Nata a Durazzo e cresciuta nella bassa padana, quando si è trattato di decidere in cosa specializzarsi dopo la laurea in Giurisprudenza, ha scelto di proteggere le società italiane da sé stesse.

Diritto penale d’impresa, un tema delicato e difficile. Attualissimo in questi drammatici momenti economici. Riservato, per sentire comune, a chi è nato nella culla latina del diritto. Eppure Marsida Brahja, nata 26 anni fa a Durazzo e cresciuta in Italia nella placida pianura padana cremonese, ne ha fatto la sua professione. Ha bruciato le tappe: laurea in Giurisprudenza a pieni voti, master in Diritto penale d’impresa all’Alta Scuola Federico Stella, molteplici riconoscimenti per le brillanti capacità nello studio.

Gira l’Italia con C231: un team di giovani professionisti che prestano consulenza a favore di società italiane per evitare loro di incappare in ingenti sanzioni per reati commessi da dirigenti, dipendenti o collaboratori. 

«Il mio nome tradisce la mia origine. Un segno distintivo che, con il passare del tempo, ho imparato ad apprezzare» spiega a NRW. «Essere nata in un altro Paese, mi ha sicuramente fornito delle competenze in più – legate all’approfondimento di lingue differenti, cosa che ho dovuto fare per tenermi in contatto con i parenti che vivono in America e in altre zone d’Europa – che si sono rivelate molto utili in ambito lavorativo».

Dopo il Liceo, la scelta di studi giuridici.

«La mia passione per il diritto è nata sui banchi di scuola. Alle elementari veniva insegnata una materia dal nome “convivenza civile” che trovavo molto interessante perché riguardava in qualche modo la regolamentazione del comportamento umano. Quando è arrivato il momento di scegliere il Liceo, ho deciso di frequentare la scuola che aveva più ore di insegnamento dedicate al diritto». 

Per chi non ha origini italiane può essere complicato dedicarsi al diritto, che è sempre qualcosa di molto vicino all’essenza di un popolo?

«Credo che questo discorso possa valere più per le persone che si sono stabilite in questo Paese da adulti. Ci sono tanti ragazzi in gamba di diverse provenienze che si sono trasferiti qui in età adolescenziale con ottimi percorsi accademici e lavorativi, questo dovrebbe far riflettere. Sono cresciuta in un ambiente culturalmente stimolante e di larghe vedute: mi hanno aiutata a sviluppare autonomia di pensiero».

Un mondo, quello dei consulenti legali e dell’avvocatura, dove la concorrenza è diventata esasperata. Lei si è ricavata uno spazio.

Individuare il campo di interesse è fondamentale, io ho deciso di approfondire le tematiche inerenti al Diritto penale di impresa sin dall’Università e di intraprendere la pratica forense in uno studio legale specializzato in white collar crimes, i crimini dei colletti bianchi.

«Infine, non deve mai mancare la curiosità. Personalmente, cerco di approfondire alcune novità legislative in tema di compliance aziendale che coinvolgono il sistema penale francese e americano, perché offrono ottimi spunti di riflessione e comparazione con il nostro diritto interno».

Il suo è un progetto ben specifico e di forte impatto che parla al cuore delle responsabilità di chi fa impresa e del suo rapporto con le norme.

«Sono entrata a far parte di C231, network di giovani professionisti molto preparati e dinamici. Il nostro compito è quello di assistere società italiane ed estere formulando percorsi di compliance, ritagliati sulla specifica realtà imprenditoriale. È un lavoro delicato che richiede la collaborazione della società, in quanto risulta estremamente difficile proteggere l’impresa da illeciti se i suoi valori non vengono condivisi da tutte le funzioni operative della stessa. La protezione del core business aziendale mediante il Modello Organizzativo ex D.lgs. 231/01 diventa fondamentale per le imprese che operano con l’estero».

Quanto è difficile parlare con gli imprenditori per aiutarli a darsi questi Modelli Organizzativi?

«La difficoltà deriva dal fatto che non c’è un obbligo di adottare il Modello Organizzativo per le società, ma una facoltà che viene premiata dall’ordinamento. Il problema non è di poco conto. Devo però dire che le realtà imprenditoriali più giovani, già forti sul mercato, sono meno timide a intraprendere questo percorso rispetto a quelle più tradizionali».

Pochi anni, ma già tanta esperienza. Vede aziende e parla con chi fa andare avanti l’economia. Due parole per disegnare il suo futuro e di questo Paese.

«La mia generazione è cresciuta in tempi di crisi, eppure tanti non si sono scoraggiati dinanzi al debito pubblico divenuto da tempo insostenibile e hanno creato realtà degne di nota non solo sul territorio milanese, che vanta vere e proprie eccellenze, ma su tutto il territorio nazionale. Se penso a questi ragazzi, quasi miei coetanei, mi vengono in mente queste parole: dinamismo e creatività».

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