritto romanzi, per il cinema e per il teatro. Con Accabadora, storia di una donna che donava la morte ai malati terminali, ha vinto il premio SuperMondello e il premio Campiello nel 2010. Da questo libro è stato tratto anche un film con la regia di Enrico Pau. Da una sua esperienza personale nel telemarketing era nato anche il suo primo libro, Il mondo deve sapere, finito poi sul grande schermo con il titolo Tutta la vita davanti e con la regia di Paolo Virzì. Michela Murgia ha scritto anche per il teatro e curato programmi televisivi. Scrittrice di formazione cattolica si batte per l’indipendenza della Sardegna e per questo si è candidata anche alla guida della sua Regione nel 2014. Giovedì 30 esce per l’editore Marsilio il suo nuovo libro L’inferno è una buona memoria. Visioni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, dove partendo da questo testo per lei speciale racconta il mondo e di sé. Venerdì 31 sarà a Sarzana in provincia di La Spezia al Festival della Mente, per un dibattito con Serena Dandini dal titolo “La comunità delle valorose”, storie di donne che hanno lasciato un segno.

 

Michela Murgia, secondo l’ONU da qui al 2050 7 milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione” e chi crede che si debba fare i conti con un processo inevitabile: male che possano stare qui, sarà sicuramente meglio della guerra e della fame da cui scappano. Come si risponde al sentimento di paura di chi parla di “invasione”?

Potrei dire “con i dati”, dato che la percentuale di immigrati in Italia è di poco inferiore al 6%, ma quella percepita sfiora il 18%. Significa che tutti gli allarmi sull’invasione sono non solo xenofobi e antistorici, ma prima di tutto falsi. Tuttavia non credo che i dati servano a fare opinione, fosse anche solo perché sette italiani su dieci non sono in grado nemmeno di leggerli in un grafico. Credo invece che la risposta alla paura sia la progettualità, che manca del tutto dalla volontà politica sia della destra più esplicita che del centrosinistra in calo di consensi: è del tutto normale che senza un progetto strutturato di accoglienza e costruzione dell’appartenenza anche il 6% sembri troppo, perché le persone capiscono che nessuno sta governando il fenomeno migratorio, che ha anche aspetti magmatici. Senza progetto l’immigrazione è un’emergenza, non un naturale processo della storia dell’umanità.

 

L’accoglienza sempre, come dicono il Papa e la Chiesa, è praticabile?

Lo è. Non è affatto vero che “non possiamo accoglierli tutti”. L’Italia è un Paese industrializzato, benestante a dispetto delle crisi e con una grande storia di accoglienza alle spalle in periodi assai peggiori di questo. Credo però che, al di là della più o meno evidente sostenibilità economica, sia la mentalità a dover cambiare: se continuiamo a considerare chi arriva come “qualcosa di cui farci carico” non smetteremo mai di sentirci inadeguati e persino sovraccaricati, anche quando i numeri dicono che siamo tra i Paesi europei con meno incidenza di stranieri. Chi arriva è ricchezza anche quando è povero e se non vogliamo entrare nella retorica della ricchezza culturale basterebbero anche solo i conti della serva: gli immigrati stabilizzati attualmente già producono il 9% del PIL. Quando Laura Boldrini li chiama risorse non sbaglia prospettiva e infatti la domanda giusta dovrebbe essere: ci possiamo permettere di non accoglierli?

 

Dire “anche l’Europa deve occuparsene” è davvero diventato di destra?

Dipende da cosa significa occuparsene. Se la scelta è di accoglierli, le quote di accoglienza vanno negoziate, ma tenendo presente che quelle italiane sono già tra le più basse: siamo quelli che ne trattengono meno. Se è logico che chi ha la ventura geografica di dare sul mare debba prendersi in carico la prima accoglienza e l’identificazione, altrettanto logico deve essere che gli altri Paesi contribuiscano significativamente a questa incombenza. Il punto però è che lo fanno già con i famosi 35 euro al giorno a migrante che la maggioranza degli italiani crede escano dal bilancio del Paese e invece sono soldi europei. Possiamo discutere su come vengano usati quei soldi in assenza di progettualità, ma non possiamo dire che l’Europa non stia facendo la sua parte. Se invece la scelta è respingerli e ci si aspetta una flotta europea che affondi i barconi al largo, allora non siamo più nella destra, siamo nel disumano.

 

In Italia c’è un dibattito emergenziale ma non culturale. I migranti “tutti vittime” o “solo un problema”. Il tema è diventato divisivo: siamo diventati razzisti?

Xenofobi di sicuro, ma forse non abbiamo mai smesso di esserlo. L’Europa ha il grande vulnus di essere composta da stati ottocenteschi che hanno costruito la propria identità nazionale a tavolino, definendo i propri marcatori per stabilire chi era dentro e chi era fuori. In questa logica “straniero” significa sempre “nemico”. La risposta al razzismo in una società già multietnica è il multiculturalismo, l’abbandono dell’idea sciocca che le culture siano monoliti che non debbono cambiare.

 

L’immagine del piccolo Alyan annegato su una spiaggia ha fatto il giro del mondo. I media se ne sono impadroniti. È una immagine che fa riflettere o anch’essa è diventata parte dello spettacolo?

La foto di Aylan è pornografica, perché della pornografia ha la natura: produce la sensazione senza la relazione. Quella foto ha offerto al senso di colpa collettivo la forma autoconclusiva tipica del porno: ha generato l’illusione che dispiacersi per quel corpicino bidimensionale equivalesse a occuparsi del suo dramma. Il pianto collettivo su Aylan è dunque desiderio – che è uno dei nomi dell’assenza – ma anche abuso, perché compiuto fuori da ogni possibile reciprocità. In quella foto c’è infatti un corpo, non la persona, e c’è un nome, ma non il volto, perché “Aylan” non è più il suo nome. Nel momento in cui è diventato il nickname di tutti i bambini morti in mare, “Aylan” ha iniziato ad agire sullo stesso piano simbolico in cui si muovono le “Caprice”, le “Venus” e le “Malena” del porno: se “Aylan” sono tutti, Aylan non è più nessuno.

 

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli?

Vederli significa discutere la narrazione dominante che li vede solo nel breve termine. Dimostrano che basta una sola generazione a portare in attivo gli apparenti costi dell’accoglienza.

 

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

Come per tutte le identità minorizzate, il ruolo è l’unico ambito protettivo. I gay vanno benissimo impaillettati in televisione, ma non in comune a fare famiglia. Le donne vanno benissimo all’asse da stiro, ma non a fare il presidente del consiglio. La norma è maschio, bianco e eterosessuale, il resto deve lottare per esistere.

 

La letteratura si è sempre occupata di migrazioni e migranti. In Italia meno. Gli intellettuali, gli scrittori, che peso possono avere in questo dibattito?

Meno non direi. Hamid Ziarati, Anilda Ibrahimi, Igiaba Scego, Fabio Geda, Lello Gurrado, Alessandro Leogrande, Antonio Manzini, Giuseppe Catozzella… potrei continuare con molti altri e starei ancora nel novero di quelli che ho letto io, figuriamoci il resto. La letteratura sta facendo il suo dovere, che è quello di costruire un immaginario dove la convivenza non sia solo possibile, ma sia desiderabile al di là di tutte le sue fatiche. Sono i politici a essere assenti, non gli scrittori.

 

(foto di Alessandro Cani)

 

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Credits: radici.online

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