Ospite di “Pistoia-Dialoghi sull’uomo”, sabato 26 maggio il docente di Sociologia dei processi migratori parlerà delle sfide della generazione di nuovi concittadini. E, come ci ha spiegato, sono tutto tranne che invisibili.

Oramai si danno i numeri su quanti migranti arriveranno nei prossimi mesi in Italia. Numeri che rispondono spesso ad esigenze politiche più che alla realtà. Maurizio Ambrosini, docente all’Università Statale di Milano di Sociologia dei processi migratori alla facoltà di Scienze Politiche, in questa intervista spiega l’origine e i flussi delle migrazioni. Autore di numerose pubblicazioni, consulente del Parlamento, domenica 26 maggio alle 15.30 Ambrosini terrà in piazza San Bartolomeo a Pistoia una conferenza dal titolo “Italiani ma non troppo. La sfida delle seconde generazioni”, evento in occasione della decima edizione di Pistoia-Dialoghi sull’uomo, festival di antropologia del contemporaneo.

Professor Maurizio Ambrosini, gli sbarchi si sono di fatto fermati. Adesso c’è l’allarme Libia. Crede davvero che si riverseranno in Europa e in Italia molti libici in fuga dalla guerra?

«Questo fantasma è stato agitato già molte volte, arrivando a parlare di un milione di persone in partenza dalla Libia e citando di volta in volta fonti dei servizi, comandi militari, ambasciate. L’ultimo di tempo è stato il leader libico Al Sarraj, con l’intento piuttosto trasparente di ottenere aiuti all’Italia e all’Unione Europea per contrastare l’avanzata del suo rivale Haftar. Profughi delle turbolenze libiche ce ne sono stati in questi anni, centinaia di migliaia di persone, ma si sono riversati con rischi assai minori nei Paesi confinanti e raggiungibili via terra: Tunisia ed Egitto. Passata la fase più acuta di crisi, sono tornati quasi tutti alle loro case».

Coi barconi arrivano anche i terroristi. È vero?

«Non si può escludere nulla in assoluto, ma ciò che noi sappiamo finora è che i terroristi o sono arrivati comodamente in aereo, come nel caso degli attentatori del 2001 negli Stati Uniti, oppure in Europa sono quasi sempre figli di immigrati nati o almeno cresciuti sul territorio, a volte immigrati adulti ma residenti da tempo in Europa, passati attraverso fallimenti esistenziali, radicalizzati in carcere o su internet. I rari casi di persone sbarcate dal mare e accolte come rifugiate hanno abbracciato l’estremismo solo in un secondo tempo, anch’esse a seguito di percorsi personali fallimentari. Malgrado le paure e le voci ricorrenti, non abbiamo finora registrato casi di persone arrivate via mare con piani organizzati e risorse idonee a compiere attacchi terroristici».

L’Onu insiste nel sostenere cha da qui al 2050 dall’Africa ci sarà una migrazione di 35 milioni di persone. Molte cercheranno di arrivare in Italia e in Europa. È un numero credibile?

«Si fa molta confusione con previsioni come queste. Quello che sappiamo è che i migranti internazionali non arrivano dai Paesi più poveri ma da Paesi intermedi: nel mondo, India, Cina, Messico, Russia. In Italia invece da Romania, Albania, Marocco, Cina. Non sono neppure i più poveri dei loro Paesi: per emigrare occorrono risorse economiche, culturali e sociali. I poverissimi nell’Africa non arrivano neppure al capoluogo del loro distretto. I contadini e gli allevatori che perdono terre e animali per ragioni climatiche o politiche al massimo arrivano in capitale, ingrossando le megalopoli del Terzo Mondo. Quindi gli africani riusciranno eventualmente ad arrivare in Europa non a causa della povertà, ma se entreranno in una fase di sviluppo che li doti delle risorse indispensabili».

Molte delle migrazioni sono interne all’Africa. Chi sono gli ultimi a tentare la via del mare verso Italia?

«Oltre l’80% delle migrazioni dell’Africa sub-sahariana sono interne alla regione. Chi riesce a uscirne è perlopiù istruito, e non viene necessariamente in Europa. Va sempre più verso i Paesi del Golfo Persico. Si stima per esempio che ci siano più medici africani fuori dall’Africa che in Africa. Anche per il personale infermieristico è in atto un drenaggio verso Paesi più sviluppati: il Nord del mondo è tributario verso il Sud di una risorsa indispensabile, il lavoro di cura verso le persone in condizione di fragilità. Quanto ai pochi arrivi dal mare nel 2018, i numeri forniti dal Ministero degli Interni classificano ai primi tre posti Tunisia (5.181), Eritrea (3.320), Iraq (1.744)».

Lei a Pistoia parlerà di integrazione e nuovi italiani. Secondo l’Istat sono quasi 1 milione e mezzo, ma di fatto invisibili. Perché?

Invisibili, dipende. Quando fanno qualcosa di male diventano visibilissimi. Per fortuna anche quando fanno qualcosa di bello. Penso al mio concittadino Moise Kean, vercellese come me, ma di genitori ivoriani, che ha segnato un gol decisivo per la nazionale italiana di calcio. O all’italo-egiziano Mahmood vincitore al festival di Sanremo.

«È vero però che si tende a rimuovere dalla nostra visione dell’Italia la formazione di questa  generazione di nuovi concittadini. Credo che non sia facile ammettere che oggi gli italiani, e in modo particolare i giovani, possano avere la pelle scura o gli occhi a mandorla, indossare il velo o il turbante sikh, portare nomi esotici e difficili da pronunciare. La loro crescente presenza ci obbliga a ridefinire la nostra identità nazionale in termini diversi da quelli ottocenteschi a cui siamo di fatto ancora legati».

Diritto alla cittadinanza e di voto, per i soli residenti andrebbe bene anche il voto alle amministrative. Basta per favorire l’integrazione?

La cittadinanza non è una bacchetta magica, non risolve di colpo tutti i problemi, ma può aiutare. Ha effetti pratici: consente di viaggiare e di cercare lavoro all’estero. Anche in Italia sta emergendo che la mancanza della cittadinanza, e quindi della possibilità di attraversare i confini senza impedimenti, viene utilizzata a torto o a ragione per escludere gli immigrati nelle selezioni del personale.

«Ci sono poi riflessi politici: se voteranno, potranno difendersi un po’ meglio da chi li vuole discriminare e potranno premiare chi li difende. E ci sono effetti simbolici: il riconoscimento di un’appartenenza e di un diritto di parola nello spazio pubblico».

Secondo un luogo comune ampiamente smentito la maggioranza dei migranti sono musulmani. Lei ha partecipato allo studio sfociato nel libro Il Dio dei migranti edito da Il Mulino. Ce ne fa un quadro sintetico?

«Anzitutto, i musulmani sono meno di un terzo del totale degli immigrati, circa 1,5 milioni su 5,3-5,5 milioni di stranieri residenti. Certamente però questa consistente minoranza contribuisce a introdurre un inedito pluralismo nel panorama religioso italiano».

Si stima che in Italia operino tra i 600 e i 1200 luoghi di culto musulmani, perlopiù semplici sale di preghiera (solo quattro sono moschee). Il problema è che queste sale di preghiera sono in larga parte informali, non autorizzate, spesso luoghi inadatti e arrangiati alla meglio. La libertà di culto per i musulmani in Italia non è ancora effettivamente garantita.

«I responsabili religiosi, gli imam, sono intorno al migliaio. Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che quasi sempre sono residenti in Italia da tempo, e quasi tutti parlano e comprendono bene l’italiano. Sono piuttosto istruiti, per oltre il 40% laureati. Meno di uno su quattro svolge a tempo pieno il ministero religioso, gli altri lavorano in varie occupazioni. Un dato problematico riguarda il fatto che due su tre non hanno una formazione teologica. Questo dovrebbe indurre a investire, come in Francia e in Germania, sulla preparazione del personale religioso, dotandolo anche di un’adeguata conoscenza della società, delle istituzioni e delle norme italiane. Nella ricerca Sara Colantonio e Carmelo Russo hanno distinto tre profili: l’imam mediatore, l’imam fai-da te, l’imam teologo. Dobbiamo favorire la crescita delle figure più qualificate e in grado di svolgere un’efficace attività di mediazione tra minoranza mussulmana e società italiana».

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