Grazie alla sua identità araba, francese, napoletana, la cantante ha dato vita ad un percorso artistico unico, che l'ha portata dalla televisione italiana al cinema hollywoodiano. Fino alla carriera da solista e ad un insolito progetto di sperimentazione musicale...

M’Barka Ben Taleb, 53 anni, tunisina, in Italia da quando ne aveva 19, è un’artista poliedrica. Cantante con Eugenio Bennato e Tony Esposito, attrice con John Turturro, è approdata a una carriera da solista con una mission artistica che ha chiamato Una musica, un Dio: «La musica non ha confini. Ho messo insieme la Taranta del Sud Italia, il Fazzani tunisino e la Dabka mediorientale. Il senso è quello di mettere in relazione le radici comuni dei popoli, attraverso una sperimentazione musicale che si fonde in un unicum Mediterraneo, dove si abbattono muri e si allargano orizzonti. Io, musulmana non praticante, canto in arabo, in ebraico, in francese, in italiano e in napoletano…».

Virale su YouTube la sua interpretazione di Dicitencello Vuje cantata in napoletano…

«Io non potrò mai cantare in napoletano napoletano, non sono nata qui. Ma la mia identità è questa, araba, francese, napoletana. Abituiamoci ad altre lingue, ad altre culture».

Lei è venuta in Italia quando aveva 19 anni. Perché proprio in Italia?

«Sono partita con tutta la famiglia. In Tunisia siamo cresciuti con la cultura italiana. Allora alla televisione c’era solo il canale tunisino o Rai Uno. Desideravo quello che vedevo in televisione». 

Aveva già deciso di diventare una cantante?

«Cantavo nel coro della mia città. Ma solo quando sono arrivata in Italia mi sono impegnata professionalmente. Anche se all’inizio per mantenermi dovevo fare altri lavori: la parrucchiera estetista, la ragazza immagine in discoteca e poi la cantante».

Fino a quando…

«Fino a quando una sera, mentre mi esibivo in un locale di Pozzuoli, sono venuti ad ascoltarmi Tony Esposito ed Eugenio Bennato. Con Tony ho fatto poche date. Eugenio voleva inserire la lingua araba nel gruppo. Così è nata Che Mediterraneo sia, che ancora oggi è la sigla di Onda Blu il programma di Rai Uno. Da lì è partito tutto. Ma nel 2005 ho sentito la necessità di intraprendere la carriera da solista. Una scelta difficile».

Perché difficile?

In Italia non c’è apertura ad altre culture. Il 20% delle difficoltà sono insiste nella competizione che esiste nel mondo artistico, l’80% perché sono donna.

Donna e straniera?

«No, donna e basta. Veniamo usate come ciliegina sulla torta. Io sono molto diretta. Quante volte ho sentito qualcuno dire: “Ma che ne sa lei dei brani napoletani?”. Io non do retta alle chiacchiere. Io arricchisco i brani napoletani. La musica non ha confini, è una lingua universale, senza frontiere».

Come è lei del resto.

«Ho girato tre quarti del mondo, ho conosciuto persone diverse, culture differenti. Mio figlio ha 17 anni ed è nato qui da padre italiano. Io sono musulmana non praticante, mio figlio è battezzato e cresimato perché questo fa parte della cultura italiana. Io rispetto il Ramadan, ma non ho mai obbligato mio figlio a seguirlo. Sceglierà poi lui da grande. Io non ho mai fatto sentire mio figlio diverso dagli altri. Chi lo pensa ha un livello culturale bassissimo».

Dopo la musica il cinema, tra i cinque film che ha girato come attrice vanno ricordati Passione di John Turturro del 2010 e Gigolò per caso del 2013, dove ha recitato accanto a John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone…

«John Turturro è un grande. Ha ascoltato 400 o 500 canzoni senza vedere gli interpreti e ha scelto me. A quel punto mi sono detta che quello che faccio è importante».

Poi è arrivata a Una musica, un Dio.

«Musulmani, cristiani, arabi veniamo dallo stesso Dio. Il mio canto, anche di testi sacri, vuole servire ad abolire le differenze. Solo la mancanza di conoscenza permette la costruzione dei muri dell’odio, dell’indifferenza e della paura»

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