Le Regioni cercano personale ma i medici stranieri già in Italia restano discriminati ed esclusi dai concorsi. Stanchi di una precaria Sanità low cost, nell'ultimo anno anche tra gli associati Amsi sono aumentate del 25% le richieste di informazioni per trasferirsi all'estero.

Il Veneto, una delle regioni con le maggiori carenze di organico nella Sanità, ha appena giocato una carta che meno ti aspetteresti da un governatore leghista: chiamare medici stranieri dall’estero. Il caso nasce da 10 neo medici “prelevati” dall’Usl direttamente dall’Università di Timisoara ma i numeri sono ben altri e le carenze si prospettano a centinaia. «È una sconfitta — ammette Zaia — ricorrere a medici stranieri, ma è il segno dei tempi».

Senza andare in Romania, in Italia operano circa 80.000 professionisti della sanità (compresi odontoiatri, farmacisti, ostetriche, infermieri, fisioterapisti, ecc.) di origine non comunitaria, tra questi 19.000 medici, specializzati e no, oggi in larga parte occupati nel privato e secondariamente tra i medici di famiglia. Purtroppo il 65% di loro non ha cittadinanza italiana né quindi la possibilità di accedere ai concorsi pubblici, malgrado il riconoscimento del titolo di laurea, che per altro in Italia richiede una trafila di un anno contro i 25 giorni della mitica Dubai.

Secondo il rapporto Eurispes-Enpam in dieci anni, dal 2005,  hanno lasciato l’Italia 10.104 camici bianchi e 8 mila infermieri. Ma il dato che dovrebbe preoccupare è un altro: ogni anno 1.500 laureati in Medicina vanno all’estero perché le scuole di specializzazione in Italia sono diventate un collo di bottiglia.

Sullo sfondo il solito problema demografico: i medici attivi non sono più giovanissimi e già nel 2015 il 67% della categoria superava i 50 anni. E quota 100 non incanta i medici, ma nemmeno aiuta le Regioni e il SSN già assillati dalle carenze di personale. Una ricerca Anaao Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti sanitari, prevede un totale di  52.500 pensionamenti tra il 2018 e il  2025 (circa il 50% dell’attuale popolazione medica nel SSN). Al netto dei nuovi specializzandi, il risultato è un “buco” di circa 16.500 specialisti nella sola Sanità pubblica ospedaliera (il prospetto si può consultare qui sotto, diviso per regione e specializzazione).

Il governo, accogliendo in parte le richieste Anaao, ha aumentato i contratti di specializzazione (900 in più da quest’anno) e legalizzato l’assunzione degli specializzandi all’ultimo anno (decreto Calabria), ma non basta e i governatori reagiscono in ordine sparso. La Toscana assume neolaureati con contratti “formazione lavoro”. Molise, Friuli e lo stesso Veneto richiamano i pensionati (sul provvedimento pende un ricorso al Tar). Sembra assurdo che in questo clima nessuno si accorga di migliaia di medici stranieri con anni di esperienza sul territorio esclusi dai concorsi pubblici.

L’Amsi (Associazione Medici di origine Straniera in Italia), che apre domani a Roma il suo congresso,  su questo tema sta portando avanti da anni una battaglia, chiedendo che un medico non italiano che operi da almeno 5 anni sul territorio possa far valere il suo titolo di studio anche nel pubblico.

Foad Aodi, presidente e fondatore di Amsi, (Associazione Medici di origine Straniera in Italia), membro commissione salute Fnomceo e consigliere dell’Ordine di Roma, come Anaao, punta anche il dito sulle scuole di specializzazione: «Noi chiediamo 10 mila borse di studio aperte a tutti i medici neolaureati, italiani e stranieri residenti».   

Entro il 2025 infatti, oltre ai 16.500 medici ospedalieri stimati da Anaao, mancheranno anche migliaia di medici di famiglia e di specializzati per il settore privato. Una cifra che secondo Amsi toccherebbe complessivamente le 60.000 unità (15 mila nel solo Lazio).  Ma al di là dei numeri c’è oggi nella Sanità la ricerca affannosa di camici low cost. «Dall’inizio dell’anno abbiamo ricevuto 8000 richieste di personale», rivela Aodi a Nuove Radici. Non sempre però l’offerta incontra la domanda, anzi quasi mai: se nel privato dominano i contratti di collaborazione, nel pubblico la durata dei contratti, spesso inferiore all’anno, non sempre si concilia con un trasferimento. «Minimi contrattuali non rispettati, pagamenti ritardati o vincolati al saldo delle assicurazioni. Stranieri o italiani, l’obiettivo nel privato e in generale nella Sanità italiana è il medico usa e getta», continua Aodi, «Quest’anno sono aumentate del 25% le richieste di informazioni da parte dei nostri associati che vorrebbero trasferirsi all’estero, in particolare in Germania o nei Paesi del Golfo. Che poi lo facciano o no è comunque un segnale».

Si torna quindi a Dubai, al paradiso per medici e professionisti, che comincia ad accogliere anche i medici stranieri che avevano scommesso sull’Italia. Il cerchio si chiude per lasciarsi alle spalle quella che ancora un anno fa figurava nella classifica di Bloomberg come la quarta migliore Sanità del mondo (la seconda in Europa dopo la Spagna).

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