Il long read di questa settimana è tratto da "Mare fermo" (Edizioni Ensemble, 2019) di Guy Chiappaventi, giornalista de La7 che racconta la storia di una squadra di calcio, Save the Youths, che gioca nella Terza Divisione di Fermo, città dove nel 2016 venne ucciso il profugo nigeriano Emmanuel.

Guy Chiappaventi
Mare Fermo
(Edizioni Ensemble, 2019)

Vederli in campo è quasi un miracolo. C’è sempre il rischio che qualcuno fugga, per la paura di essere ricacciato nei lager libici. Eppure la storia di questa squadra di calcio, Save the Youths – Salvate i giovani, un bel programma già nel nome – è la storia di un successo. Siamo a Fermo nelle Marche. La squadra gioca in Terza Divisione. Ma pensare che tutto si fermi su un prato verde pettinato per la domenica dei calciatori è un’illusione. Fermo era la capitale mondiale del distretto calzaturiero prima che la crisi travolgesse tutti. Anche i 140 richiedenti asilo, una goccia per i 34 mila abitanti della città marchigiana. Ma qui a Fermo è stata scritta una delle pagine più buie della storia recente italiana, costellata di episodi di razzismo. Nel 2016 Emmanuel, profugo nigeriano, cattolico, venne ucciso con un pugno da un italiano solo per il colore della sua pelle. Guy Chiappaventi, giornalista de La7 e scrittore, non racconta solo la storia di una squadra di calcio fatta di stranieri, ma racconta tutto quello che c’è intorno in una provincia come tante, alle prese con Matteo Salvini che vuole i porti chiusi e i “salvinisti”, leghisti, di destra ma pure assai numerosi a sinistra, che guardano con rancore agli immigrati e ai richiedenti asilo. Senza voler pensare che tra loro ci sono non solo poveri cristi che hanno il diritto di volere una vita migliore ma anche eccellenze, da esprimere in un campetto di calcio di Terza Divisione. Dove un calciatore come “Barbadillo” non è solo l’eroe di una domenica da tifoso. Ma dietro alla sua storia di gambiano, muratore, uscito dalle carceri libiche per attraversare due volte il Mare di Sicilia, sopravvissuto a un naufragio con 47 morti nella stiva, c’è il signor Alhagie Fofana, uno dei tanti che ce l’ha fatta e può raccontarlo anche con i suoi gol. Fabio Poletti

Per gentile concessione dell’autore Guy Chiappaventi e dell’editore Ensemble pubblichiamo un estratto del libro Mare fermo.

Copertina

Save the Youths è un nome appropriato, l’ha pensato il presidente della squadra, un gambiano, Muhamed Lamin Marr. Aveva fondato un’associazione panafricana con questo nome a Perugia, prima di trasferirsi nelle Marche. Suo figlio gioca con la squadra e lo chiamano tutti Pogba, perché vorrebbe diventare come Paul Pogba e ha la maglia del Manchester col suo nome. Però per me la squadra è il Barbadillo Football Club, perché Barbadillo è l’alias di uno dei calciatori, non il più forte ma di sicuro il più empatico, Alhagie Fofana, 23 anni, gambiano pure lui, mandingo come Kunta Kinte, lo schiavo di Radici, il romanzo di Alex Haley e il film a puntate che quarant’anni fa fu un cult per i ragazzini della mia generazione: «Conto quanto Kunta Kinte e in quanto Kunta Kinte canto» (dalla canzone di Daniele Silvestri).

Alhagie ha visto la morte in faccia, è uscito dal barcone a Pozzallo, in Sicilia. Nella stiva c’erano quarantasette cadaveri (Una fossa comune nella stiva, sembra Auschwitz, titolavano i giornali italiani il 2 luglio 2014). Adesso parla con accento marchigiano imparato nei cantieri dove lavora come muratore, è stato soprannominato (da me) Barbadillo perché gli somiglia e ha la stessa aria stralunata e la stessa pettinatura afro del vecchio calciatore peruviano anni ’70 e ’80 che giocò con Avellino e Udinese. Barbadillo, quello vero, si chiamava (si chiama ancora) Geronimo, come il capo indiano irredento, giocava all’ala destra che da sempre è il ruolo e la fascia di campo degli irregolari, degli anarchici, dei pieni di estro, dei solitari e degli infortunati, si era ribellato al suo presidente all’Avellino che gli voleva tagliare i capelli a punta da Jackson Five e da Black Panther («Ho vinto cinque scudetti in Messico, se mi fate tagliare i capelli, io me ne vado»), era stato ingannato, portato ad Avellino senza neppure sapere dove fosse, gli avevano detto che sarebbe andato a pochi chilometri da Roma e si era ritrovato nell’Irpinia diroccata del dopo terremoto (la moglie aveva paura delle scosse e voleva tornare in Sud America), aveva preso casa e con l’altro straniero, l’argentino Ramon Diaz, cucinava la carne direttamente sul pavimento e avevano bruciato tutte le maioliche. Con i primi stipendi si era aperto un ristorante, nome Gerry ’O, un Jackie ’O di ultra-provincia del Sud, niente a che vedere con il locale zona via Veneto di Roma con i suoi attori, paparazzi, stilisti, calciatori di serie A e pure qualche boss della Magliana.
Barbadillo Football Club è un nome che sa di frontiera, indiani Apache che lottano contro le giubbe blu e la ferrovia, esotico, rifiuto dei dogmi, precarietà, fantasia, qualcosa di non incasellabile, energico e anarchico. L’impossibile che diventa possibile, il bufalo che può scartare di lato al contrario del treno che ha la strada segnata, galoppate a pelo senza sella, arco e frecce contro la modernità. Vladimiro Caminiti, scrittore raffinato prestato al giornalismo sportivo, aveva scritto: «A Udine, dove pagavano Zico quanto un esercito di buoni giocatori, a Barbadillo che è un’ala coi fiocchi e controfiocchi non riconoscevano un aumento. La storia dice che sono i miti con le loro ribellioni mai levantine a determinare le svolte».
Miti, ribellioni, svolte.

Come questa squadra africana che si allena due volte alla settimana su un campaccio di pozzolana, le luci che non sempre funzionano, alla periferia di Porto San Giorgio, vicino al mare e a ridosso della ferrovia dove passa pure il Frecciarossa e con la quinta di un palazzone stile Berlino Est che qui chiamano tutti “il Grattacielo”, una bestia di cemento giallo e verde sull’Adriatico, quasi di fronte a una piattaforma petrolifera. Alla Save the Youths si sono dati un motto, lo hanno preso da Nelson Mandela che negli anni della sua prigionia si faceva forza recitando dentro di sé la poesia Invictus. Questo motto dice: «Io non perdo mai. O vinco o imparo».
«Noi vinciamo anche quando perdiamo» conferma l’allenatore, il serafico Massimo Izzo, 50 anni, già calciatore di queste categorie nella squadra di Marina Palmense («Ero un bomber, segnavo tanto e qualche volte prendevo rigori che non c’erano»), ex operatore turistico, ora impiegato in un calzaturificio, subentrato a metà stagione. Un uomo dalla voce calma e profetica che cita il Vangelo nello spogliatoio. Non lo stereotipo dell’allenatore di Terza categoria, niente parolacce e niente toni aggressivi.
«Vinciamo sempre, mi sento anche io molto nero in questo, perché ognuno ha voglia di dimostrare che il risultato non conta» spiega Izzo. «Io baratterei serenamente una partita vinta con una sconfitta purché tutti i ragazzi della squadra abbiano avuto la loro parte. Mi piacerebbe che le partite durassero tre ore per farli giocare tutti e non avere il problema di chi convocare o chi mettere in panchina. Questi ragazzi fanno sacrifici per venire a giocare, è complicato fare delle scelte. Cerco di farli ruotare, c’è qualcuno che gioca un po’ di più perché ha più qualità degli altri, ma è relativo, il risultato lo lasciamo ad altri. Nella nostra squadra ci sono ragazzi che hanno sofferto e rischiato di morire, penso che la cosa più importante per loro sia entrare nel cuore delle persone».

La Save the Youths è entusiasmo e precarietà, ha un organico ballerino, giocatori che entrano ed escono dalla rosa: durante la stagione la squadra ha perso tre giocatori, tre titolari hanno lasciato l’Italia dopo l’approvazione in legge del decreto Sicurezza o decreto Salvini che ha cancellato la protezione umanitaria e che, secondo le stime del centro Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), produrrà settantamila residenti irregolari aggiuntivi entro il 2020. La protezione umanitaria durava due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Nel 2017, secondo i dati del Viminale, era stata concessa al 25% dei richiedenti asilo. Con la nuova legge, a gennaio 2019, è stata praticamente azzerata, ridotta al 2% delle richieste esaminate, “casi speciali”, vengono chiamati adesso: come per chi versa in condizioni di salute di “eccezionale gravità”, le vittime di violenza domestica o di grave sfruttamento lavorativo, chi proviene da una situazione di “contingente ed eccezionale calamità naturale” e gli eroi. Bisogna essere eroi in Italia nel 2019, compiere “atti di particolare valori civile”, per avere un pezzo di carta per un soggiorno valido due anni.

La protezione stava per scadere anche per tre giocatori della Save the Youths, erano assillati dall’idea di ridiventare clandestini e così manodopera sottopagata a nero o peggio di essere rimpatriati o addirittura spediti nei centri di detenzione in Libia. Così a gennaio, dall’oggi al domani e senza preavviso, sono partiti Lamin Kanyi, attaccante gambiano, e Aboubakar Dambele, difensore senegalese, destinazione Spagna.
«La prima volta che sono venuto ad allenare, ho visto due ragazzi bravi. Li ho convocati per il sabato alla partita ma non si sono presentati al campo. Poi ho saputo che erano scappati a Barcellona» ricorda l’allenatore Izzo.
Alessandro Fulimeni, responsabile dei sei Sprar di Fermo per la cooperativa NuovaRicerca – AgenziaRes, spiega meglio: «I nostri giocatori vengono da storie di persecuzioni per motivi etnici, religiosi o politici. Fuggono da guerre e bombe, scappano dalla fame, dalla mancanza di accesso alle opportunità che abbiamo noi, garantite dalla Costituzione. Dopo la legge Salvini, abbiamo perso subito due giocatori, un altro è andato via qualche mese più tardi e ne abbiamo almeno altri due che sono in attesa di conoscere l’esito della Cassazione sulla loro richiesta d’asilo. I contorni dell’organico sono indefiniti per forza di cose. La maggior parte però è composta da ragazzi che lavorano, inseriti nel tessuto socioeconomico del territorio. Hanno una vita sociale ben consolidata ma su di loro permane la spada di Damocle dell’iter legislativo che potrebbe negare il riconoscimento della protezione.

A marzo se n’è andato in Francia Doumbouya Diamady, esterno destro della Guinea Conakry. Il suo Mister, come tutti lo chiamano, Izzo, lo ha salutato così su Facebook: «“Scusa mister, come ho giocato?”. Credo che queste siano le ultime parole che ci siamo detti. Gli avevo dato un passaggio e avevamo vinto quella volta. Poi Doumbouya ha preso la borsa e mi ha ringraziato come sempre. Non l’ho più visto. È un ragazzo educato, mi hanno detto che scappa dalla miseria nera ma io credo che abbia una dignità nobiliare. Gli è scaduto il permesso e, non avendo un lavoro fisso, aveva paura di essere fermato per poi essere imbarcato verso la Libia, credo, dove mi pare di aver capito che spesso ciò significa prigionia, troppo per un uomo che vuol essere solamente libero. Allora è scappato in Francia, sembrerebbe. Ho perso un bel giocatore, di classe, esemplare per i compagni e non ho potuto nemmeno abbracciarlo. Avevi giocato bene, Doumbouya. Ora scendi, sei arrivato, scendi. Che vorrei scendere anche io da questa Italia che non mi piace più».

© Edizioni Ensemble srl – Roma, 2019
© Ensemble, 2019

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